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[hp] how all this, and love too, will ruin us ~ ron/hugo

Titolo: How all this, and love too, will ruin us
Fandom: Harry Potter
Beta: eowie
Personaggi: Ron Weasley, Hugo Granger-Weasley, Hermione Granger, Rose Granger-Weasley, Harry Potter, George Weasley
Pairing: Ron/Hugo
Rating: R
Conteggio Parole: ~14.420 (W)
Avvertimenti: Relazione grafica tra consanguinei (padre/figlio), Relazione adulto/minore (non faccio nemmeno il calcolo dell’età, sentite, non ho la forza), Hermione è cornuta come al solito, ma sono abbastanza sicura che questa volta sia peggio delle altre. Si limona e si angsta. #civediamoallinferno
Disclaimer: I personaggi della storia appartengono ai rispettivi proprietari e creatori, che ne detengono i diritti. Nulla di ciò è scritto a scopo di lucro.
Note:
VANESSA MIA, HAPPY BIRTHDAY!!!!!!!!!! ♥♥♥ Che dire, socia? Il tempo passa, ma per noi in realtà no e infatti siamo ancora qui, che è una cosa buona e giusta. Per cui eccomi a farti anche quest’anno degli auguri immensi. Sei happy? Spero che tu sia happy o che almeno lo diventerai passando del tempo con le tue care socie. u_u Io ti mando vagonate di amore e dell’incest, che mi sembra un appropriato & felice regalo di compleanno. O no?
• Detto ciò: surprais? Dimmi che ci avevi creduto quando ti ho detto che non avevo nessuna possibilità di scriverti la Ron/Hugo, perché ho tirato fuori tutti i miei acting skills (…va beh) per trickarti ben benino. Anche perché tu sei tipo partita a colpo sicuro, quindi trickarti era la mia sola alternativa. Però almeno quest’anno posso risparmiarmi di insozzare il mio wj con la faccia di Osha/Tonks e questo basta a rendermi una persona contenta.
• No, ma scherzi a parte: socia!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Spero che ti piaccia? Spero sia decente? Spero sia quello che volevi? Spero sempre tante cose, insomma.
• Che poi, io a questo punto dovrei spiegare da dove questa ship sia saltata fuori, ma la verità è che: non ne ho la più pallida idea. Ricordo solo che ad un certo punto ne stavamo parlando come una cosa che aveva senso e ragion d’essere, per cui eccoci qui. Temo anche sia stata una mia idea, quindi forse non posso nemmeno dare la colpa di tutto ciò a Vany come al solito? Che vita grama, mamma mia.
Va beh, il punto è: ormai aspettiamoci di tutto e non facciamoci domande.
• In realtà penso che sia nato tutto dalla lettura del Cursed Child (dove Hugo nemmeno c’è, ma tant’è); poi la fic in sé è nata con l’assistenza di Vany, che inizialmente mi ha aiutata un botto a far quadrare la cosa. Poi ho felicemente finto di aver dimenticato il 90% delle cose che mi aveva proposto, mentre in realtà avevo segnato tutto e stavo furiosamente lavorando per collegare i pezzi, trovare una conclusione degna e farne uscire, appunto, questo regalo di compleanno. Che genio del male che sono stata. *_*_*_*_*
• Poi va beh, io un giorno imparerò dai miei stessi errori e smetterò di cavare fuori progetti tanto vasti per i compleanni, che poi vanno drasticamente ridotti. Perché sì, ovviamente anche questa trama era immane e la fic finita aveva qualcosa come 4.000 parole in più? Però ho deciso che non mi andava di uccidere Alessia e quindi ho cuttato tutto. Sono stata brava e Ale è orgogliosa di me. ♥
• Però che si sappia che ho cuttato via James, Fred, Louis, Dom e Lily ed è stato drammatico.
• Ovviamente non c’è bisogno che io dica che amo Hugo come se fosse mio figlio, anche perché grazie all’inutilità della tRow, che ha preferito raccontarmi della figlia avuta da Voldemort alla veneranda età di 70 anni e dopo essere stato un’entità incorporea per 11, me lo sono dovuta inventare di sana pianta per cui bon, è mio figlio. Fine.
• La solita vagonata di ringraziamenti per Ale, comunque, perché è amabile, s’è sparata tutta ‘sta fic in pochissimo e mi ha lasciato dei commenti nel betaggio che come al solito mi hanno schiantata. La lovvo. ♥
• Il titolo è un verso di Richard Siken, da Crush, perché mi sono flippata a leggere sue quote oggi pomeriggio e ci ho perso un botto di tempo utile, per cui ho deciso che doveva uscirne un titolo. *_*” Ma fingiamo di aver fatto le cose stilose, quest’anno, dai.



How all this, and love too, will ruin us


Che il Gufo porti cattive notizie, Ron l’ha realizzato dallo stemma del Ministero legato alla zampa: una missiva del genere per Harry, dopotutto, non può significare niente di diverso.

“Fammi indovinare,” comincia, incrociando le braccia al petto e osservando l’amico ripiegare la lettera, le sopracciglia vicine per la preoccupazione, “devi andare.”

Harry ha, almeno, il buon gusto di mostrarsi dispiaciuto. “Qualcosa ha causato un’esplosione nella Londra Babbana,” spiega, “gli Auror sono già sul posto.”

“E hanno proprio bisogno di te? Durante le tue ferie?”

Harry si stringe nelle spalle. “Tornerò appena avrò sbrigato questa faccenda, d’accordo?” tenta, ma Ron ha già perso ogni voglia di ascoltarlo. Si guarda intorno, lasciando scorrere lo sguardo sul caos che regna nella tenda da campeggio, opportunamente ingrandita per accogliere la metà dei suoi nipoti, e si chiede quando, esattamente, la tradizione famigliare del campeggio estivo, iniziata con la nascita di James e ripetuta di anno in anno, sia diventata una trappola in cui lui continua a cascare con tutte le scarpe.

Fuori, con un tempismo spaventoso, Victoire urla oltraggiata per qualcosa e riceve in risposta un coro di risate. Si passa una mano sulla fronte, già distrutto al pensiero di dover gestire, per quasi un’altra intera settimana, tredici ragazzini allo sbaraglio completamente da solo.

“Mi dispiace,” riprende Harry, mentre si affretta a raggiungere la propria borsa e a riempirla alla rinfusa delle sue cose. “Non è colpa mia se ho delle responsabilità.”

La parola lo colpisce come un pugno. “Responsabilità?” gli fa eco, trattenendo a stento l’irritazione. “A differenza mia.”

Ron,” sospira stancamente l’amico, “non intendevo––”

Non lo lascia finire. “Beh, dovreste solo ringraziare che c’è qualcuno disposto a prendersi cura dei vostri figli mentre tutti voi siete impegnati con le vostre improrogabili responsabilità,” sbotta, alzando le mani in aria in un gesto di stizza. Gli dà le spalle, nonostante l’altro tenti di richiamarlo, ed esce dalla tenda a passo svelto. Lo accoglie il sole accecante di agosto, filtrato a malapena dalle fronde degli alberi sotto cui si sono accampati; deve socchiudere gli occhi e farsi scudo con la mano, perché il contrasto con la semioscurità che c’era all’interno gli rende difficile abituarsi alla luce.

