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[hp] how all this, and love too, will ruin us ~ ron/hugo

| parte uno |




iii

“Immagino che il Ministro sia stato trattenuto?”

Seduta dietro la scrivania dell’ufficio del Preside, Minerva lo guarda da sopra gli occhiali, le sopracciglia sollevate, e Ron non riesce a fingere di non aver colto il sarcasmo nascosto nella sua domanda. Sente un principio di rossore salirgli al viso, ma lo reprime dicendosi che no, non è lui che deve vergognarsi per l’assenza di Hermione.

“Già,” si limita a rispondere, abbassando di riflesso i propri occhi sul pavimento mentre prende posto su una delle poltrone di fronte a lei.

La McGranitt fa schioccare la lingua, risparmiandosi ogni ulteriore commento, cosa per cui le è estremamente grato. Poi si schiarisce la voce, porta le mani di fronte a sé premendo i palmi l’uno contro l’altro. “Forse hai già un’idea del motivo per cui ti–– vi¬ ho convocato.”

Ron prende un respiro profondo, aggrappandosi ai braccioli della poltrona come se potessero davvero offrirgli un qualche sostegno. “Si tratta dei suoi voti?”

La donna lo osserva, seria, per un momento di troppo. “Non solo.”

La ascolta elencare una serie di problemi – l’isolamento in cui Hugo sembra essersi rinchiuso, la sua scarsa partecipazione alle lezioni, la sua costante distrazione – e, ad ogni minuto che passa, il nodo che gli ha stretto la gola sembra rafforzarsi, impedendogli persino di prendere fiato.

“Devo proprio chiedertelo,” riprende Minerva dopo qualche istante, il tono più confidenziale, “ci sono problemi a casa? Gli è successo qualcosa?”

Ron fa per replicare, ma le parole gli rimangono incagliate da qualche parte nel petto e non vengono fuori. Il problema è che non lo sa: non ha idea di cosa sia accaduto l’estate precedente che abbia mutato di colpo il loro rapporto, tanto da far crescere una barriera – inscalfibile persino per lui – attorno a suo figlio. Ha perso il conto dei tentativi fatti, così come delle lettere che, dalla partenza per Hogwarts del ragazzo, gli ha mandato e che non hanno ricevuto risposta, se non per poche righe una volta ogni tanto in cui si rivolgeva soprattutto a sua madre.

Si prende il viso tra le mani, abbandonandosi a quel piccolo lampo di disperazione nonostante si senta addosso lo sguardo preoccupato della Preside, poi si sforza a dire, “La verità è che non si confida più molto nemmeno con me.” L’ammissione gli suona terribile e spaventosa, come se, adesso che l’ha riconosciuto a voce alta, il suo distacco da Hugo avesse assunto contorni reali e concreti e fosse diventato irreparabile.

Di fronte a lui, la McGranitt prende un profondo sospiro e abbassa gli occhi sulla scrivania.

“Proverò a parlargli, appena tornerà a casa per Natale,” Ron aggiunge, nel vano tentativo di farle credere di avere ancora la situazione sotto controllo.

“È una buona idea,” concorda la donna. “E se hai bisogno di discuterne ancora…”

Si mette in piedi, costringendola ad interrompere la frase, la necessità di uscire da quell’ufficio di colpo opprimente che lo spinge a muoversi. “Ti ringrazio, Minerva,” la saluta, avviandosi verso la porta.

La Preside dà forma ad un impercettibile sorriso. “Buona fortuna.”

*


“Vuoi venire con me al negozio? Puoi aiutarci con la folla di Natale.”

Lo stomaco di Hugo affonda. Essere di nuovo a casa non è facile: si sente addosso la medesima tensione che avverte a scuola, sottoposto al giudizio degli altri per ogni cosa che fa o che dice; eppure, adesso, quasi preferirebbe essere ad Hogwarts invece che qui, così da poter evitare di dare a suo padre una risposta che non vuole sentire. Mantenere il suo proposito di passare meno tempo con lui, di allentare il doppio filo che li lega, è più semplice quando si trova a chilometri di distanza e può limitarsi ad ignorare le sue lettere.

Fare i conti con il suo sguardo ferito mentre gli dà l’ennesimo diniego, invece, gli causa un dolore sordo al petto. Ron accusa il colpo piegando leggermente la bocca verso il basso; rimane ad osservarlo per qualche momento e il ragazzo, seduto sul proprio letto, serra le dita attorno alla coperta, temendo quello che sta per arrivare.

“Hugo,” comincia infatti suo padre, con un piccolo sospiro, “ho bisogno di sapere cosa sta succedendo. È qualcosa che ho fatto?” La sua voce è bassa, incerta, forse appena tremante, e il senso di colpa annidato a fondo del suo sguardo non riesce ad ignorarlo.

Sa di dovergli la verità.

“Mamma pensa che siamo troppo vicini e che allontanarci mi faccia bene,” confessa tutto d’un fiato, fissando un punto davanti a sé perché non ha il coraggio di incrociare i suoi occhi.

Al limite del suo campo visivo, Ron traballa abbastanza da doversi appoggiare allo stipite della porta. Hugo lo sente muoversi subito dopo, compiere alcuni passi e crollare seduto sul letto, dal lato opposto rispetto a dove lui è seduto. Le sue parole suonano lontane, incredule, quando chiede, “Lei–– cosa?”

