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[whiplash] be mad, be insane ~ fletcher/andrew, parte 1

Titolo: Be mad, be insane
Fandom: Whiplash
Beta: vedova_nera
Personaggi: Andrew Neiman, Terence Fletcher, Jim Neiman, Carl Tanner; altri nominati più un fracca di oc a caso.
Pairing: Fletcher/Andrew
Rating: R
Conteggio Parole: 12.546 (W) (sparatemi)
Avvertimenti: va beh, avete presente il film? Ecco, ‘sta fic è peggio. È drammatica, c’è gente che si droga, c’è sesso gay e c’è gente che muore. Tutti gli ingredienti per un perfetto regalo di compleanno! No, seriamente, in questa fic la gente muore. Mi spiace? Ah, in più la fic è una future!fic, basata su un sacco di speculazione sul futuro dei personaggi.
Disclaimer: I personaggi della storia appartengono ai rispettivi proprietari e creatori, che ne detengono i diritti. Nulla di ciò è scritto a scopo di lucro.
Note:
BUON COMPLEANNO, ALEEEEEEEEEE ♥♥♥ Amata dolce, tanti auguriiiii! ♥_♥ Spero che tu abbia passato una bella giornata e che questo compleanno sia stato epico come ti meriti. Perché ti meriti cose epiche, bon, ho deciso e it is law. E niente, io ti avevo promesso che quest’anno mi sarei impegnate infatti mi sono impegnata!!!!!!! Forse troppo??? O forse male, visto ‘sto disastro di fic, ma pensiamo positivo. *_*_*_*
Niente, amata, io ho covato questa cosa dal lontano capodanno che abbiamo passato insieme e ci tenevo davvero tanto a regalartela, nonostante non sia esattamente un fandom che mi viene facile. Poi la cosa è palesemente degenerata e bon, non so cos’è successo. Comunque sia, spero che ti piaccia!!!!!!!!!!!! Spero che non ti distrugga troppo??? Non so, spero cose. *_*
ANYWAY, ti rimando una vagonata di auguri e di amore perché fanno sempre bene. I LOVE YOU, MY SOCIA!!!!!!!!!!!!!!!!
• No, ma seriamente, l’idea per questa fic è nata a capodanno, mentre ero con le socie, e tutto perché Vany mi ha parlato di ciò, quindi sostanzialmente è colpa sua. O colpa di tutte e tre che mi hanno tipo costretta a vedere questo film??? WYG, ci rendiamo conto???? Follia. E infatti hanno fatto il danno e ciao, Linda, ciao. È stato bello conoscerti.
• Comunque se tipo qualche mese fa mi avessero detto: “scriverai 548618 parole su Whiplash, un film con Vernon Schillinger dentro che sarà parte della tua ship” sarei tipo fuggita urlando.
• Invece ovviamente per Ale ho scritto su Whiplash, e su una ship con dentro Vernon Schillinger. THE THINGS I DO FOR LOVE. (No, ma serio, ho fatto bombare Vernon Schillinger. Io sono shockata.)
• L’hashtag di questo compleanno potrebbe essere #asessantannisibombaancora, cosa che potrebbe darci speranza per quando arriveremo a quel punto tanto ormai siamo lì eh.
• Cose tecniche sulla fic: essendo ambientata dopo il film, ho dovuto inventarmi di sana pianta tutto, compresa l’intera vita di Andrew dal JVC in poi. Per cui, ecco, giuro di aver fatto i compiti e aver studiato più per questa fic che per la mia tesi di laurea, ma l’ansia c’è e si vede. Sono un’esperta di jazz americano, adesso, btw. *infila gli occhiali da sole e guarda oltre l’orizzonte*
• Ah, Vany si merita tutto l’amore e i ringraziamenti del mondo perché è epica. ♥
• Titolo da qui.


Be mad, be insane


Il tuo mondo sembra vuoto e, soprattutto, silenzioso. L’ultimo suono che senti distintamente sei abbastanza sicuro sia il piccolo click della porta del ripostiglio dove hai riposto il tuo kit, poi più nulla, solo una serie di rumori indistinti, di fruscii incomprensibili, di bisbigli privi di senso. Non importa; se non puoi suonare la tua batteria, tutto sommato, nessun suono ha davvero rilevanza.

In una scatola di cartone riponi anche tutti i tuoi dischi, perché semplice vederli ti fa venire voglia di vomitare. Sono diventati il memento di un sogno infranto, il traguardo che non raggiungerai mai; se ne stavano nel tuo appartamento come i cimeli di qualcuno scomparso da tempo, una persona che a malapena ricordi e che forse soltanto tu hai conosciuto davvero. Qualcuno senza nome e senza volto che quella scomparsa se l’è meritata perché non è riuscito a fare nulla per impedirsi di scivolare via.

Così li togli di mezzo, con dei gesti secchi e determinati, che non tradiscono la mera esitazione. Li sistemi in quello stesso stanzino dove hai messo la batteria – lanciandole a malapena un’occhiata veloce –, sulla mensola più alta dello scaffale perché sei certo che non ne avrai bisogno tanto presto. Forse li tirerai fuori un giorno, quando sarai vecchio e triste e guarderai a questa parte della tua esistenza con un misto di nostalgia, rassegnazione e rimorso. O forse nemmeno allora, tra anni e anni e anni, sarai in grado di scendere a patti con il fallimento che ti porti addosso e che brucia come fuoco sulla tua pelle.

*


In realtà, basta poco per strapparti a questo silenzio: basta che Fletcher ripiombi improvvisamente nella tua vita, proprio quando ti eri quasi rassegnato alla sua assenza – ad essere libero dalla sua presenza, a dire il vero. Basta la sua proposta, basta tornare a condividere un palco con lui, basta il suo ennesimo tentativo di umiliarti e la tua decisione di non permetterglielo più.