Intanto, prende un profondo respiro, cerca di far scivolare via l’irritazione, la stanchezza, il senso di–– non vuole chiamarla solitudine, non vuole essere così patetico, ma lo scoppio della Smaterializzazione di Harry lo raggiunge in quel preciso istante e lo fa sentire proprio a quel modo: solo.

Scuote la testa, si sforza in tutti i modi di scacciare il pensiero; ora che riesce a tenere finalmente gli occhi aperti, si distrae prendendo la decisione di accertarsi che i suoi figli e nipoti siano ancora tutti vivi. Ha compiuto qualche passo in direzione del lago, dove un’oretta prima aveva lasciato James, Fred e Louis, quando si ferma di colpo, la sua attenzione catturata dalla testa cespugliosa di suo figlio. Hugo è seduto su una roccia un po’ sporgente dal terreno, i gomiti posati sulle ginocchia, il mento sulle mani, perso in chissà quali pensieri. Ron avverte una fitta allo stomaco; aveva creduto – sperato – che, se da piccolo era stato parecchio solitario, da grande quel lato del suo carattere si sarebbe attenuato e che, almeno in famiglia e con i suoi cugini, avrebbe trovato un terreno comune e la voglia di passare del tempo con loro.

Con un sospiro gli si avvicina, lasciandosi cadere seduto accanto a lui. “Ehi, ragazzino,” lo saluta, prima di portargli una mano sulla testa e scompigliargli i capelli con fare scherzoso. Hugo soffia fuori una piccola risata, ma l’allegria sul suo viso dura pochi istanti e il broncio pensieroso la rimpiazza subito dopo.

“Cosa ti preoccupa?” gli domanda suo padre, pur conoscendo bene la risposta. Mancano solo poche settimane a settembre, al giorno in cui dovranno accompagnarlo al Binario 9 e ¾ per vederlo partire per Hogwarts. Di colpo ha voglia di mettere il muso anche lui: il tempo è passato in fretta, troppo in fretta, e Hugo è cresciuto senza che se ne rendesse conto. L’idea di non averlo più intorno per nove lunghi mesi gli appare già da ora assurda e inattuabile, ma prima che possa rattristarsi davvero si affretta a mettere da parte il pensiero. Non è il momento di mostrarsi preoccupato, o incerto, o spaventato; è il momento di guardare suo figlio e convincerlo che andrà tutto bene.

Hugo si stringe nelle spalle, senza replicare. Ron riporta una mano sulla sua testa, questa volta in una carezza, e se lo attira contro per stringerlo in un abbraccio a cui il ragazzino non fa resistenza. “Manca ancora un sacco alla fine dell’estate,” tenta, cercando di mantenere il tono allegro. “E vedrai, ti divertirai così tanto ad Hogwarts che io e mamma non ti mancheremo nemmeno un po’.”

L’altro fa un verso che non è né un assenso né un diniego, forse più un: se lo dici tu. Trascorre qualche attimo di silenzio, poi gli domanda, “Mi diserederai davvero se non sono un Grifondoro?”

Ron ride, ricordando la battuta che era solito fare quando Rose era più piccola. Non pensava che Hugo avesse tenuto a mente le sue parole con una tale nitidezza, ma, in effetti, avrebbe dovuto aspettarselo. Se lo stringe contro con un po’ più di forza, e intanto finge di pensarci. “Mh, mi sa di no,” replica poi e strizzandogli l’occhio aggiunge, “Ma solo perché sei tu.”

Hugo solleva il capo per rivolgergli un piccolo sorriso complice, poi torna a guardare davanti a sé, lasciandosi riassorbire nei propri pensieri. Il silenzio cala intorno a loro, rotto in lontananza dalle voci dei ragazzi al lago; Ron si ritrova ad espirare a fondo, assaporando quella rinnovata calma e permettendo, finalmente, alla tensione che la lite con Harry gli ha messo addosso di evaporare.

Come se fosse in grado di indovinare i suoi pensieri, Hugo domanda, “Sei arrabbiato con zio Harry?”

Gli viene in mente in quell’istante che il ragazzino era abbastanza vicino alla tenda da aver sentito chiaramente le loro parole. Ron sospira di nuovo; vorrebbe maledirsi per essere così dannatamente trasparente, perché non è giusto che suo figlio riesca ad indovinare ogni suo più piccolo malumore, non è giusto che, così giovane, se ne debba preoccupare. Cerca di sminuire con una mezza verità, perché mentirgli non avrebbe alcun effetto. “Non proprio. È che a volte mi sento un po’… solo, sai?”

Hugo stringe la bocca in una linea sottile, in un gesto che gli ricorda terribilmente Hermione, poi gli si fa più vicino ancora, spostando il peso del corpo contro il suo. “Non sei solo,” dice, in un tono determinato che non sembra ammettere repliche, “hai me.”

Ron sente una risata esplodergli nel petto; la ricaccia giù, perché non vuole dargli l’impressione sbagliata, ma non può impedire ad un senso di calore di espandersi nel suo stomaco. Senza suo figlio, la sua vita farebbe veramente schifo, si ritrova a pensare, mentre gli posa un bacio sui capelli e concorda, “Giusto.”

***


i

“Allora, Rosie, tu ci vieni?”

Rose leva gli occhi al cielo. “Quante volte devo dirtelo di non chiamarmi più così? Ho diciotto anni.”

“Continuerò a chiamarti Rosie finché non ne avrai cento,” ribatte Ron, senza perdere un colpo. Poi ripete, “Allora?”

La ragazza scuote la testa, frustrata. “Non c’è storia, papà,” replica, il tono meno iroso rispetto all’attimo prima e più vicino al dispiacere. “Il corso di preparazione Auror comincia tra solo qualche mese e zio Harry ha promesso di darmi alcune lezioni di Difesa quest’estate.”

Suo padre fa una smorfia. “Ha promesso, eh?” La spiccata ammirazione di sua figlia per Harry lo ha sempre fatto sentire un po’ in difetto, ma, a questo punto, c’è praticamente abituato. “Beh, potreste anche allenarvi mentre siamo in campeggio. Voglio dire, è una tradizione di famiglia!” insiste ancora.

Rose soffia fuori una risata divertita di fronte alla sua ostinazione. “Si tratta della mia carriera,” sospira.

“Quando fai così sembri tua madre,” borbotta Ron, lanciandole un’occhiata esasperata. Si passa una mano tra i capelli, sforzandosi di trovare un’idea, un appiglio, qualcosa. Che il campeggio in estate fosse una pratica destinata a scomparire, un po’ lo sapeva da sempre; che questo stia succedendo così presto, però, con i suoi nipoti e sua figlia a malapena fuori da Hogwarts, non riesce a digerirlo come dovrebbe. E poi c’è Hugo, che ha un disperato bisogno di essere portato fuori da quella casa in un modo o nell’altro.