Gli fa un resoconto preciso della conversazione avuta con sua madre. Se la ricorda ancora alla perfezione, ma il punto non è quello. Il punto è che se fosse onesto – e se fosse coraggioso abbastanza – ammetterebbe come si sente davvero, gli direbbe che Ron per lui è tutto e ne è terrorizzato, gli ricorderebbe di quella mattina estiva al negozio di scherzi e della scintilla che gli si era accesa nello stomaco. Invece, non aggiunge niente di più.

Suo padre resta immobile e in silenzio per un momento interminabile, un gomito posato su un ginocchio e il viso nascosto nel palmo di una mano. Poi ingoia aria e, voltandosi verso di lui, domanda, “È quello che vuoi anche tu?”

Sta facendo uno sforzo inumano per restare calmo, Hugo lo sa. Un lampo di gratitudine gli esplode nello stomaco e per un doloroso istante non desidera altro che lanciarsi tra le sue braccia e restare aggrappato a lui per ore. Reprime quell’istinto, lo mette da parte, e si sforza ad annuire. “Credo di sì.”

Ron espira. “Allora va bene.”

Gli serve qualche secondo per registrare quelle parole, per coglierne il senso e il tono con cui sono pronunciate. “Scusa,” soffia fuori, ma suo padre scuote la testa.

“Non sono arrabbiato con te.” La sorpresa gli colora l’espressione, mentre si gira finalmente ad incrociare il suo sguardo, così l’altro conferma, “Non lo sono, davvero. Se è quello che vuoi, va bene.”

Lo vede sollevare una mano, tenerla per un attimo sospesa tra loro, verso di lui, e poi lasciarla ricadere. Hugo non vorrebbe niente più che sentirsi toccare, ma l’uomo si mette in piedi. È quasi fuori dalla porta quando, da sopra una spalla, aggiunge, “Se hai bisogno di me…”

Non riesce a finire la frase, ma al ragazzo non serve. Annuisce, dandogli segno di aver capito, e lo guarda andare via.

Il dolore al petto che avverte è abbastanza sicuro sia mancanza.

*


Tra i suoi genitori si apre una crepa evidente, una spaccatura fatta di silenzi incolleriti che non sembra nemmeno lontanamente sanabile. Persino quando si trasferiscono alla Tana per Natale e i giorni successivi, Ron e Hermione continuano a non parlarsi se non tramite borbottii risentiti, frecciatine antipatiche o improvvisi scoppi d’ira.

“Hanno di nuovo litigato a causa tua?” gli chiede Rose.

Hugo non sa cosa replicare. Non ne ha la certezza, ma le probabilità sono alte, così si limita a guardarla e a sentirsi in colpa. Sua sorella gli legge la risposta addosso e scuote la testa, esasperata.


iv

“Sei sicuro che non ti dispiaccia rimanere per la chiusura al posto mio?” gli domanda George.

Ron scrolla le spalle. Con Hugo di nuovo ad Hogwarts, Rose ormai stabilmente trasferitasi nel centro di Londra e Hermione, con cui i rapporti non sono mai tornati alla normalità dopo la lite di Natale, che come sempre reagisce ai loro problemi lanciandosi a capofitto nel lavoro, la verità è che non ha nessuna voglia di tornare in una casa vuota. “Figurati,” replica, ostentando un tono casuale che spera dissuada il fratello dall’indagare, “non è un problema.”

George non sembra del tutto convinto, ma, per sua fortuna, lascia cadere l’argomento. “Beh, grazie allora. Angelina ci tiene davvero a questa serata,” gli dice, poi raccoglie la propria roba e, dopo averlo salutato, si avvia fuori dal negozio. Ron fa scattare la serratura con un colpo di bacchetta e si mette al lavoro.

Se la prende con calma, così, quando ha finito, è passata più di un’ora. Attorno a lui, la sera è calata da un po’ e il vento che sente soffiare in strada gli fa presagire un freddo che, nei locali riscaldati dei Tiri Vispi, per fortuna non può raggiungerlo. La voglia di rincasare non è ancora comparsa, per cui, spegnendo le luci nel negozio, si dirige di sopra, dove prende una Burrobirra e si lascia andare sul divano.

Si guarda intorno alla ricerca di qualcosa da fare, di un’idea, di un modo per tenersi occupato, ma non trova nulla. Gli balena in mente l’idea di chiamare Harry, chiedergli di vedersi al Paiolo per cenare insieme, ma poi si ricorda che l’amico è impegnato in un’indagine su alcuni artefatti magici illegali ritrovati di recente e, a quest’ora, sarà ancora sepolto in ufficio o a godersi del meritato riposo in famiglia.

Un peso che sa di insoddisfazione gli si adagia sulle ossa. È facile cedere alla solitudine, in una sera così – buia, fredda, noiosa – ed è facile sentire l’assenza che lo circonda. Ma non è la mancanza di Harry, di sua moglie o di qualcuno dei suoi fratelli che sente con maggiore intensità: è Hugo che gli manca di più, in una maniera quasi irreale. Gli manca scrivergli e ricevere le sue lettere, gli mancano le sue confidenze, il modo allegro in cui, prima, tendeva ad informarlo di tutto; gli mancano le loro chiacchierate e il tempo che trascorrevano insieme, di cui conserva i ricordi migliori. Forse è per questo che l’inverno sembra infinito, pesante, destinato a non passare mai; forse è per la lontananza di Hugo, che per la prima volta non è più soltanto geografica, ma reale, concreta, persistente.