Quando inizi a suonare, quando inizi davvero a suonare, e Fletcher si volta verso di te per capire cosa ti sei messo in testa, è come se ti vedesse per la prima volta; ed è come se tu vedessi lui per la prima volta: non più il famoso direttore d’orchestra che hai cercato in tutti i modi di impressionare, non più l’uomo che deteneva nel suo palmo il tuo successo. È umano, e tu, contro di lui, ce la puoi fare. Puoi dimostrargli che sei all’altezza, che puoi essere la sua creatura in tutto e per tutto, il Charlie Parker che ha inseguito per la sua intera esistenza.

Quasi glielo comunichi, quando i battiti della tua batteria si dissolvono nell’aria, quasi gli riveli quel segreto che ti sembra aver appena scoperto – un piccolo sono io. È me che hai sempre cercato. Ma nel modo in cui ti guarda e, curvando appena le labbra verso l’alto, ti sorride, ti rendi conto che se n’è accorto anche lui.

*


“Vieni con me,” è tutto ciò che dice quando il sipario è calato e la band si sta avviando tra le quinte. Deglutisci il nodo che ti blocca la gola e gli vai dietro, mentre il tuo stomaco si tende per l’acuto terrore di quello che potrà succedere. Lo segui fino ad una svolta verso un corridoio semi-deserto, fino ad una porta che si apre su un ufficio immerso nell’oscurità e probabilmente non molto utilizzato.

Non fai in tempo a guardarti attorno che Fletcher ti afferra per il bavero della giacca. Ti aspetti un pugno, una spinta; ti aspetti dolore e chissà che altro. Invece nei suoi modi c’è qualcosa di diverso, di intenso, di spaventoso; nella tua schiena che tocca la parete non c’è violenza, solo urgenza e frenesia dovute a qualcosa di scuro che gli si agita nelle iridi facendole sembrare quasi blu.

Ti rendi conto di cosa sta davvero per fare giusto un secondo prima che lo faccia: si preme contro di te, unendo le vostre bocche, in un gesto quasi disperato, che da lui, sempre perfettamente in controllo, non ti saresti mai aspettato. È quello che ti sconvolge di più, non il bacio; è l’averlo spinto finalmente oltre l’orlo, l’avergli gettato dentro lo stesso scompiglio che ha creato in te fin dal momento in cui ti ha posato gli occhi addosso per la prima volta, in quella stanza buia al conservatorio. Un senso di trionfo che ti attanaglia lo stomaco, perché adesso, proprio adesso, sì che hai raggiunto la tua vendetta.

Ma passa in un attimo, e l’istante dopo già di chi ha vinto e chi ha perso non te ne importa più nulla, perché apri la bocca per lui e ti perdi nel bacio, nella sensazione di avere il suo corpo premuto contro il tuo, nel contatto delle tue mani che si posano salde sulla sua schiena per attirartelo contro e tenerlo lì, nell’euforia che ti coglie nel realizzare che lo stai toccando, lo stai toccando davvero, in un modo in cui, forse, non si lascia toccare da molti.

Le sue dita si stringono poco sopra le tue anche, le senti penetrare quasi nelle ossa – lasceranno un livido? Parte di te lo spera – e non sai cosa daresti per avvertirle direttamente sulla pelle, invece che sulla stoffa leggera della camicia. Spinge contro di te subito dopo, e quel breve movimento basta a farti scorrere una scarica di eccitazione dalla testa ai piedi, così forte da disconnetterti i pensieri, da impedirti di formulare qualsiasi riflessione compiuta che vada oltre il di nuovo, fallo di nuovo.

Ti metteresti nudo, lì, in quell’ufficio deserto, completamente incurante della folla composta da spettatori, componenti della band e tuo padre che vi aspetta oltre la porta, soltanto per lasciarti sfiorare da lui. Quando interrompe il bacio, bruscamente come l’aveva iniziato, e l’aria invade lo spazio che fino all’attimo prima occupava, non sei ancora capace di ritornare alla realtà, di riprendere possesso delle tue facoltà intellettive.

Sollevi le palpebre piano, solo per trovarti di fronte al suo ghigno storto, per avvertire lo sbuffo divertito che lascia uscire. Tieni lo sguardo incollato sulla sua bocca, perché hai paura che, se incrociassi i suoi occhi, finiresti con il sentirti scoperto e vulnerabile: lo vuoi, lo vuoi da impazzire, e sei certo che lui l’abbia capito; tutto il vantaggio che avevi guadagnato è andato perduto e Fletcher, adesso, ha di nuovo il coltello dalla parte del manico. Ti maledici in silenzio, mentre lui fa un passo indietro, distanziandosi definitivamente da te, e ti lasci andare contro la parete, passandoti una mano sul viso e cercando di riguadagnare fiato e un minimo di compostezza.

Quando parla, la sua voce bassa e roca più del solito ti fa scorrere un altro brivido lungo la schiena. “Ci vediamo, Neiman.” Poi si dirige verso la porta e la apre, lasciando entrare una lama di luce e il vociare della folla fuori, esce e se la chiude alle spalle.

Ti passi una mano tra i capelli e ti concedi sessanta secondi per ritornare in te.

*


“Dov’eri finito? Temevo te ne fossi andato,” ti chiede tuo padre, afferrandoti e attirandoti in un abbraccio tanto forte da toglierti il fiato. Vorresti che non l’avesse fatto: ti senti ancora addosso l’odore di Fletcher, il peso del suo corpo premuto contro il tuo, e trovarti improvvisamente così vicino a tuo padre ti mette incredibilmente a disagio.