“E Lucy?” si ritrova a chiedere, voltandosi verso il calendario appeso alla parete.

Lei gli dà una risposta prima che possa trovarla da sé. “Non torneranno dall’Italia prima del venti.”

Si lascia andare contro lo schienale, sconfitto. Rose scivola giù dalla sedia, mette via le stoviglie della colazione, poi gli si avvicina e gli posa un bacio sulla guancia. Ron sorride appena al suo gesto, prima che il senso di impotenza e disdetta lo avvolga di nuovo. Osserva sua figlia avviarsi verso l’uscita della cucina, sparire oltre la soglia e, poi, un istante dopo, riaffacciarsi nuovamente.

“Dovresti portare almeno Hugo,” dice, “è tutta l’estate che è… triste.”

Esattamente, pensa Ron, mentre si limita ad un singolo cenno col capo. La ragazza scompare di nuovo e lui si passa le mani sul viso, stropicciandosi gli occhi. Attende appena qualche attimo per raccogliere il coraggio che gli serve, poi si mette in piedi e va verso le scale, alla ricerca di suo figlio.

Lo trova, com’era facile sospettare, nella sua stanza, raggomitolato sulla panca sotto la finestra. Sta disegnando sul suo blocco alla Babbana, con una matita, ma quando Ron annuncia la sua presenza bussando sul legno dello stipite solleva lo sguardo verso di lui e dà forma ad un largo sorriso.

“Ehi, stavo pensando,” comincia, avanzando nella stanza fino a raggiungerlo e sedendosi al suo fianco, “che visto che tutti sembrano avere altro da fare, quest’anno, in campeggio potremmo andarci noi due.”

Suo figlio esita per un attimo, stringendo la presa attorno alla matita, così Ron incalza, “Avanti, sarà divertente. Potrà diventare una nostra tradizione, qualcosa da fare io e te da soli.”

Hugo gli rivolge uno sguardo un po’ incerto. “Io e te facciamo già un sacco di cose da soli.”

Ron soffia fuori una risata, levando le mani in segno di resa. Lo sa, lo sa, che il tempo che spende con Hugo è immensamente più grande rispetto a quello che spendeva con Rosie alla sua età, ma sua figlia è sempre stata più indipendente, più testarda e libera, e Hugo invece–– con Hugo sente il bisogno di essere presente, di farlo ridere, di saperlo senza pensieri, di non perderlo di vista, mai. Ed è stato… silenzioso, quest’estate, non proprio triste come la sorella ha sostenuto poco prima, ma qualcosa di simile, per motivi che Ron ha cercato tutto il tempo di estorcergli senza successo. Così adesso tutto ciò che vuole è concedergli qualche giorno di tregua, portarlo lontano da casa nella speranza che si lasci indietro anche ciò che lo turba.

Hugo abbassa lo sguardo di nuovo sul suo blocco, riflettendo attentamente sulla sua proposta. C’è qualcosa di terribilmente serio nella sua espressione che mette Ron sull’attenti. Pronuncia il suo nome, costringendolo a riportare lo sguardo su di lui. “Cosa c’è?”

Suo figlio si stringe nelle spalle, senza dargli una vera risposta. “Se non vuoi venire va bene comunque,” riprende lui, nel tentativo di indovinare il motivo delle sue resistenze. Cerca di tenere la voce neutrale, senza fargli supporre quanto potrebbe dispiacergli un effettivo rifiuto, ma non può comunque evitare di avvertire un immenso sollievo quando Hugo scuote la testa.

“No,” dice, “andiamoci.” Dà forma ad un piccolo sorriso ancora un po’ titubante, poi posa il blocco da parte accanto a sé e si porta le ginocchia sotto il mento. “Ne parli tu con mamma, vero?”

Ron si morde l’interno della guancia e forza fuori una risata. La sensazione che il suo timore nei confronti di Hermione abbia molto a che vedere con i silenzi di questa estate gli si adagia nel petto e, osservando l’espressione appena preoccupata del figlio, diviene quasi certezza. La voglia di portarlo via, così che possano essere solo loro due, si fa ancora più forte.

Gli passa un braccio attorno alle spalle e se lo attira contro, sbilanciandolo e costringendolo a dimenarsi un po’, ridendo. “Certo, ci parlo io,” replica infine, quando Hugo si è adagiato contro di lui, sospirando piano, le dita aggrappate al braccio che lo stringe.

Quella tranquillità dura però pochi attimi, prima che il ragazzo si divincoli di nuovo e lo costringa a lasciarlo andare. Si risistema seduto sulla panca, più distante da lui di quanto fosse inizialmente, e riprendendo in mano il blocco da disegno dice, “Vorrei lavorarci ancora un po’”, indicando con un cenno lo schizzo a matita.

Ron nota l’improvvisa tensione nelle sue spalle e resiste al bisogno di chiedergli, per l’ennesima volta, quale sia il problema, perché d’improvviso ha paura che la risposta potrebbe non piacergli. Così, semplicemente, coglie l’invito a lasciarlo solo.

“Prima o poi dovrò anche andare a lavorare,” sospira, mettendosi in piedi e stiracchiandosi, ostentando una tranquillità che non prova davvero. Suo figlio gli rivolge un mezzo sorriso che sa un po’ di scuse e si rimette all’opera, così non gli rimane altro da fare che avviarsi fuori dalla sua stanza.

*


Rose è fuori con amici, così a cena sono solo loro tre: Hermione alla sua sinistra e Ron alla sua destra, seduti al tavolo l’uno di fronte all’altra Sua madre sta raccontando qualche aneddoto divertente della sua giornata lavorativa, ma Hugo non riesce davvero ad ascoltarla; c’è una tensione tutta nuova nel suo stomaco che a malapena gli permette di mandare giù il cibo. In parte, lo sa, il motivo sta nell’attesa che suo padre tiri fuori l’argomento campeggio; il resto, tuttavia, è qualcosa che si porta dietro dall’inizio dell’estate.

Avrebbe potuto essere in Scozia con Julie Bradford e Lily; avrebbe potuto se avesse accettato la proposta della prima, sua compagna di Casa, alla fine della scuola. Invece, sull’Espresso di ritorno a Londra, l’idea di restare settimane lontano da Ron lo aveva terrorizzato fin dentro le ossa e lo aveva spinto a dire di no. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo: ne avverte la consapevolezza solida, adagiata da qualche parte nel suo petto, e sa che se lo raccontasse a qualcuno ne avrebbe solo la conferma. Alla sua età dovrebbe dare di tutto per la possibilità di trascorrere del tempo lontano dalla famiglia, in particolare se Julie Bradford e suoi occhi dorati sono coinvolti, e il senso di inadeguatezza per le proprie scelte non ha fatto che ripresentarsi ad ondate in quelle settimane solitarie.