C’è qualcosa di sbagliato nel desiderare maggiormente la presenza di suo figlio che del suo migliore amico, parte di lui lo sa. Ma affrontare il pensiero lo terrorizza così tanto che fa in fretta a metterlo via.

Invece, beve un sorso di Burrobirra, poi sistema la bottiglia sul tavolino accanto al divano e, lasciandosi andare contro la spalliera, la testa posata all’indietro sul dorso, chiude gli occhi. Quando li riapre, realizza subito dall’indolenzimento dei suoi muscoli di aver dormito, probabilmente alcune ore.

“Porca miseria,” impreca, mentre si mette in piedi, fa svanire il contenuto della bevanda avanzata con un colpo di bacchetta e si avvia verso il camino. Pochi istanti dopo riemerge nel salotto di casa, trova la luce della cucina accesa. Hermione è seduta al tavolo, circondata da carte, una piuma in mano e le dita affondate nei capelli; si accorge di lui dopo appena un momento, e solleva lo sguardo in un saluto distratto.

“Hermione,” la richiama lui, un sapore amaro che gli risale lungo la gola, “è tardissimo e non mi chiedi nemmeno dove fossi?”

La donna rialza il viso, sgrana leggermente gli occhi per la sorpresa e cerca il proprio orologio, sepolto tra i fogli, a tentoni. Solo dopo averne esaminato il quadrante, sembra realizzare l’orario. “Merlino,” sospira, “non mi ero resa conto che fosse così tardi. Credevo ti fossi trattenuto con George e non ho pensato a–– Mi dispiace,” si stropiccia le palpebre, cercando di eliminare la stanchezza senza riuscirci, “è stata una giornata davvero terribile e devo finire di leggere questa relazione prima di––”

“Hermione,” ripete lui, interrompendola. Non ha voglia di starla a sentire, non ha voglia nemmeno di guardarla, in questo momento; il peso che si sente addosso cresce ancora e il suo tono, quando parla, suona prostrato. “Ho dovuto fare l’inventario e sono molto stanco, quindi se non ti dispiace ascolterò il resoconto della tua giornata domani. Adesso vado a letto.”

Sua moglie lo guarda per un istante – un istante lunghissimo in cui Ron realizza vagamente due cose: di essere stato troppo duro e che non gli importa – poi annuisce. “Ma certo. Ti raggiungo tra poco.”

“Fai con calma,” replica lui, e se ne va.


v

Hugo riesce a mantenere il controllo di sé durante i saluti in stazione, mentre i suoi genitori si trattengono con zia Ginny e zio Harry, nel tragitto in auto che gli sembra non finire mai, tra la schiera di domande che sua madre gli rivolge. Ci riesce anche una volta a casa, mentre Hermione raccoglie la borsa strabordante di carte marchiate dal timbro del Ministero e lo saluta per andare a lavoro, baciandogli una guancia e promettendo che tornerà in tempo per la cena.

Basta che le fiamme del camino si spengano dopo la sua scomparsa, però, perché non senta più il bisogno di fingere. Durante il viaggio sull’Espresso non è riuscito a pensare ad altro che a quel momento, quando infine avrebbe finalmente potuto riabbracciare suo padre, ben conscio che, dopo tutti quei mesi di distanza spesi a scuola a seguire il copione del figlio perfetto, sarebbe bastato rivederlo perché il proposito di allentare il loro legame che ha tentato di mettere in pratica dall’estate precedente gli apparisse ridicolo nella sua inattuabilità.

La sua pelle sembra attraversata da piccole scosse elettriche per l’anticipazione, mentre si volta a fissare Ron che, in piedi a poca distanza da lui, ricambia la sua occhiata senza saper bene cos’altro fare, come comportarsi. Prova un rigetto d’odio rivolto soprattutto a se stesso nel prendere nota dell’incertezza con cui l’uomo, adesso, gli sta intorno: se potesse, se esistesse un incantesimo adatto, Hugo cancellerebbe in un gesto l’anno appena trascorso e ricomincerebbe tutto da capo.

“Hai fame? Posso prepararti uno spuntino.” Senza nemmeno aspettare una sua risposta, Ron fa per avviarsi verso la cucina. Hugo glielo impedisce; lo costringe a voltarsi e scivola verso di lui, allacciandogli le braccia al collo e posando la fronte contro la sua guancia. L’altro esita solo per un momento, sorpreso da quel gesto che pensava non sarebbe mai arrivato, poi porta le mani sulla sua schiena e lo stringe forte.

Il suo stomaco esplode in tanti piccoli pezzi. Potrebbe quasi piangere, tanto è il senso di sollievo che prova in questo momento. Invece, forzandosi a tenere la voce salda, a non lasciarla tremare, dice, “Mi sei mancato.”

Suo padre non replica nulla, ma lo tiene ancorato a sé per minuti e minuti e minuti, come se con un solo abbraccio potessero recuperare il tempo perduto.