Ti districhi dalla sua stretta con decisione, cercando di balbettare una scusa per la tua sparizione; ma non riesci a dire nulla che Jim continua. “E cosa diavolo è successo là sopra? È stato—è stato grandioso, ma…”

Lascia cadere la frase alla ricerca della parola giusta; c’è però qualcosa nel modo in cui ti guarda che ti fa capire che tuo padre non si è davvero reso conto di quanto sia accaduto. Per lui hai fatto una buona esibizione, niente di più; hai rischiato tanto, forse troppo, e di quel rischio che hai corso non sa che pensare, non comprende quanto sia importante per te, quanto, potenzialmente, questa notte potrebbe essere la prima della tua nuova vita. Senti il rimprovero salirgli alle labbra e qualcosa che assomiglia alla delusione comparirgli negli occhi. D’improvviso realizzi che tra voi c’è un muro, nato da poco ma già ben solido, e non sai come abbatterlo.

“È andata bene,” ti limiti a tagliare corto, accennando verso l’uscita. Ti avvii senza aspettarlo e lo senti indugiare un breve istante prima di seguirti.

“Ti accompagno a casa?” domanda affrettandosi dietro di te. Scuoti il capo e gli dici che non ne hai bisogno.

*


Tornare al tuo appartamento, dopo, è come ripiombare in un universo sconosciuto. Quel silenzio, quel vuoto, non ti appartengono più; anzi, non ti sono mai appartenuti. Sono stati una parentesi, un piccolo buco in cui sei scivolato quasi inconsciamente ma da cui sei riuscito a saltare fuori. Così ti guardi intorno come se non fossi in grado di riconoscere quelle mura nude, quel mobilio scarno, l’opprimente desolazione che ti circonda.

Con un sospiro ti lanci sotto la doccia, cerchi di toglierti di dosso le emozioni della serata, di lavarle via, senza però riuscirci del tutto e anzi continuando a riviverle ancora e ancora nella tua testa. Una volta finito torni nella tua stanza, ti vesti rapidamente constatando il disordine che vi regna, e vai alla batteria. Suoni Caravan, alla perfezione, ancora una volta.

*


Non vedi Fletcher da giorni. È un pensiero che non riesci ad evitare di coltivare, di tanto in tanto, senza davvero rendertene conto; d’improvviso, ti scopri intento a chiederti dove sia, che impegni abbia, che ne abbia fatto delle sue ore dopo il JVC. L’idea di cercarlo, di dare una risposta a quelle tue domande, ti si affaccia alla mente altrettante volte, e altrettante viene riscacciata, così come cerchi di non badare all’istinto di gettare un occhio a tutte le locandine che trovi per le strade, sperando in quello stesso colpo di fortuna – o di sfortuna? A questo punto non sapresti dire quale delle due – che ti ha permesso di incontrarlo in quel jazz club diverse sere fa. Nonostante i tuoi tentativi, rimane un tarlo insistente come una di quelle melodie accattivanti che ti rimangono in mente per giorni senza che sia possibile dimenticarle.

È ancora peggio quando l’ingaggio arriva. Non sai come abbiano avuto il tuo numero di telefono, ma probabilmente non ha importanza, è un dettaglio superfluo rispetto al sentire il tuo nome pronunciato da una donna con un forte accento del sud chiederti se ti interesserebbe suonare all’Iridium. Speri con tutte le tue forze che non si accorga del modo in cui la tua voce trema quando le dai una risposta affermativa.

Dopo, chiami tuo padre, perché hai bisogno di dirlo a qualcuno e lui è l’unica persona che, di certo, ti starà ad ascoltare. E lo fa, infatti, ma il suo freddo: “Beh, è fantastico, figliolo, sono contento per te”, mormorato in un tono che non rispecchia affatto le sue parole, ti lascia l’amaro in bocca e il bisogno di chiudere in fretta quella conversazione.

È mentre siedi sul divano, il cellulare stretto ancora in una mano, che pensi di nuovo a Fletcher. Vorresti raccontarglielo, almeno, vorresti invitarlo a venire a vederti; vorresti suonare nuovamente davanti a lui e fare in modo che ti guardi un’altra volta come al JVC, con quello stesso interesse, con quella stessa intensità. Ma non hai il suo numero, non sai dove abita; a conti fatti, pur volendo, non sapresti come rintracciarlo.

Così lanci il telefono sui cuscini accanto a te, spingi con forza il pensiero dell’uomo fuori dalla tua mente, ti alzi e vai alla batteria. Resti sveglio tutta la notte a suonare.

*


Le settimane successive sembrano non appartenere alla tua vita. Serata dopo serata, ingaggio dopo ingaggio, i jazz club di New York diventano la tua nuova casa. D’improvviso, gente che non hai mai visto prima conosce il tuo nome, ti offre da bere, ti dà pacche amichevoli sulle spalle. E soprattutto, suoni, quello che vuoi, quanto vuoi, quasi ogni giorno di fronte ad un pubblico nuovo e ad un paio di facce che hai imparato a conoscere perché ti seguono con una certa regolarità.

Questa volta, quando dall’altra parte del telefono ti ritrovi l’addetto stampa del Blue Note, la tua voce non trema nemmeno un po’. Invece ti compare un ghigno soddisfatto sul viso, mentre confermi la tua disponibilità ad esibirti nel locale.

*


Pensi di essertelo immaginato. Forse è l’emozione, forse è un gioco di luci e ombre dei riflettori che disegna maschere sui volti degli individui presenti. Così sollevi di nuovo la testa dal tuo kit, interrompendoti a metà, le bacchette così strette tra le dita che le nocche ti diventano bianche: non l’hai immaginato, Fletcher è lì, seduto tra la folla ad un tavolo nell’angolo che occupa da solo.

I suoi occhi sono su di te e, quando realizza di essere stato notato, le sue labbra si piegano verso l’alto mentre solleva il bicchiere verso di te, in segno di saluto.

Rispondi al suo sorriso istintivamente, quasi senza realizzarlo, e d’improvviso ti senti euforico, il sangue che ti pulsa nelle vene con forza come se fossi una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. La tua attenzione rimane incastrata su di lui una manciata di secondi in più del necessario, completamente ignorando uno dei musicisti che ti accompagnano che sta cercando di dirti qualcosa.