Adesso, l’idea del campeggio, l’idea di giorni e notti trascorsi in sua compagnia, gli fa correre allo stesso tempo scariche di felicità e di paura lungo tutta la schiena, in un alternarsi improvviso che lo lascia stordito e nauseato. È con uno sforzo enorme che prende con la forchetta un altro pezzo di pasticcio e se lo porta alla bocca, proprio mentre sua madre di alza per muovere la bacchetta e sparecchiare parte delle stoviglie utilizzate e suo padre dice, “Io e Hugo abbiamo deciso di andare qualche giorno in campeggio.”

Il boccone va giù come se fosse fatto di pietra. Spinge indietro il piatto, certo di essere giunto al limite, e Hermione gli rivolge un’occhiata che sa un po’ di preoccupazione e un po’ di rimprovero nel vederlo ancora mezzo pieno. Hugo si stringe nelle spalle, lo allontana ancora da sé finché lei non si decide a farlo svolazzare fino al lavello con un movimento della bacchetta.

“Campeggio, eh?” ripete dopo poco, tornando a rivolgersi al marito. “Ne siete proprio sicuri?”

Il suo sguardo indagatore investe anche lui a quella domanda; vorrebbe farsi piccolo, scomparire quasi, ammettere che no, non ne è sicuro per niente. Ma la voce di Ron suona gioiosa e serena quando le risponde, “Certo che ne siamo sicuri.”

Hermione incrocia le braccia al petto, serra le labbra in una linea sottile. Hugo può sentire la tempesta in arrivo. “I suoi voti,” comincia la donna, “sono stati pessimi quest’anno. Avrebbe bisogno di concentrarsi sui compiti e prendere un po’ di ripetizioni, non di una vacanza premio.”

Odia quando sua madre parla di lui come se non fosse lì presente. I pezzi di pasticcio si agitano nel suo stomaco e se non fosse per un violento sforzo di volontà è abbastanza certo che li rigetterebbe sul tavolo da un momento all’altro.

A contrasto con la durezza nel tono della moglie, quello dell’uomo non cambia. “Non è una vacanza premio,” ribatte, con un’allegra ostinazione, “è tempo di qualità trascorso con suo padre.”

Ne approfitta per girarsi rapido verso di lui, strizzargli l’occhio e lanciargli un piccolo sorriso. È un gesto che serve a tranquillizzarlo e, allo stesso tempo, un piccolo segreto solo per loro da condividere; la morsa che gli chiude lo stomaco si allevia di colpo, nonostante lo sguardo scettico di Hermione.

Alla fine, sua madre si lascia andare contro il ripiano della cucina, appoggiandovi la schiena, e sospira. Fissa gli occhi sul volto di Hugo. “Quando tornerete, ti concentrerai sul serio sui tuoi compiti. Ci lavoreremo insieme.”

Il pensiero quasi gli fa venire voglia di evaporare – trasfigurarsi in una bolla d’aria e, semplicemente, svanire. Suo padre risponde per lui, “Certo che lo farà”, ma si sente addosso lo sguardo di sua madre finché non si è sforzato ad annuire, tentando in tutti i modi di sembrare convinto.

*


Non sono soltanto i giorni più belli dell’estate, ma i giorni più belli dell’intero anno. Sistemano la tenda in riva al lago e spendono gran parte del tempo in acqua, a pesca, o esplorando i boschi vicini. Quando zio Harry li raggiunge nel weekend, restando una notte e basta, Hugo passa la serata ad ascoltare i racconti suoi e di suo padre attorno al fuoco, ridendo e sentendosi un po’ parte del loro mondo, anche se solo per alcune ore.

Ma la cosa migliore è essersi lasciato tutto indietro: il pensiero della scuola, le occhiatacce di sua madre, lo sguardo penetrante di Rose che sembra sempre essere sul punto di ravanargli nella mente con qualche incantesimo di Occlumanzia per capire, finalmente, cosa c’è di sbagliato in lui; e anche il resto della famiglia, i suoi cugini che non hanno più tempo per lui, le domande inquisitorie dei nonni e lo sguardo vagamente dispiaciuto quando scoprono che no, non ha ancora una fidanzata. Ciò che gli serviva, a quanto pare, era soltanto una foresta deserta lontana chilometri da casa. E Ron.

Il sollievo e la leggerezza che hanno caratterizzato questa settimana scompaiono l’ultimo giorno, proprio come il sole è scomparso dietro un nuvolone grigio che non accenna ad andarsene. Una pioggia fitta e leggera cade tutto il tempo e sa un po’ di fine dell’estate. Hugo e Ron restano rintanati nello spazio ristretto della tenda, che per una volta non è stato necessario espandere con la magia, tra giochi da tavola e chiacchiere prive di importanza; potrebbero tornare a casa in anticipo, darsi per vinti e arrendersi alla furia del tempo, ma nessuno dei due ne ha davvero voglia, così al proposito non vi accennano nemmeno.

È quando infine si fa sera e Ron inizia a sistemare le borse per la partenza del giorno dopo, che Hugo finalmente capisce: non è la foresta desolata ad averlo fatto sentire meglio, non è l’essere lontano da casa; è essere con lui, solo con lui, che fa tutta la differenza del mondo. La rivelazione gli pesa nel petto come un macigno; ingoia aria nel tentativo di mandarla giù e, mentre osserva l’uomo armeggiare con l’attrezzatura da campeggio, si porta le ginocchia al petto pensando che l’indomani sarà finita. Non avrà suo padre per sé per mesi ancora, forse fino all’estate successiva, e nel tempo restante dovrà sempre dividerlo con il resto della famiglia e con il lavoro, per poi lasciarselo indietro alla partenza per Hogwarts. Non si è ancora mosso da quella tenda e già sente tutta la nostalgia del mondo premergli sulle ossa, già l’idea di stare lontano da lui gli fa mancare il fiato, proprio come era successo sull’Espresso quando Julie gli aveva proposto la Scozia.

“Ok, il resto si farà domani mattina,” borbotta Ron in quell’istante, strappandolo bruscamente ai suoi pensieri. Va a sedersi sul proprio sacco a pelo con uno sbadiglio rumoroso e, infine, si volta verso di lui. La sua espressione muta subito, riconoscendo l’ombra scura sul viso del figlio. Non ha bisogno di chiedergli nulla; si limita a sorridere appena, indulgente, e ad allungare un braccio verso di lui facendogli cenno di avvicinarsi.

No, risuona nella sua mente, ma è troppo tardi e si sta già muovendo per raggiungere l’uomo sul suo sacco a pelo e rannicchiarglisi al fianco. Ron si stende, trascinandoselo dietro, e sistema su di loro il plaid leggero. “Ti dico un segreto,” mormora all’improvviso nella semioscurità della tenda, “nemmeno io voglio tornare a casa.”