*


Ron si sveglia con il corpo di Hugo premuto contro il proprio – il braccio attorno alle sue spalle, i capelli che gli solleticano il viso, così vicino che riesce ad avvertire il sollevarsi e l’abbassarsi del suo petto ad ogni respiro. Non ricorda di essersi addormentato in quella posizione; ricorda, invece, che il ragazzo stava parlando quando aveva chiuso gli occhi: in realtà, non aveva smesso di parlare, raccontandogli tutto ciò che gli era accaduto negli ultimi mesi e non aveva potuto dirgli, per tutto il tempo in cui avevano svuotato i suoi bagagli, e dopo, durante il rapido pranzo a base di sandwich, e poi ancora, mentre, seduti sul letto della sua stanza, Ron si era steso sul materasso ascoltandolo e ridendo delle sue storie.

Senza riuscire ad evitare un piccolo sorriso, porta le dita nella matassa disordinata di capelli e li accarezza, piano, stando attento a non disturbarlo, avvertendo una pace e una serenità che non gli capitava di sentire da chissà quanto. Poi la rilassatezza portata dal sonno passa e il panico, gelido come ghiaccio, gli si adagia sul petto: è troppo. Tutto, tra loro, è troppo. È troppo il modo in cui sono vicini; è troppo anche il senso di sollievo che avverte solo a riaverlo accanto e questo lo atterrisce e terrorizza insieme.

Cercando di essere il meno brusco possibile, fa per sciogliersi dalla presa del ragazzo, di allontanarsi da lui; il braccio di Hugo gli si serra attorno, in reazione al suo movimento.

“Non andare,” mormora. Nel silenzio della stanza, la sua voce bassa suona ancora più sottile e fragile del solito: la richiesta viene fuori come una piccola preghiera e Ron non riesce a trovare il coraggio per non esaudirla.

“Non vado da nessuna parte,” replica, in un bisbiglio che vuole essere rassicurante ma viene fuori troppo incerto, “voglio solo––”

Il ragazzo gli si rannicchia contro e lui si interrompe, il respiro mozzato in gola. “No,” lo sente dire, “resta qui.” C’è ancora quella preghiera nelle sue parole, quella richiesta tremolante che annienta ogni sua intenzione. Porta il peso su un fianco, voltandosi in modo da fronteggiarlo; si prende un attimo per osservarlo: gli occhi forzatamente serrati, non per il sonno ma perché chiudano fuori qualcosa, i capelli che gli ricadono sulla fronte, le sopracciglia corrugate in un’espressione che denota più ansia che serenità.

Ron vuole scacciarla via. Vuole che, tra le sue braccia, Hugo non abbia paura di nulla. Gli sposta le ciocche dal viso, accarezzandogli il capo. Pronuncia il suo nome.

Il ragazzo solleva le palpebre; impiega qualche secondo ad alzare lo sguardo su di lui, forse cercando il coraggio necessario. “Ehi,” soffia fuori l’uomo quando lo fa, “sono qui.” L’espressione dell’altro si distende appena, ma non è abbastanza; la mano di Ron scivola sulla sua guancia, il pollice fermo a pochi millimetri dall’angolo della sua bocca.

In un attimo è un anno fa, sono sul divano nel locale sopra il negozio e tra loro c’è una scintilla, improvvisa e inaspettata ma anche piena di possibilità, che si è costretto a dimenticare, a fingere di non aver mai avvertito. Adesso lo investe con tutta la sua forza, un pugno nello stomaco che non è altro che un’esplosione di desiderio.

Dobbiamo fermarci, pensa distintamente, ma Hugo sceglie quel momento per muoversi. Non credeva che potesse farglisi persino più vicino, ma il ragazzo avanza sul materasso finché il proprio corpo non aderisce al suo; un ginocchio si insinua tra le gambe di Ron, un braccio gli scivola attorno alla vita, adagiandoglisi lungo la schiena, e l’altro, incastrato tra loro, preme contro il suo torace. È dolorosamente consapevole di ogni contatto, del peso che avverte sulla coscia, delle dita che disegnano cerchi sulla sua spina dorsale, attraverso la stoffa sottile della maglietta, del respiro che gli solletica il collo.

Ingoia aria, serra gli occhi nel tentativo di ritrovare il controllo, di calmare il proprio battito accelerato. Hugo deve percepire la tensione che di colpo si è impossessata di lui perché, incastrando la testa nell’incavo della sua spalla, mormora, “Va tutto bene.”

Vorrebbe essere un’affermazione e suonare rassicurante, se non fosse per quella piccola esitazione finale che la fa sembrare troppo simile ad una domanda. Ron potrebbe rispondere di no – dovrebbe rispondere di no – e mettere fine ad ogni cosa, ma tutto ciò a cui riesce a pensare è il modo in cui le labbra di Hugo si muovono sulla sua pelle, i piccoli baci che vi posano, e la sua mano che, dalla schiena, gli si è spostata sullo stomaco, scivola sotto la sua maglietta, gli sfiora la pancia.

Qualcosa nel suo petto si spezza e si sgretola, perché non ricorda l’ultima volta che è stato toccato così, con quella tenerezza, con quell’attenzione, con quell’amore.

Non dice no. “Sì,” soffia invece, mentre abbassa il viso verso quello dell’altro. “Sì,” ripete ad un millimetro dalle sue labbra.