“Ehi, amico,” ti richiama, posandoti una mano sulla spalla, e tu sei costretto a strappare via lo sguardo da Fletcher per vedere cosa vuole. “Facci un segno quando sei pronto.” Annuisci, e ghigni tra te e te subito dopo, perché sei pronto, non sei mai stato così pronto.

Ti volti brevemente verso un altro tavolo, dove tuo padre – che ha insistito per venirti a vedere, nonostante tu gli abbia ripetuto che non c’era bisogno che si trascinasse fino al Village – siede mestamente con una bottiglia tra le mani, poi fai un cenno al resto della band e date inizio allo spettacolo.

È quasi come la sera del JVC: ci siete tu, la tua batteria e la musica. Suoni meglio di quanto hai fatto finora, suoni come se la tua esistenza dipendesse da questo – perché, per certi versi, è così. Qualche ingaggio nei jazz club di New York non significa nulla, non è sufficiente, e tu hai ancora tanto da provare al mondo, hai ancora bisogno di essere riconosciuto. E poi c’è Fletcher, da qualche parte tra la folla, i suoi occhi azzurri incollati su di te e la consapevolezza che finché sarai dietro quella batteria, illuminato dal riflettore azzurrognolo sul palco, sei l’unica cosa al mondo degna della sua attenzione.

*


Non ti aspetti di trovarlo ancora lì, dopo l’esibizione, dopo aver aiutato a smontare il kit e averlo trasportato nel retro, dopo aver discusso con il manager del Blue Note per altre serate future. Eri certo, anzi, che sarebbe scomparso improvvisamente come è comparso, per uscire e rientrare nella tua vita a proprio piacimento. Invece, non appena varchi la soglia della zona bar dal corridoio che conduce dietro le quinte, lo vedi ancora seduto allo stesso tavolo, gli occhi che scattano su di te come se ti stesse attendendo.

Stai per andare da lui, deglutendo il nodo d’ansia che ti ha stretto la gola al solo scorgerlo, quando tuo padre ti si para davanti. “Grande show, figliolo,” dice, con un largo sorriso. Ti dà una pacca sulla spalla e tu fai di tutto per non scostarti infastidito. “Beviamo qualcosa per festeggiare?”

Ti mordi l’interno della guancia, mentre il tuo sguardo scivola inavvertitamente su Fletcher, dall’altra parte del locale, prima di riportarlo su tuo padre. Succede in un istante ma Jim se ne accorge; si volta, notando l’uomo, e la sua espressione muta, diventa seria e preoccupata. “Capisco,” è l’unica parola che pronuncia, senza bisogno che tu gli conceda davvero una risposta. Tenta di recuperare la contentezza di un attimo prima e non ci riesce. “Allora rimaniamo d’accordo per domenica a pranzo, va bene?”

“Va bene,” confermi, e lo guardi farti un cenno e girare sui propri passi, pronto ad andare via. C’è una sensazione amara che ti invade la bocca mentre lo osservi giungere fino alle porte d’ingresso, come se fossi cosciente di aver compiuto un grosso errore ma fosse comunque troppo tardi per tirartene indietro. Fletcher, però, ti aspetta – e lo sai, che aspetta te e nessun altro – così ti affretti a scacciarla e ti dirigi finalmente verso il suo tavolo.

Ti lasci cadere sulla sedia di fronte a lui, mentre l’uomo solleva il bicchiere in una sorta di brindisi improvvisato: “Andrew Neiman, l’uomo del momento.” Pronuncia ancora il tuo cognome in maniera sbagliata, ma la cosa ha smesso di darti fastidio ad un certo punto, non sai ben indicare quando. Ti scappa uno sbuffo divertito, che non riesci a trattenere, e per un momento ti senti uno sciocco per quanta importanza stai dando all’approvazione che leggi nella sua espressione. Conta quasi più degli applausi che hai ricevuto poco prima, quasi più di tutti gli assensi e le congratulazioni che ti sono arrivati nelle ultime settimane.

Vuoi confessargli che sei contento di vederlo – o meglio, che sei contento che lui ti abbia visto suonare – ma hai paura di esporti troppo, hai paura che la prenda nel verso sbagliato, così opti per un neutro: “Le cose stanno andando bene.”

Le sue labbra si incurvano verso l’alto in un piccolo ghigno, poi finisce il suo drink in un sorso. “Andiamo,” dice, e si mette in piedi. La sorpresa ti incolla alla sedia un attimo di troppo, finché Fletcher, senza voltarsi indietro a controllare che lo stai seguendo, non ha percorso un paio di metri; è allora che ti rendi realmente conto di quello che intende e ti affretti ad alzarti, scontrandoti con il tavolino e facendo tintinnare il bicchiere vuoto posato su di esso.

*


Il suo appartamento, scopri questa notte, è a pochi isolati dal Blue Note. Ti ci lasci condurre in silenzio, seguendolo confusamente perché non sai esattamente cosa abbia in mente; paura, vera paura, però, la provi solo quando lo vedi indicare il portone e sfilarsi le chiavi dalla tasca della giacca.

Casa di Fletcher è esattamente come l’avresti immaginata se l’idea di farlo ti si fosse affacciato alla mente. Non hai mai osato porti domande sulla sua vita privata, hai sempre scioccamente pensato a lui in funzione del conservatorio e dei palchi su cui vi esibivate, come se la sua esistenza ruotasse attorno ad essi e nient’altro. Hai sempre pensato a lui come se non fosse del tutto umano, te ne rendi conto adesso; l’incantesimo che aveva gettato su di te, però, si è rotto al JVC e non riesci a dispiacertene.