Hugo gli si stringe contro ancora di più, nascondendo il viso sui suoi vestiti. Il cuore gli martella nel petto senza che sappia indicarne la ragione e, per un momento, non sa cosa fare di se stesso. La sua mano destra è posata sullo stomaco dell’altro ed è soltanto in ritardo che si accorge che lo sta toccando così casualmente. Ha scoperto una fascinazione che non credeva di provare nei confronti del corpo di suo padre, in quella settimana passata insieme; si è accorto di osservarlo spesso, mentre si cambiava, o prima che si immergesse nell’acqua del lago, e ne ha memorizzato i dettagli così bene che, chiudendo gli occhi adesso, riesce quasi a vederlo.

Di nuovo, agisce senza averlo deciso: si ritrova a spostare le dita di una manciata di millimetri sul torace dell’uomo, in una carezza tanto lieve da risultare quasi impercettibile. Per i secondi successivi trattiene il fiato, terrorizzato all’idea che Ron possa scostarsi infastidito o rimproverarlo, ma suo padre rimane immobile, il petto che si alza e si abbassa con regolarità, probabilmente più vicino al sonno che alla veglia, e lui torna a respirare. Non c’è un briciolo di tranquillità nel suo corpo; si sente teso e sulle spine, ma non è questa la cosa peggiore, no.

La cosa peggiore è la voglia che prova di toccarlo ancora, di accarezzarlo come ha appena fatto, per memorizzare meglio le forme del suo corpo, per sentirne la concretezza; l’abbraccio asimmetrico in cui si trovano adesso non è abbastanza, non lo è per niente, ma non sa dire cosa lo sarebbe. Ignorare quel desiderio gli sembra un’impresa impossibile, ogni cellula del suo corpo pare pronta ad andare a fuoco, soprattutto i punti in cui il corpo dell’uomo e il proprio si toccano; vorrebbe allontanarsi, ma non è certo di poterlo fare senza richiamare l’attenzione di Ron e ricevere una domanda a cui non saprebbe che risposta dare.

Così si sforza a rimanere immobile, a reprimere ogni cosa nel retro della propria mente, dando la colpa alla confusione del momento, all’aver lasciato vagare la sua fantasia già fin troppo sviluppata; ritira la mano, portandosela contro il petto, e ignora con determinazione la bolla di calore nel suo basso ventre. Serra le palpebre e cerca in tutti i modi di addormentarsi.

Il mattino dopo, quando riapre gli occhi per scoprire Ron già sveglio e in piedi ad armeggiare con la bacchetta e la colazione, ha dimenticato ogni cosa. Gli resta solo la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, di aver compiuto un errore grossolano, senza però riuscire a capire quale fosse.


ii

Ron si passa una mano tra i capelli, cercando di contenere la frustrazione. “Hermione,” comincia con un sospiro stanco, “non farla tanto lunga.”

Sua moglie, che ha ancora tra le mani la lettera marchiata dallo stemma di Hogwarts, allarga gli occhi in un’espressione incredula. “Ti rendi conto che si tratta dei G.U.F.O., vero?” gli domanda, irritata, “Questi risultati sono terribili.”

“Hermione,” tenta di nuovo, nel tono più conciliante che riesce a trovare, ma lei non lo sta nemmeno a sentire. Muove alcuni passi agitati nella cucina, avanti e indietro senza una vera meta, finché non posa finalmente la pergamena sul tavolo, continuando a tenervi lo sguardo fisso come se potesse mutare qualcuna delle lettere impresse su di essa con la sua semplice forza di volontà.

“Se non fosse così pigro, se solo si impegnasse––”

“No,” sbotta Ron, interrompendola bruscamente, l’accusa nei confronti del figlio che gli affonda dritta nello stomaco come se si fosse trattato di un pugno. Gli occhi della donna scattano su di lui. “Non è pigro, non è quello il problema. È solo che a Hogwarts insegnano una marea di roba inutile. Prendi Storia della Magia?” Si interrompe per fare un gesto violento con la mano. “Chissenefrega! Sei probabilmente l’unica che l’ha mai davvero studiata.”

Sua moglie serra la bocca in una linea sottile, l’irritazione che prova quasi palpabile nell’aria circostante. Ron è certo che stia contando fino a dieci, prima di dargli una risposta e, infatti, quando parla il suo tono è più calmo e controllato.

“Va bene, come ti pare,” ribatte, “ma devi ammettere che avere dei voti decenti ad Hogwarts è l’unico modo per avere una carriera degna di questo nome nel nostro mondo.” L’uomo avverte il bisogno di volgere gli occhi al cielo, ma si costringe a trattenersi per paura di peggiorare la situazione. Lei continua, “Vorrei solo che avesse un briciolo di ambizione. Cosa pensi che ne farà della sua vita quando Hogwarts sarà finita e lui si ritroverà con un paio di M.A.G.O. al massimo?”

“Che stronzate,” borbotta Ron, quasi tra sé, mentre si passa le mani sul viso. È stanco di quella conversazione che sembra l’ennesima ripetizione di tante già avute in precedenza. “Hugo ha ambizione,” riprende con forza, cercando di farle capire, “e se spendessi un po’ di tempo in più a parlargli, se stessi un po’ con lui, forse lo sapresti anche tu.”

Hermione aggrotta le sopracciglia. “Intendi il negozio? Perché quello non è esattamente––” si interrompe, di colpo conscia di quello che sta per dire. Ron la vede mordersi un labbro, incerta, e una collera sorda monta dentro di lui.

“Non è cosa?” la incalza, sfidandola a continuare. Le parole che sua moglie non ha il coraggio di pronunciare pesano nell’aria tra loro come se fossero di pietra. Per lui non è nulla di nuovo; è sempre stato cosciente dell’opinione di Hermione sul suo impiego e, anche questa volta, non gli arriva come una sorpresa. “Se mi consideri un fallito ammettilo, avanti. Ammettilo.”

“Non lo penso.” La voce le trema un po’, forse per lo sforzo di suonare conciliante, raddolcita. “Ciò che penso è che Hugo potrebbe aspirare a qualcosa di diverso.”

“Diverso,” soffia fuori Ron, mentre una risata rabbiosa gli sale alle labbra. Intende migliore, ovviamente. “È quello che vuole, Hermione, è quello che gli piace. E sai che? Ha anche un talento tremendo. È stato di grande aiuto a George durante le vacanze di Natale e lui lo ripete di continuo.”

“E se lo dice George…”

È la goccia che fa traboccare il vaso. Ron sente il bisogno di voltarle le spalle, di andarsene e lasciarsela indietro, perché l’ira che prova nei suoi confronti in questo momento rischia di strabordare ed investirlo completamente. “Devo uscire di qui,” annuncia, già dirigendosi fuori dalla cucina.

Hermione lo richiama, ma debolmente, e lui non si ferma nemmeno a sentire cosa ha da dire. Ha smesso – per oggi almeno – di darle una possibilità, e non ha nessuna intenzione di rimanere lì ad assorbire accuse dopo accuse, nei confronti suoi, della sua famiglia e del suo lavoro.