È tutto ciò che il ragazzo stava aspettando per unire le loro bocche. Il bacio dura minuti interi, o ore, o un’eternità, e Ron si ritrova steso su di lui, le ginocchia di Hugo strette attorno ai suoi fianchi, le sue braccia allacciate alla nuca. Lo sente premere il bacino contro il suo, in un movimento più dettato dal bisogno che dall’esperienza, e risponde spingendo a sua volta verso il basso, alla ricerca, nonostante lo strato di vestiti che sono rimasti al loro posto, di un sollievo al desiderio che gli scorre nelle vene. Un ritmo vago e asincrono si impossessa di loro; dura interi minuti, o ore, o un’eternità, finché Hugo, soffocando un gemito contro la sua spalla, lo stringe così forte da togliergli il respiro e si immobilizza. Ron si ferma con lui, pensando – sperando, temendo – che sia tutto finito; l’altro, però, non lo lascia andare. Le sue ginocchia premono ancora nei fianchi dell’uomo mentre all’orecchio gli sussurra, “Non smettere.”

Vorrebbe avere la forza di non ubbidire, la presenza mentale per dire finalmente: basta, ma il suo corpo lo tradisce ancora una volta e prima che se ne renda conto ha ripreso a spingere, e spingere, finché l’orgasmo non lo travolge in pieno.

Si prende un istante solo per riempire i polmoni d’aria, svuotarli e riempirli di nuovo; poi rotola di lato, sulla schiena, fissando il soffitto per un lungo, interminabile minuto. Accanto a lui, il respiro affannato di Hugo che pian piano si regolarizza gli impedisce di dimenticare cosa è appena successo, di metterlo da parte; il silenzio cala su di loro come una cappa, una coperta troppo pesante, e Ron non sa come spezzarlo. Il senso di disagio scivola su di lui, acuto e impossibile da ignorare. Si passa una mano tra i capelli e si costringe a muoversi, ad alzarsi, ad andarsene.

Questa volta, quando lo fa, suo figlio non lo ferma né gli chiede di rimanere.

*


La domenica successiva è una limpida giornata di luglio. Sono seduti nel cortile della Tana per un pranzo in famiglia e Ron non riesce ancora una volta a non sorprendersi della normalità del tutto, di come la sua vita abbia continuato a scorrere senza alcuno stravolgimento, di come nessuno sembri aver notato nulla di diverso, nonostante lui si senta addosso una seconda pelle fatta di senso di colpa.

Pochi posti più in là, George sta raccontando una storia divertente su qualcosa accaduto al negozio che recepisce distrattamente, mentre il suo sguardo corre su Hugo, seduto dall’altro lato del tavolo accanto a Lily, per studiarne l’atteggiamento. Nemmeno ora scopre indizi che qualcosa non vada, che suo figlio sia differente in qualche modo. Ha lo stesso aspetto scarmigliato del solito; ha lo stesso modo di ascoltare attento, annuendo di tanto in tanto, mentre sua cugina gli parla. Guardandolo, è quasi facile credere che, qualunque cosa sia successa quel pomeriggio, non li ha rovinati per sempre, non li ha distrutti, non li ha cambiati. È stato un errore che avrebbero potuto – e dovuto – evitare, ma non averlo fatto non l’ha reso irrimediabile. Si è ripetuto questo, e altro, e altro, finché le parole non hanno iniziato a suonare vere nella sua testa, finché non ne è stato convinto.

“Ehi, Hugo!” lo chiama George all’improvviso. Ron si ritrova a sobbalzare nel sentire il nome del figlio pronunciato dal fratello, come se i suoi pensieri fossero stati di colpo visibili a tutti. Ma l’altro non si accorge nemmeno della sua reazione, si limita a chiedere al nipote, “Verrai ad aiutarci al negozio anche quest’estate?”

Sul volto del ragazzo compare l’ombra di un sorriso, ma un gesto stizzito di sua madre basta a farlo svanire. Ron sta per intervenire, ma George lo precede. “Oh, andiamo, Hermione, è pur sempre un modo per fare esperienza.”

La donna sospira, replica qualcosa che lui non ascolta perché i suoi occhi sono su Hugo, sulla sua espressione che si illumina nel momento in cui la madre acconsente. I loro sguardi si incrociano subito dopo e Ron sente un lampo di felicità esplodergli nello stomaco, che è uno specchio di quella dell’altro, ma in parte, in piccola parte, è dovuta all’idea di averlo intorno ancora per più tempo tra le pareti dei Tiri Vispi.

*


Hugo sta studiando il prototipo di un nuovo scherzo, quando sente i passi sulle scale, resi ancora più rumorosi dal totale silenzio in cui il resto del negozio, ormai chiuso, è immerso. Suo padre si aggira nel laboratorio, probabilmente occupato nell’inventario, e tutta la sua attenzione si catapulta su di lui. Di occasioni per stare da soli non ne hanno avute molte: non sa dire se sia stata una scelta voluta o meno, se abbiano – consapevolmente o inconsapevolmente – tentato di evitarsi, di stare insieme soltanto in presenza di qualcun altro, di adottare una cautela che prima non faceva parte del loro rapporto. Qualunque sia il motivo, sa che non è importante perché nulla è cambiato: c’è ancora quell’elettricità ogni volta che si trovano a pochi metri di distanza, un rapido scoppiettio di energia quando si sfiorano per errore.