Ora lo sai, che è umano, lo sai che ha emozioni e desideri come chiunque. E stare in piedi nella sua abitazione ti fa sentire ancora più certo in questa convinzione.

In piedi nel salotto, non riesci a smettere di guardarti intorno con curiosità. I mobili sono classici, dai colori scuri, e nella stanza regna un ordine spaventoso che, immagini, investirà anche il resto delle camere; una parete è occupata da uno stereo con un giradischi, l’altra da una normalissima televisione accanto a cui si trovano scaffali di libri, cd e dischi musicali. Immobile e terribilmente a disagio – non sai cosa fare con le tue mani, non sai se metterti a sedere o meno, non sai se seguirlo in cucina dove è sparito a preparare da bere – non puoi fare niente più che scrutare ogni oggetto e ogni elemento d’arredo sperando che ti dia notizie sul proprietario, che ti dica qualcosa di lui che non sei ancora stato in grado di scoprire da solo.

Su una mensola scorgi una fotografia e non riesci ad impedirti di avvicinarti per osservarla meglio: ritrae una donna bionda e una bambina che le assomiglia in tutto e per tutto, nella forma degli zigomi, nel naso appuntito e all’insù, nel colore dei capelli, eccetto che per un dettaglio. Gli occhi sono di Fletcher, della sua stessa tonalità di azzurro, animati dalla stessa luce gelida che contrasta con il suo sorriso divertito. Il fatto che abbia una moglie e una figlia da qualche parte ti colpisce come un fulmine a ciel sereno; ti torna in mente d’improvviso il modo in cui lo avevi visto comportarsi con la figlia del suo amico, un giorno che sembra appartenere ad una vita passata a Dunellen, al modo quasi dolce con cui aveva scherzato con lei e l’aveva abbracciata. Te lo figuri agire così anche con la ragazzina della foto e, per un istante, l’immagine di Fletcher padre ti sembra assolutamente non sovrapponibile a quella dell’uomo che conosci, così diametralmente diversa.

Lui sceglie proprio quel momento per ricomparire nella sala. Si schiarisce la voce, e tu sobbalzi, spaventato come se ti avesse appena colto in chissà quale atto criminale. Ti allontani dalla foto, andando a prendere il drink che ti porge, e non riesci ad incrociare il suo sguardo.

Fletcher lascia uscire un mezzo sospiro e va a sedersi sul divano. “Mia figlia e la mia ex-moglie,” dice, rispondendo alla domanda che non hai osato porre. “Abitano a Washington, adesso.”

C’è una sfumatura amara nel suo tono e, prima che tu possa razionalizzarlo, ti ritrovi a chiedere: “Cos’è successo tra voi?”

Gli viene fuori una risata roca, gelida, che sa di rimorso. “Cosa credi che sia successo?” ribatte, alzando le sopracciglia. Prende un sorso di liquore, deglutisce, e riporta gli occhi su di te. “Non è forse per lo stesso motivo che non hai una fidanzatina, Neiman? C’erano cose più importanti di loro, ovviamente.”

Abbassi lo sguardo sul tuo bicchiere, mentre il volto di Nicole ti balena in testa, la facilità con cui l’hai lasciata andare una testimonianza in più della veridicità delle parole di Fletcher. Non ti accorgi subito che si è alzato e ti si è avvicinato, ma quando torni a prestargli attenzione quello che vedi nella sua espressione sembra dire che tra le cose più importanti a cui si riferiva ci sei anche tu. Ti causa uno strappo allo stomaco, quella sua improvvisa vicinanza; allunghi un braccio per posare il bicchiere su una delle mensole che hai accanto, senza badare davvero a dove lo sistemi, perché di colpo non ti fidi più della tua presa sul vetro. Poi, di nuovo immobile, attendi che lui parli, o che agisca, come sempre incerto su cosa puoi aspettarti da lui.

Fletcher porta le mani sui baveri della tua giacca; vi fa scorrere sopra i palmi come ad allisciare pieghe invisibili, poi li afferra e te la sfila dalle spalle. Assecondi il movimento, l’indumento che va ad accartocciarsi ai tuoi piedi. Poi le sue dita si stringono attorno alla tua cravatta, ne allentano il nodo; il solo sfiorare la pelle del tuo collo, mentre anche quella tocca terra, ti fa scorrere un brivido lungo la spina dorsale. Forse stai iniziando a tremare, quando comincia a sbottonarti la camicia, partendo dai bottoni in alto, forse il sangue ti pulsa così tanto nelle vene che riesci a sentire il battito ritmico del tuo cuore risuonare nell’aria come amplificato.

Ti ritrovi a torso nudo, il tocco leggero dell’uomo che scivola sul tuo petto, sulla tua pancia, fino a fermarsi sui tuoi fianchi; ti attira contro di sé, porta la bocca sulla tua e il bacio, che ti sembra ti aver atteso per una vita, ti riscuote dalla tua immobilità. Ti premi contro di lui, porti una mano sulla sua nuca, l’altra sulla sua schiena, cercando l’orlo della maglietta che indossa per sollevarla appena. Vuoi toccarlo, vuoi scoprire la consistenza della sua pelle, i contorni del suo corpo; hai fatto tanto per cercare di scalfirlo, per conoscere qualcosa di lui che non fosse l’indomito e irascibile direttore d’orchestra che mostra a gran parte del mondo. E adesso, mentre gli sfili i vestiti, mentre puoi guardarlo in viso alla distanza di un soffio di fiato, mentre cerchi di memorizzare l’odore e il sapore della sua pelle, te lo puoi finalmente concedere.

La lentezza che ha caratterizzato Fletcher finora lo abbandona poco a poco; smette di baciarti per concentrare la propria attenzione sulla fibbia della tua cintura e tu ti permetti di guardare in basso, di osservare i suoi gesti – in genere sempre controllati e calibrati alla perfezione – farsi frenetici e disattenti. Ti vuole esattamente quanto lo vuoi tu, ed è questa realizzazione, più delle sue dita che si stringono finalmente attorno alla tua erezione, a spingerti oltre l’orlo.