È in corridoio e quasi alla porta quando, con la coda dell’occhio, avverte una presenza in cima alle scale. Il cuore gli schizza in gola, mentre si volta per accertarsene e il suo sguardo si posa su Hugo, seduto sull’ultimo scalino con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e un’espressione spenta sul viso. Li ha sentiti, è la certezza che si affaccia alla mente di Ron in quel momento, buona parte della lite se non ogni parola. Il suo stomaco affonda: resta lì, immobile, senza sapere che fare o dire.

“Lei non––” comincia, dopo un tempo che gli è parso lunghissimo. Si interrompe e ritenta con un, “Io devo––” Alla fine scuote la testa, insoddisfatto anche da quell’esordio. “Vado giusto a fare un giro, tornerò presto.”

Tenta un sorriso debole, che vuole essere rassicurante ma non ci riesce nemmeno un po’; suo figlio continua ad osservarlo come se gli vedesse attraverso e impiega un po’ ad annuire, dandogli cenno di aver capito. Ron sente una nota amara risalirgli lungo la gola, posarglisi sulla lingua; potrebbe girarsi e andarsene e respirare, fuori da lì, l’aria e la libertà di cui ha bisogno. Ma lasciare Hugo da solo, al momento, non gli pare un’opzione accettabile.

“Vuoi venire con me?” gli propone, cauto ed esitante. Il ragazzo, questa volta, non impiega che pochi istanti ad accennare un sì con la testa e ad alzarsi per raggiungerlo.

*


Le strade di Diagon Alley, nonostante il caldo, sono gremite di gente. Le risate e il vociare in cui si ritrovano immersi, una volta Smaterializzatisi in un vicolo, fanno da netto contrasto al silenzio cupo che li avvolge. Hugo continua a rigirarsi in mente le parole dei suoi genitori, cercando, ogni volta che se le ripete, una nuova sfumatura di significato nel tono di sua madre; parte di lui è grato di essere riuscito ad origliare quella conversazione lontano dalla collera di Hermione, ma un’altra parte avrebbe desiderato guardarla in viso, verificare con i propri occhi lo stato d’animo della donna mentre diceva: Se non fosse così pigro, se solo si impegnasse.

È quello il principale motivo per cui i tentativi di Ron di chiacchierare vanno a vuoto. Nel fondo della sua voce, Hugo sente ancora la nota rabbiosa che lo aveva caratterizzato nella discussione di quella mattina; gli vede quella stessa tensione addosso, benché suo padre tenti di comportarsi come se nulla fosse e si ostini a illuderlo che sia tutto passato. Lui non riesce a fare altrettanto.

Alla fine, l’uomo lascia cadere ogni proposito e, con un sospiro, propone, “Andiamo in un posto tranquillo, ok?”

Che il posto tranquillo fosse il negozio di scherzi, forse doveva aspettarselo. Zio George li saluta con un sorriso sorpreso, mentre chiede al fratello, “Che ci fai qui? È il tuo giorno libero.”

Ron lo liquida in fretta, “Io e il ragazzino eravamo nei paraggi,” e si dirige di sopra, facendosi largo nella calca di clienti che infestano lo spazio antistante al bancone. Hugo lo segue, faticando un po’, e si affretta su per le scale dietro l’uomo. Il chiasso del negozio non arriva quasi per nulla al piano superiore, dove l’appartamento in cui viveva suo zio è stato sostituito da un laboratorio e un magazzino, che risultano immersi in una quiete pacata e serena, piacevole: esattamente ciò di cui Hugo aveva bisogno. D’improvviso lo colpisce la realizzazione: queste quattro mura sono quanto di più sicuro suo padre conosca, un rifugio in cui lui solo può rintanarsi; il fatto che l’abbia condotto qui lo fa sentire come a parte di un segreto, qualcosa che possano condividere insieme.

Con uno sbuffo, Ron si lascia cadere sul divano logoro al centro dello stanzone e Hugo lo segue; il silenzio tra loro ristagna per alcuni minuti e la sua mente torna inevitabilmente in quel posto scuro in cui Hermione ripete, E se lo dice George…

“È vero?” si ritrova a chiedere, ancor prima di rendersene conto, attirando su di sé l’attenzione dell’uomo. “Che sono pigro e non ho talento?”

“Merlino, Hugo,” geme Ron, sospirando stancamente, “no che non è vero.” Si passa una mano sul volto, poi si sistema in modo da fronteggiarlo. “Ascolta,” comincia, posandogli le dita sul mento per costringerlo a sollevare la testa e a guardarlo, “tua madre ha delle definizioni piuttosto rigide di cose come ‘talento’ e ‘successo’, ma questo non significa che abbia ragione.”

Il ragazzo vuole credere alle sue rassicurazioni, lo vuole davvero, ma in qualche modo non riesce a non pensare che Ron sia di parte, che forse non lo vede in maniera oggettiva come fa Hermione. Si morde un labbro, incerto, mentre il silenzio cala di nuovo.

“Vorrei che non avessi sentito quella discussione,” mormora suo padre, quasi tra sé, il tono che trabocca di senso di colpa.

“Non ha completamente torto, i miei voti sono stati davvero terribili,” si ritrova a replicare. Si guarda le mani, valutando se proseguire o meno, se mettere in parole i pensieri che cova fin dalla fine degli esami. Sente gli occhi dell’uomo su di lui: attende pazientemente che giunga ad una decisione; questo lo incoraggia. Si prende il suo tempo, ma alla fine dice, tutto d’un fiato, “Potrei fermarmi ai G.U.F.O. e non tornare a scuola il prossimo anno. I M.A.G.O. non sono così importanti, giusto? Tu e zio Harry, e anche zio George, non ne avete avuto bisogno. Potrei venire a lavorare qui al negozio e…” Non termina la frase, lanciando un’occhiata cauta verso Ron, mentre scrolla le spalle in un modo che evidenzia tutta la sua insicurezza.

“Tua madre ne morirebbe, temo,” è il commento dell’altro. Hugo lo vede scuotere la testa, ma c’è l’ombra di un sorriso sul suo viso. Passa qualche attimo in cui suo padre sembra ponderare attentamente le parole che sta per pronunciare. “Non dovresti davvero considerare me o Harry, il nostro – beh, il suo – è stato un caso piuttosto particolare,” si ferma e dà forma ad un piccolo sorriso. “Facciamo così: provaci per il prossimo anno ancora e vediamo come va. Se l’estate prossima la pensi ancora in questo modo, diremo addio ad Hogwarts e tanti saluti.”

Quella proposta gli giunge completamente inaspettata e, in un attimo, spazza via la nuvola scura in cui Hugo si è sentito avvolto nelle ultime settimane. “Promesso?” si ritrova a chiedere, il tono che gli si accende di speranza.

Ron annuisce e gli sorride. “Promesso.”