In un attimo, tutta la sua capacità di concentrarsi si dissolve. Si gira a guardare suo padre, occupato a conteggiare alcuni scatoloni sullo scaffale, e il suo stomaco si contrae. Lo desidera ancora, come quel pomeriggio, come forse fa da anni, come se fosse l’unica cosa che vale la pena di volere, come se l’intero universo fosse concentrato nella sua sola persona.

Non sa dire quanto tempo resti a fissarlo, ma è abbastanza perché Ron se ne accorga; lo vede fermarsi, chiudere un attimo gli occhi, prendere un respiro profondo e poi voltarsi verso di lui. “Ti serve una mano?”

C’è una sfumatura incerta nella sua voce; le parole suonano sbiadite, non proprio corrette, un rimpiazzo per qualcos’altro che non osa chiedere.

Hugo ribatte, “Sei arrabbiato con me?” Nemmeno questo è ciò che vuole chiedere davvero, ma è quanto di più ci si avvicina.

Ron aggrotta le sopracciglia, si passa una mano sul viso e scuote la testa, “No. Certo che no.”

Potrebbe lasciar correre, accettare quella risposta e rimanere in silenzio; permettere a questa sera di scivolare via così com’è, senza complicazioni. Non ci riesce. Abbassa gli occhi su un punto del pavimento e, “Non mi guardi più come prima,” viene fuori, quasi senza che se ne renda conto.

“E come ti guardo?”

“Come se avessi paura di me.”

Il silenzio ristagna per un secondo, poi un altro; alla fine Ron si muove verso il divano, vi si siede e si prende il viso tra le mani. “Ne ho,” mormora, la voce tanto bassa da arrivare a stento dall’altra parte della stanza, dove Hugo ancora si trova.

Quella distanza, all’improvviso, gli sembra insostenibile; forse è il timore nel tono di suo padre, o forse è il terrore adagiato nel proprio stomaco che lo spinge ad alzarsi, a raggiungerlo, a sederglisi accanto. Fa scivolare una mano su quella dell’uomo, che, senza commentare il gesto, intreccia le loro dita.

“Ho paura anch’io,” soffia fuori.

“Non possiamo permettere che succeda di nuovo.”

No, non possono. Ne è consapevole, ne è dolorosamente consapevole; eppure, mentre scivola più vicino all’altro, la guancia quasi posata sulla sua spalla, la bocca distante dalla sua non più di alcuni centimetri, la frase categorica di Ron non riesce a convincerlo, non riesce a scacciare del tutto il desiderio che accada l’esatto contrario.

“O sì,” mormora piano. Ron dovrebbe scostarsi, dovrebbe insistere nel suo diniego, invece rimane lì, in silenzio, e Hugo cerca la sua bocca senza incontrare resistenze.

Non aspettava che quel bacio, non voleva niente più che quel bacio; la sua mano libera corre al viso dell’uomo, gli accarezza la guancia, il collo, la nuca, i capelli. Sa di essere pienamente in controllo delle proprie azioni, sa che non c’è nessuna forza invisibile, nessun incantesimo o maledizione, a guidare i suoi gesti: il desiderio è tutto suo, gli nasce da un punto indefinito all’interno del petto, ed è disposto a subirne le conseguenze, ad essere allontanato, odiato o qualsiasi altra punizione gli spetti.

Ma Ron non fa niente del genere. Lascia andare la sua mano solo per tornare a stringere le dita sui suoi fianchi, spingendo contro di lui quanto basta perché affondi nei cuscini del divano. Non sa dire quanto quel momento di cedimento duri; Hugo fa appena in tempo a pensare che potrebbe morire così, con il peso del suo corpo sul proprio, con la sua bocca sulla pelle, prima che Ron si ritragga in un movimento talmente improvviso che gli causa quasi una vertigine. Un attimo prima è su di lui, l’attimo dopo è di nuovo seduto; si abbandona contro la spalliera, il palmo premuto sugli occhi, il respiro affannato, e scuote la testa. “Non possiamo,” ripete, la voce che viene fuori a stento.

Hugo gli si raggomitola al fianco, poggia la fronte sulla sua spalla. “Non vuoi?”

“Non possiamo e basta.”

Gli spigoli nel suo tono non passano inosservati, ma tutto ciò a cui riesce a pensare è che non ha davvero risposto alla domanda, che quella frase non significa che non vuole. Piano, con movimenti calcolati, si solleva il necessario per posargli un bacio sul collo. L’altro rabbrividisce e lui lo bacia di nuovo, e di nuovo, risalendo fino a portare la bocca vicino al suo orecchio.

“So che è sbagliato,” sussurra, ed è vero: lo sa, lo sa, lo sa. Ma questo non è abbastanza per smettere di volerlo. Richiede uno sforzo incredibile scavare dentro di sé, portare alla luce la reale ragione per cui si ritrova in questa situazione, metterla in parole. Alla fine dice, “Non c’è nessuno che mi ama come fai tu.”

Ron emette un gemito che sembra quello di un animale ferito, sconfitto. Non può negare la verità della sua affermazione, non può contestarla, non vi si può opporre: può soltanto assorbirla e permettere al proprio silenzio di confermarla.

Hugo ingoia aria; decide, nello spazio di un microsecondo, di andare oltre, di mettersi completamente a nudo per lui, come se con un solo gesto potesse rendere la propria pelle trasparente e mostrargli ciò che contiene: gli organi, il sangue, il cuore.