Ti bastano pochi movimenti del suo polso per riversarti sulla sua mano; Fletcher ti soffia una risata roca sul collo, ma, troppo impegnato ad evitare alle tue gambe di cedere alla gravità, non hai la forza di risultarne risentito. Ti prendi un paio di secondi per recuperare fiato e controllo del tuo corpo, poi, proprio quando l’uomo fa per parlare, ribalti le vostre posizioni, facendo premere la sua schiena contro il legno dello scaffale. Si zittisce subito, attirandoti a sé per baciarti e spingere contro di te, alla ricerca di un sollievo per la sua eccitazione.

Per un attimo, hai il controllo. Accarezzi l’idea di lasciarlo lì, insoddisfatto e frustrato come aveva fatto lui la notte del JVC, una piccola vendetta per tutte le volte che ha approfittato del potere che aveva su di te; ma la prospettiva di vederlo sciogliersi tra le tue mani, di sentirlo mormorare il tuo nome – anche se le probabilità che accada davvero sono molto basse –, di poterlo osservare in una situazione tanto intima, risultano molto più appetibili.

Così porti le mani al suo inguine, lo sfiori attraverso la stoffa strappandogli un gemito basso, prima di risalire a sbottonare i pantaloni. Ti metti in ginocchio e Fletcher ti punta lo sguardo addosso, osservandoti attentamente.

*


La domenica successiva sei a cena da tuo padre e il tuo umore non potrebbe essere dei peggiori. Fletcher, com’era prevedibile, non lo hai più visto né sentito; una parte di te si aspettava che le cose sarebbero andate diversamente, ma col trascorrere del tempo hai realizzato quanto quella speranza fosse sciocca e insensata. Eppure, ogni giorno che passa sembra scavarti un’assenza nel petto che non ritenevi fosse possibile.

In aggiunta, non hai suonato per nulla, dopo il Blue Note. Il prossimo ingaggio è alla fine del mese e l’esclusiva che hai preso con la band che ti accompagnerà quella sera non ti permette di ottenerne altri fino ad allora. Avrà una certa importanza, e quando ci pensi cerchi di concentrarti su questo, ma restare lontano dalla tua batteria e dal palco ti fa sentire irrequieto e nervoso.

Una bustina di erba – abitudine che hai preso di recente – è al sicuro nella tua tasca e, mentre l’uomo ti racconta dell’ennesima disavventura che i suoi studenti gli hanno provocato, consideri seriamente di nasconderti in bagno e fumarla, nel tentativo di calmarti. Stai per seguire quel proposito, approfittando della fine della sua storiella e della pausa che ha fatto per versarsi da bere, quando Jim parla ancora, quasi avesse una precisa idea di quello che hai in programma.

“Allora, immagino che tu abbia visto ancora quel Fletcher…” comincia, tentando un tono causale e pacato. Vuole evitare che tu ti metta sulla difensiva, ma già il sentir pronunciare il nome dell’uomo dalla sua bocca ti fa venire voglia di alzarti e andartene.

In fondo, sai già cosa sta per dirti. Vedi già la disapprovazione colorare la sua espressione, sebbene stia cercando di fare di tutto per non farla trasparire. Non puoi raccontargli la verità; anche lasciando fuori il sesso, sei certo che lui non capirebbe cos’è che ti ha spinto ad andare da lui al Blue Note. Perché, se c’è una cosa che l’ultimo anno ti ha permesso di comprendere senza ombra di dubbio è proprio che tu e Jim vivete la vita in modi differenti, che volete cose diverse e che forse un punto d’incontro tra voi non ci sarà mai.

Allora ti limiti alla risposta più diplomatica che riesci ad elaborare. Ti stringi nelle spalle, tentando di dare il meno importanza possibile alla cosa e replichi, “L’ho visto solo quella sera al Blue Note.”

Non è una bugia, non del tutto, considerando che è davvero tornato ad ignorarti subito dopo, ma tuo padre, in qualche modo, capisce che stai lasciando fuori dei dettagli. Non immaginerà mai quali siano, ma la semplice idea che possa vedere più di quanto tu voglia ti fa sentire scoperto, esposto; se c’è qualcosa che vuoi tenere segreto, che vuoi che sia soltanto tuo, è la tua relazione con Fletcher, di qualsiasi genere essa sia.

Serri le labbra in una linea sottile, osservando l’uomo che hai di fronte quasi sfidandolo a mettere in dubbio le tue parole. Jim ricambia lo sguardo per una manciata di istanti, poi abbassa il suo sul bicchiere di vino che ha tra le mani per portarselo alle labbra e bere. “Ok,” si limita a dire, continuando a tenere gli occhi puntati sul tavolo.

Si alza subito dopo, la sedia che gratta sul pavimento, e inizia a sbrigare la tavola; tra il rumore metallico delle posate e del vetro che si toccano nel lavello, dandoti la schiena, trova il coraggio di aggiungere: “Perché non credo che permettergli di tornare nella tua vita sarebbe la scelta giusta. Non proprio adesso che le cose stanno andando bene.”

Lo stomaco ti affonda. Se le cose ti stanno andando così bene, vorresti replicare, il merito è proprio di Fletcher. E che tornasse in pianta stabile è probabilmente ciò che più desideri in questo momento. Ma a Jim non puoi dire niente di tutto questo.

Ti stringi ancora nelle spalle e ribatti, “In ogni caso, dubito che succederà.” Neanche questa è una bugia.

Tuo padre si volta di nuovo, apre l’acqua e inizia a sciacquare i piatti. Ne approfitti per scusarti e andare in bagno, le dita che si stringono attorno alla bustina di erba già mentre esci dalla cucina.