Hugo gli allaccia le braccia alla vita e si preme contro di lui. Non si è reso conto di quanto desiderasse quel contatto finché non l’ha cercato; la mano di Ron che si posa sui suoi capelli, tenendoselo stretto, è tutto ciò di cui aveva bisogno per ritrovare la propria tranquillità e lasciar andare il senso di ansia e disagio. Resta così per alcuni secondi, in silenzio, godendosi semplicemente il calore del corpo dell’altro, che accanto a lui sembra aver assunto il suo stesso atteggiamento rilassato. Poi gli torna in mente un dettaglio della discussione di quella mattina e sente di nuovo la necessità di parlare.

“Non sei un fallito,” comincia, il viso nascosto nei suoi vestiti e le parole che vengono fuori un po’ soffocate. “E se mamma lo pensa si sbaglia.”

Ron non replica nulla, ma lo stringe forte per un breve momento. Il silenzio che cala subito dopo gli fa pensare che non aggiungerà niente di più, ma dopo un tempo che gli pare lunghissimo l’uomo riprende, “Sarei potuto essere un Auror, sai?”

Hugo si allontana da lui il necessario per guardarlo in viso, per cercare i suoi occhi che, però, sono fissi in un punto lontano.

“Dopo la guerra ho lavorato per il Dipartimento con zio Harry e—non so, se fossi rimasto forse ora sarei un suo collega, avrei una mia squadra da dirigere. Chissà.”

“Non ti piaceva?”

Ron ridacchia. “Mi piaceva da morire. Ma…” La sua voce scende di un tono, diventa più confidenziale. “Zio George, capisci? Dopo la morte di Fred non era in sé, si sentiva così solo. Non riusciva a stare in negozio perché gli ricordava lui, ma non poteva nemmeno a starne lontano perché era ciò che avevano costruito insieme.” Hugo lo lascia proseguire, ascoltandolo con attenzione, osservando il dolore e la fatica che quei ricordi gli provocano disegnarsi sul suo viso. Alla fine si interrompe, scrolla le spalle in un movimento quasi impercettibile e conclude, “Ero l’unico che poteva aiutarlo in qualche modo. Così…”

Non ha bisogno di sentire la fine di quella frase per indovinare cosa suo padre sta tentando di dirgli. Lo stomaco gli affonda mentre chiede, “L’hai fatto per lui?”

Ron annuisce. “Doveva essere una soluzione temporanea all’inizio, sarei stato qui giusto per un po’ di tempo. Ma poi ha cominciato ad essere di nuovo felice di quello che faceva, è tornato se stesso e il negozio piaceva un sacco anche a me. Dopotutto è o non è il lavoro più divertente del mondo?”

Hugo sente una serie di fuochi d’artificio esplodergli nel petto. Esita solo un attimo, poi allaccia le braccia al collo dell’uomo e gli si preme contro, ancora una volta, perché l’affetto che sente per lui dopo aver ascoltato questa breve storia gli sembra infinito e inesprimibile. Vorrebbe dirglielo, vorrebbe riuscire a spiegargli che lo ritiene la persona migliore del mondo, vorrebbe essere in grado di mettere in parole l’amore che prova per lui, ma non sa dove cominciare. Si limita a mormorare, la voce soffocata contro la sua spalla, “Mamma non sa quanto è fortunata.”

Suo padre resta per un attimo interdetto, poi lascia uscire uno sbuffo divertito, il respiro che gli sfiora la nuca, e lo stritola in un abbraccio. Le sue mani scendono subito dopo a solleticargli i fianchi e Hugo scoppia a ridere, cerca di divincolarsi senza però impiegare reale forza; nel suo contorcersi finisce mezzo sdraiato sul divano e Ron, che ride con lui, posa il palmo sul cuscino lì accanto per reggersi e non rovinargli addosso.

“Sono piuttosto fortunato anche io,” gli confessa, non appena la sua risata si calma e torna il silenzio. Hugo capisce al volo cosa intende: sa che non sta parlando di Hermione, né di nessun altro, ma soltanto di lui. I fuochi d’artificio fanno il loro ritorno – o forse è il suo cuore che batte troppo forte – mentre realizza che le sue braccia sono ancora aggrappate al collo di Ron e che l’uomo è così vicino che riesce a sentire il suo respiro che si infrange sulla sua guancia.

“Vorrei che fossimo solo noi due,” soffia fuori, la frase che gli sale alla gola spontanea, del tutto improvvisa. Si morde un labbro perché il primo istinto, se potesse, sarebbe quello di rimangiarsela all’istante, mentre un brivido freddo di paura gli scorre lungo la schiena al pensiero di come suo padre possa intenderla.

Ma la bocca di Ron si piega appena verso l’alto, in un sorriso che non ha nulla del divertimento e dell’allegria di poco prima, ma che sa di calore e di qualcosa che Hugo non è in grado di identificare. I suoi occhi restano fissi sulle sue labbra; nel petto gli si muove ancora quel bisogno, quella necessità di mettere in parole, o in atti, o semplicemente di esprimere in un modo qualsiasi, il bene che gli vuole. Nel retro della propria mente, quel mondo in cui esistono solo loro due prende forma: riesce a vedere il modo in cui si bastano, la totale assenza di rimpianti, di liti, di recriminazioni, di paura.

“Saremmo felici,” si ritrova ad ammettere, rompendo appena il silenzio per mormorare un segreto che è unicamente per le loro orecchie.

Ron lo guarda fisso, mentre il sorriso scompare dal suo viso. “Lo saremmo, vero?”

Hugo non sa dove stia trovando il coraggio di sostenere il suo sguardo, l’intensità dentro di esso che rischia di travolgerlo sempre più ad ogni attimo che passa. Sa che, in questo momento almeno, condividono la stessa nostalgia verso qualcosa che non c’è, ma allo stesso tempo non sa cosa farsene di questa consapevolezza, non sa in che tassello del loro rapporto inserirla, non sa come muoversi, cosa dire, cosa fare.

In un movimento lento, rispondendo al disperato bisogno che avverte di toccarlo, le sue mani scivolano in avanti fino a posarsi sul collo dell’uomo, il pollice che disegna cerchi leggeri sulla sua guancia e sulla linea della sua mandibola. Vorrebbe scivolare di nuovo tra le sue braccia, o, meglio ancora, vorrebbe sentire il peso del suo corpo sul proprio, avvertirne la concretezza, la stabilità; così inizia a tirarlo verso di sé, piano, e Ron lo lascia fare, assecondando i suoi movimenti e abbassandosi su di lui millimetro dopo millimetro.

Hugo non riesce nemmeno ad immaginare cosa succederà di lì a poco, quando i loro visi saranno così vicini che i respiri si mescoleranno l’uno all’altro, e forse non lo scoprirà mai, perché un rumore alla base delle scale li fa sobbalzare entrambi. Ron scatta indietro, riportando un metro buono di distanza tra loro, e Hugo si rimette seduto, un braccio appoggiato contro la spalliera.