“E non c’è nessuno,” riprende, le labbra che si muovono su di lui, “che ti ama come faccio io.”

Ron sposta la mano e, finalmente, si concede di guardarlo. Può vedere la lotta che sta prendendo piede dentro di lui, il bisogno che ha di negare o sminuire, contrapposto all’altrettanto violenta necessità di abbandonarsi anche a quella verità, di farsene travolgere.

Non mentire, non mentire, lo prega Hugo in una cantilena silenziosa; parte della sua supplica deve trapelare all’esterno, perché Ron se lo attira contro, finché, fronte contro fronte, non sono l’uno ad un soffio dall’altro.

“È l’ultima volta, ok? L’ultima,” afferma, calcando le parole perché suonino definitive, inscalfibili.

A lui non importa. Annuisce con un gesto sbrigativo perché va bene, va bene che sia l’ultima, va bene che non provino più questa vicinanza, va bene che non si lascino andare mai, purché succeda adesso. Cerca la sua bocca l’attimo dopo, con la stessa disperazione con cui cercherebbe ossigeno dopo essere stato soffocato, e Ron non oppone resistenza. Hugo si preme contro di lui e lo bacia, ancora e ancora e ancora.

*


Ore più tardi, Ron è sdraiato nel letto che divide con Hermione. La notte gli è calata intorno nel tentativo, mal riuscito, di prendere sonno, mentre accanto a lui sua moglie dorme placidamente. Si gira su un fianco per guardarla: ne studia il profilo, le palpebre abbassate, la massa scomposta di capelli che inonda il cuscino. Va alla ricerca dentro di sé di qualcosa, di un sentimento che sappia d’affetto e che sia dedicato soltanto a lei, qualcosa che non sia sporcato dal senso di colpa per quello che ha fatto, per le bugie che le ha detto, per il baratro che si è aperto tra loro e che Ron non ha nemmeno provato a colmare.

Non trova niente del genere. Scopre solo disagio, frustrazione, stanchezza e, oltre questo, il bisogno di fuggire lontano e di portare con sé i propri segreti e i propri sbagli.

Con calma, mentre le ore della notte gli scorrono intorno, la consapevolezza si solidifica dentro di lui: il suo matrimonio è finito, o, meglio ancora, deve finire.

Il pensiero non fa male, non davvero: forse, perché la fine è già arrivata da diverso tempo.

*


Qualcosa è successo. Hugo se ne accorge nel momento in cui mette piede fuori dalla propria stanza, la mattina dopo. La quiete innaturale che regna in casa, la camera dei suoi – normalmente sempre in ordine – spalancata sul letto sfatto, un baule aperto sul pavimento, il confuso disordine negli spazi restanti, quasi fossero appena stati attraversati da un uragano.

Il suo stomaco sprofonda sempre più ad ogni passo, finché, sulla soglia della cucina, i suoi occhi non si posano sulla figura di Ron, in piedi davanti alla finestra, l’attenzione fissa su un punto all’esterno, ma distante anni luce. Di sua madre non c’è traccia.

Il primo pensiero è che Hermione sia venuta a sapere ogni cosa – del giorno prima, del pomeriggio del suo ritorno ad Hogwarts, di ogni singolo pensiero e sentimento che ha covato per anni – e il terrore lo immobilizza lì dov’è, finché non è l’uomo a voltarsi e ad accorgersi di lui. Gli sorride, allora, senza riuscire ad evitarlo, anche se c’è qualcosa di diverso nella sua espressione, anche se manca di calore ed è più un riflesso alla sua presenza che un reale tentativo di metterlo a proprio agio.

“Sei sveglio,” aggiunge dopo un attimo; attende che Hugo annuisca, un gesto breve e sbrigativo, e poi si passa una mano sulla nuca. “C’è qualcosa di cui dobbiamo parlare.”

Il tono controllato di suo padre non fa nulla per scacciare le sue ansie. Inspira a fondo, nella speranza di calmare il battito del proprio cuore, senza risultato. Ron lo studia per un momento e realizza cosa sta passando nella sua testa.

“Oh, vieni qui,” mormora, raggiungendolo in un paio di ampi passi. Gli passa le braccia attorno alle spalle e se lo stringe contro, mentre Hugo affonda il viso contro la sua spalla e ricambia. Invece di tranquillizzarlo, il contatto – il modo inaspettato in cui giunge, la ferocia nascosta nel gesto – rischia di lanciarlo nel panico ancora di più, così si affretta a chiedere: “Cosa sta succedendo?”

L’uomo lo lascia andare, così bruscamente come l’aveva tratto a sé. Compie un paio di passi per allontanarsi da lui, si porta una mano alla fronte, prende un respiro profondo. Solo allora dice: “Io e tua madre ci stiamo separando.”