*


Il club è ancora pieno quando finisci di suonare, così prendi posto ad uno dei tavoli e ordini da bere, osservando distrattamente l’ospite che è salito sul palco dopo di te. Non resti solo che per pochi minuti, prima che una donna scosti una sedia al tuo fianco e si accomodi senza chiedere permesso.

“Andrew Neiman, giusto?” ti domanda, un leggero accento francese a colorarle la voce. Nella penombra riesci a registrare pochi dettagli del suo aspetto fisico: gli occhiali da vista dalla montatura sottile, i capelli chiari raccolti sulla nuca, il sorriso perfetto che ti rivolge. Annuisci, confuso dalla sua intera presenza, e lei ti porge una mano. “Marion Collard,” si presenta, il sorriso che non si incrina di un millimetro. “Penso che sia ora che tu abbia un manager.”

Dalla conversazione successiva scopri che è nata a Lione, ma che fin da giovane ha sentito il richiamo della scena jazz americana e, soprattutto, che ti sta seguendo da un po’. Era al JVC, ti dice, l’angolo della bocca che si inclina verso l’alto come se ti stesse rivelando un segreto, e da allora è venuta a vederti suonare almeno una volta in ogni locale in cui sei stato. L’esibizione al Blue Note l’ha convinta, e adesso vuole che tu l’assuma. Con calma, ti elenca tutti gli artisti con cui ha lavorato e un paio con cui collabora ancora, certa che almeno alcuni nomi faranno colpo su di te; lo fanno, infatti, e quando alla fine ti chiede: “Allora?”, in attesa del tuo verdetto, non puoi evitare di annuire e confermarle che è assunta.

Ti stringe la mano nuovamente, fa scivolare verso di te il suo biglietto da visita e, chiedendoti di chiamarla l’indomani, si alza e scompare così com’è arrivata.

*


Non sai indicare quanto tempo sia passato quando la presenza di Fletcher ti sfiora nuovamente. Stai lavorando con una piccola band da un paio di settimane – ingaggio che Marion ti ha procurato praticamente il giorno dopo il vostro primo incontro – ed è da uno dei membri del gruppo che senti pronunciare il suo nome.

“Ehi, ci credi che qualcuno lo assoldi ancora per suonare?” sta chiedendo al pianista. “Ho visto la locandina del Birdland, e non credevo che fossero così disperati da chiamare Terence Fletcher.”

Il sangue ti va alla testa nel sentire quell’affermazione; ti serve tutta la forza del mondo per impedirti di intervenire, di fargli rimangiare quelle parole una ad una.

“Non dire stronzate,” replica l’altro ragazzo, volgendo chiaramente gli occhi al cielo, “magari come musicista non è chissà che, ma c’è gente che pagherebbe per averlo come direttore d’orchestra.”

Il primo fa una smorfia, “Non saprei, con le voci che girano sul suo conto forse non sono poi in molti.”

“Quali voci?” domandi, alzandoti dallo sgabello della batteria e parandoti di fronte a loro. È stato un gesto istintivo, un impulso che non hai potuto trattenere, eppure non riesci a pentirtene. I due ragazzi si voltano verso di te sorpresi. Il pianista si stringe nelle spalle, “Lo sai, no? Del motivo per cui si è ritirato dall’insegnamento alla Shaffer.”

Per un attimo ti detesti. Se quelle voci esistono, se due musicisti sconosciuti oggi possono parlare di lui con quei toni noncuranti e irrispettosi, è principalmente colpa tua. È questo che ti porta ad incrociare le braccia al petto, cercando di assumere un atteggiamento sicuro di te. “Balle. Sono tutte balle,” affermi, guardandoli dritto in faccia. “Ero alla Shaffer, volete che non lo sappia?”

Preghi che non abbiano idea che la ragione per cui sei stato sbattuto fuori dal conservatorio è proprio perché hai assaltato Fletcher su un palco, di fronte ad una platea di spettatori. A giudicare dallo scetticismo con cui ti guardano immagini che le tue speranze siano vane, ma la certezza incrollabile con cui continui a fissarli li fa esitare nel riconoscere il tuo bluff. Ti chiedi se vale davvero la pena di metterti in gioco così per lui, per una reputazione che lui stesso non ha mai cercato di difendere, per degli errori che non ha mai nemmeno provato a non commettere o a correggere; ti rispondi di sì, mille volte sì.

Il pianista alza le mani quasi in segno di resa, “Va bene, amico, come vuoi”, mentre con la coda dell’occhio vedi l’altro lanciargli uno sguardo divertito e poi tornare a prestare attenzione al suo basso. Giri sui tacchi, scendendo dal palco per andare a prendere da bere; nel tentativo di dimenticarti la rabbia feroce che ti senti addosso, pensi a Fletcher e al fatto che, se riuscirai a raccogliere abbastanza coraggio, a breve potrai vederlo nuovamente.

*


Il coraggio giusto lo trovi in tempo per la sua esibizione, anche se ti fa ancora paura la sua possibile reazione. Mentre ti siedi ad uno dei tavolini del Birdland e ordini un drink, attento a quanto accade sul palco, in attesa che venga annunciato e faccia la sua comparsa. Speri che la tua presenza non lo infastidisca, speri di non risultare troppo disperato nel mostrarti lì senza nemmeno aver preso un mezzo accordo; una parte di te spera, soprattutto, che questa notte possiate concluderla insieme.

Smetti di sperare nel momento in cui appare; al suo fianco, oltre alla piccola band di accompagnamento che prende rapidamente posto dietro i rispettivi strumenti, compare un altro ragazzo, più grande di te, forse sulla trentina, che il manager del locale presenta come il batterista che suonerà con Fletcher. Lo stomaco ti si stringe nel sentire quelle parole anche se, razionalmente, tenti ancora di mantenere la calma. Un ingaggio è un ingaggio, ti dici, e probabilmente non è niente più che questo.