“Ehi, Ron,” George lo chiama, comparendo sul pianerottolo, “sai se abbiamo ancora una scatola di Pasticche Vomitose? Giù in negozio sono finite.”

Suo padre si alza in piedi, replica con rapidità, “Certo, te la porto io”, e suo zio torna di sotto con un cenno di assenso e una mano levata in segno di ringraziamento. Lo scambio non dura che pochi attimi, ma basta perché tutto quello che c’era fino a poco prima sembri un lontano ricordo, o magari una fantasia esistita solo nella sua testa.

Hugo si tortura le mani, nervoso, impedendosi con tutto se stesso di pensare, e Ron muove alcuni passi agitati nel magazzino, alla ricerca di ciò che il fratello gli ha chiesto. Si ferma di colpo, voltandosi a guardarlo da sopra una spalla. “Già che ci sono mi fermo ad aiutare, ok? Tu dovresti andare a casa con la Metropolvere, è quasi ora di pranzo.”

Torna subito a girarsi di nuovo, per cercare la propria bacchetta e rivolgere la propria attenzione agli scaffali del magazzino, e al ragazzino non rimane che fare come gli ha chiesto, disperatamente ignorando il peso che avverte nello stomaco.

*


“So che hai sentito quanto io e tuo padre ci siamo detti l’altro giorno,” dice sua madre tutto d’un fiato, “e ti devo delle scuse.”

Lo stomaco di Hugo si contrae: il tono serio della donna gli fa sempre quest’effetto, mettendogli addosso una tensione a cui non riesce ad abituarsi. Punta gli occhi sul libro di Trasfigurazione che ha aperto in grembo, fissando le parole impresse sulla carta senza vederle davvero.

La lite tra i suoi genitori è stata l’ultimo pensiero nella sua mente, rimpiazzato piuttosto dal resto della mattinata passato con Ron e dall’atteggiamento normale e consueto con cui suo padre l’ha trattato nei giorni seguenti, che ha fatto nascere in lui la certezza di aver sognato o immaginato gran parte delle ore trascorse insieme. Sentirla parlare di nuovo di quell’evento, però, riporta a galla il forte senso di inadeguatezza che aveva provato; gli sale sul viso un rossore che sa di vergogna e sua madre, sedendosi sul letto accanto a lui, lascia uscire un piccolo sospiro.

“Quello che ho detto, l’ho detto perché sono preoccupata per te,” si giustifica. “Vorrei solo che capissi che avere buoni risultati ad Hogwarts sarà utile per il tuo futuro, anche se studiare non ti piace.”

Si sbaglia: imparare cose nuove gli piace, è l’incessante ripetersi di nozioni superflue che lo annoiano, la teoria a cui non segue mai la pratica, l’importanza data a materie che, lo sa di sicuro, nella vita non gli serviranno mai a nulla. A sua madre non sente di poter dare questo tipo di spiegazioni, così si accontenta di un vago, “È che non mi interessa.”

“E cosa ti interessa? Il negozio di scherzi?”

Forse la sta immaginando, ma nel suo tono avverte un’accusa implicita che lo mette ancora più a disagio: quella non è una risposta valida, sembra pronta ad ammonirlo, anzi è una risposta completamente sbagliata. La replica gli muore in gola e il silenzio si estende per alcuni, lunghissimi e terrificanti secondi.

“Sai cosa penso?” riprende infine la donna. Il suo tono è tornato dolce e morbido e le parole le vengono fuori con cautela, come se ognuna fosse stata pensata e ripensata per ore prima di essere pronunciata. “Penso che forse trascorri troppo tempo con tuo padre.”

Lo stomaco di Hugo affonda di nuovo. Si volta a guardarla sconcertato, incapace di credere di aver sentito davvero quella frase, mentre il cuore prende a martellargli nel petto perché di colpo gli pare che sua madre sappia ogni cosa, che gli abbia letto nella mente cosa è accaduto – o stava per accadere? Non sa più dirlo con sicurezza –, che abbia intercettato ogni briciola di desiderio, ogni frammento della sua immaginazione, e sia pronta a prendere provvedimenti. La gola secca gli impedisce di dare forma ad un suono qualsiasi, così si limita a restare immobile, terrorizzato fin nelle ossa, sentendosi un animale in gabbia pronto ad andare al macello.

Hermione sembra confondere il suo picco d’ansia per qualcos’altro: solleva le mani davanti a sé e si affretta ad aggiungere, “Non che sia una cosa brutta,” in un tono che lo porta a pensare che invece lo è, lo è davvero. “Quello che intendo è che hai bisogno di frequentare ragazzi della tua età, vedere il mondo, prenderti il tempo di capire cosa vuoi fare della tua vita… Insomma, tuo padre non può essere il tuo unico punto di riferimento, o il tuo unico metro di giudizio.”

Peccato che lo sia. Peccato che sia tutto quello e anche di più. Ancora una volta, si ritrova senza una risposta da darle, ma solo con il desiderio che lei lo lasci al più presto, perché non ne può più di sentirsi così esposto e teso, perché ha bisogno di piangere, forse, e non può lasciare che lei se ne accorga.

Hermione gli porta una mano sulla guancia, lo accarezza un po’, poi gli sposta una ciocca di capelli dal viso. “Penserai a quello che ti ho detto, vero?”

Hugo annuisce – ci penserà, certo che ci penserà; molto probabilmente riuscirà a pensare a poco altro e finirà col rigirarsi le sue parole nella mente per giorni e giorni, fino allo sfinimento –, con un gesto affrettato che spera concluda quella dolorosa conversazione. Sua madre, infatti, fa un cenno di assenso a sua volta e si mette in piedi.

“Sarò a casa tutto il giorno, se vuoi aiuto con Trasfigurazione,” gli ricorda prima di uscire. Hugo non replica nulla, contando i secondi che mancano al chiudersi della porta alle sue spalle. Il senso di sollievo che prova allora, non dura che pochi istanti. Ricade indietro sul materasso, sistemandosi fino ad affondare il viso nel cuscino e, serrando gli occhi, spera che la conversazione appena avvenuta lo lasci in pace il prima possibile.

Non succede; continua ad averle in mente nei giorni seguenti, in ogni momento, come una lampada rotta che fa luce con un’intermittenza estenuante. Le ha in mente ogni volta che Ron entra nel suo campo visivo e le ha in mente qualche settimana dopo, a ridosso di agosto, quando suo padre, sorridendo allegro, gli propone il campeggio. Sono seduti a cena con Rose e, nonostante Hermione sia ancora bloccata in ufficio e lontana chilometri, Hugo si sente addosso il suo sguardo vigile. Così deglutisce, si ripete per l’ennesima ciò che lei gli ha detto, e replica, “Mi dispiace, non mi va.”

Cerca di non notare il lampo di dispiacere che passa nello sguardo dell’uomo.

| parte due |

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