La notizia è meno peggio di quel che credeva. Inaspettatamente, la prospettiva che gli si snoda davanti, quella di vedere i suoi genitori prendere strade diverse, non gli fa paura come l’eventualità che aveva considerato; è una sorta di liberazione quella che avverte, anzi, una tanto agognata fine ai silenzi pesanti, all’atmosfera tesa, alle continue liti da cui il loro matrimonio è stato segnato negli ultimi anni. “È per…?” si ritrova a chiedere, rendendosi conto solo dopo la prima emissione di fiato di non poter completare la frase, di non essere capace ad esprimerlo a voce alta. Quello che abbiamo fatto, quello che c’è tra noi, quello che––

“Per quello,” replica suo padre, senza riuscire a metterlo in parole nemmeno lui, “ma anche perché… Non funziona. Non funziona proprio più.” Scrolla le spalle, sottolineando la sua incapacità di spiegarlo meglio; Hugo annuisce, perché di ulteriori giustificazioni non ha bisogno. Ha visto con i propri occhi quello che intende, sa perfettamente a cosa si riferisce.

Trascorre un attimo, poi un altro; l’atmosfera tra loro resta sospesa, incompleta, e il ragazzo realizza che non è finita lì, che c’è ancora qualcosa di non-detto. Aggrotta le sopracciglia nella direzione di Ron, che sposta lo sguardo; il suo battito accelera di nuovo.

“Vado via di casa,” ammette l’uomo dopo un po’. “Mi sistemerò nell’appartamento sopra il negozio per adesso. Poi si vedrà.”

A questo non era preparato. Hugo realizza in questo istante che l’eventualità non lo aveva nemmeno sfiorato; gli era parso ovvio, certo, scontato, che sarebbe stata Hermione ad andarsene, a trovare un altro posto dove vivere, magari più vicino al Ministero, dove, comunque, trascorre già il novanta percento del suo tempo. La sua mente si affretta a trovare una soluzione, delle ragioni valide abbastanza per opporsi: non ci riesce. “Vengo con te,” è tutto ciò che gli sale alle labbra.

Ron sospira, poi scuote la testa. Gli si avvicina, solleva una mano con l’intenzione di posarla sui suoi capelli, o sul suo viso, ma ci ripensa prima di portare il gesto a compimento; il braccio torna steso lungo il suo corpo, il pugno chiuso. “Il motivo per cui vado via,” riprende, esitando appena, “è anche perché questo––” e indica lo spazio tra loro, “––non ci fa bene. Non ti fa bene. Lo sto facendo per noi.”

Una piccola parte di Hugo vorrebbe ribattere, discuterne finché non lo avrà convinto del contrario, finché non gli avrà strappato la promessa di restare o, almeno, di portarlo con sé. Ma il resto di lui sa che Ron, in fondo, ha ragione: è l’ultima volta, aveva detto il giorno precedente; adesso, bisogna fare in modo che lo sia davvero.

“Non sarà poi tanto diverso,” aggiunge l’uomo di fronte al suo silenzio. “Continuerai a venire al negozio e ci vedremo praticamente tutti i giorni. E prima che te ne accorga sarai di nuovo sul treno per Hogwarts, che io abiti qui o meno non farà alcuna differenza.”

È una bugia: farà tutta la differenza del mondo. Quando, dopo i nove mesi a scuola, tornerà a casa molto sarà diverso, forse anche stravolto, e di questa estate non resterà che un ricordo seppellito nel fondo della sua mente. Nonostante ciò si sforza ad annuire, più per la necessità di rassicurare l’altro che per l’effettiva accettazione delle sue parole.

Ron lascia uscire un piccolo sospiro, poi mormora, per se stesso, “Devo finire di preparare il baule,” e per Hugo, “Tua madre sarà a casa per pranzo, così potrete parlare un po’.”

Si avvia fuori dalla cucina subito dopo, senza dargli il tempo di replicare; lui resta lì, fermo in piedi a qualche passo di distanza dalla soglia, cercando di abituarsi a quello che lo aspetta, al futuro che gli si dipanerà davanti d’ora in poi. Il senso di mancanza lo raggiunge già adesso, e non assomiglia per nulla alla fastidiosa sensazione che gli ha fatto compagnia per l’anno appena passato, perché, questa volta, sa di definitivo. Non scomparirà tra un mese o due, né la prossima volta che resterà solo con suo padre: è lì per restare.

Non sa dire quanto tempo sia trascorso prima che si decida a muoversi, andando alla ricerca di Ron. Lo trova in camera da letto, il baule, quasi pieno, posato sulle coperte. Rimane ad osservarlo per qualche istante mentre vi schiaccia dentro un altro mucchio di vestiti piegati alla meno peggio.

“Non cambierà nulla, lo sai, vero?”

Ron fa scattare gli occhi su di lui. È una frase imprecisa, forse scorretta, perché la verità è che cambierà tutto; ma il modo in cui Hugo si sente nei suoi confronti, il bisogno che ha di lui, l’amore che si porta dentro da sempre, resteranno identici qualsiasi cosa accada e non ci sarà modo o distanza che possa cancellarli.

Suo padre non risponde. Lo fissa ancora per un attimo, poi sposta lo sguardo, lo riporta su di lui e lo sposta ancora. Alla fine, abbassa il coperchio del baule con un tonfo sordo e ne blocca la chiusura. Lo sa.

“Devo andare,” dice. Hugo si fa di lato, gli lascia la via libera; segue i suoi movimenti mentre fa levitare i bagagli e si avvia fuori dalla stanza; dalla cima delle scale, lo guarda raggiungere l’ingresso e spalancare la porta di casa. Si volta indietro solo una volta: nessuno dei due pronuncia una parola.

Ron varca la soglia, e si chiude la porta alle spalle.
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