Non capisci la domanda che il manager rivolge ai due musicisti, ma se il batterista lascia uscire una breve risata, Fletcher sorride e replica: “Già, non capita spesso che ci degni di una sua visita.” Lo vedi rivolgere all’altro un’occhiata e continuare, “Sono molto contento che abbia accettato di suonare con me questa sera.”

Poi il suo sguardo si sposta sulla sala, scorrendo sui presenti un po’ distrattamente; si blocca nel momento in cui ti vede. Riesci a sentirtelo puntato addosso, quasi passarti da parte a parte, mentre, immobile, non puoi fare altro se non tenere a tua volta gli occhi fissi nei suoi. È allora che affonda il colpo: “Matthew, dopotutto, è il miglior batterista che conosco.”

Non sai dove trovi la forza di restare seduto, deglutire, serrare le dita attorno al vetro del bicchiere che hai davanti e, cercando di non tremare troppo per la rabbia, portatelo alla bocca per scolartelo tutto d’un fiato. Fletcher osserva ogni tuo gesto, finché il manager non scende dal palco, le luci si affievoliscono e la musica inizia. Questa volta, non riesci nemmeno ad apprezzare la sua bravura nel suonare, né quella degli altri jazzisti presenti, perché tutto quello che continua a ronzarti nelle orecchie sono le sue ultime parole, la vergogna e il risentimento che ti infestano i pensieri e ti impediscono di essere del tutto lucido.

Ti senti ferito e insieme ridicolo per quello che stai provando, perché lui non ti deve niente, perché hai sempre saputo che non è nulla se non costantemente disposto a provocarti. Ma qualsiasi tentativo di razionalizzazione che tenti di intraprendere fallisce miseramente.

Quando lo raggiungi, a fine esibizione, non sei ancora riuscito a scrollarti di dosso quella collera. Appena ti vede arrivare, uscendo dalla zona riservata agli artisti, Fletcher ti regala quello che è senza dubbio un sorriso di circostanza. Ti rivolge un saluto cordiale, ma freddo, e ti presenta all’uomo senza perdere un colpo; gli stringi la mano con educazione, non riuscendo però del tutto a fingere la giusta allegria, e, anzi, trovandolo – in quei pochissimi istanti che trascorrete insieme – terribilmente odioso. Dall’atteggiamento che rispecchia quello di Fletcher, però, ti appare ovvio fin da subito che si conoscono da tempo e che, probabilmente, condividono qualcosa che assomiglia all’amicizia. La realizzazione, se possibile, ti innervosisce e destabilizza ancora di più.

Li osservi per qualche istante parlare tra loro, ridere alle rispettive battute, e devi morderti la lingua più volte per non intervenire. Alla fine, dopo non sai bene quanto tempo di quella tortura, il batterista scorge qualcuno tra la folla e, scusandosi, si avvia in quella direzione. Resisti appena qualche istante, prima di sporgerti verso Fletcher e chiedergli, “Cosa cazzo significa?”

Lo vedi serrare le labbra in una linea sottile. “Cosa cazzo significa cosa, Neiman?”

“Questo. Lui.” Muovi una mano nella direzione vaga del palco, poi continui, “Avresti potuto chiamare me o--“

Lasci la frase in sospeso perché l’occhiata che ti rivolge ti rende improvvisamente cosciente di quanto patetico appari in questo momento. Non sai nemmeno dire se quella che provi sia gelosia, o se è semplicemente dispiacere perché Fletcher non ti ha considerato all’altezza di suonare accanto a lui. Avverti un sapore amaro in bocca che non riesci a scacciare e lo stomaco contratto con una tale forza che ti sembra di essere sul punto di vomitare.

La luce divertita che appare nello sguardo dell’uomo l’attimo dopo ti fa sentire ancora peggio. Si china verso di te, la voce bassa in modo che solo tu posso sentirlo. “Qual è il problema? Scopiamo una volta e pensi di essere diventato la mia fidanzata?”

Deglutisci e, rapida com’è arrivata, scompare tutta la rabbia che avevi addosso. Al suo posto, trovi tanta vergogna e la consapevolezza di aver oltrepassato una linea che non dovevi. Fletcher torna a rivolgersi verso il locale, indicando con un gesto del capo il musicista che lo ha accompagnato. “Matthew Gibson,” riprende, il tono innaturalmente calmo, “è uno dei più importanti nomi del jazz giù a New Orleans. Se non fossi un completo idiota, coglieresti questa occasione per fare qualcosa di utile per la tua cazzo di carriera, come per esempio entrare nelle sue grazie, invece di comportarti come una ragazzina isterica.”

Per un attimo vuoi rispondergli a tono, vuoi dirgli che non te ne fotte nulla della tua carriera, in questo preciso istante; vuoi dirgli che non eri lì per quello, ma per lui, eppure nello stesso momento in cui pensi quelle parole sai quanto sbagliate suonino, quando scorrette, fuori fuoco. Ammettere qualcosa del genere – ammettere che c’è qualcosa di più importante della tua musica – porrebbe a rischio tutti i sacrifici che hai fatto finora.

Così rimani in silenzio, il desiderio sempre più insistente di andartene da quel posto, di respirare l’aria della notte, che preme sulle tue ossa. Lo fai, o almeno ci provi; senza nemmeno rivolgergli un saluto, ti volti per allontanarti ma non compi che pochi passi: Fletcher non deve nemmeno fare lo sforzo di allungare un braccio per fermarti, gli basta pronunciare il tuo nome.

“Andrew,” dice solo. Ti immobilizzi istintivamente, maledicendoti in silenzio per questa tua assurda debolezza. Non ti giri, però, e almeno ti concedi di non dargli la soddisfazione di guardarlo in viso. “Pensi di aspettare che finisca, o devo trovare qualcun altro che mi faccia compagnia questa sera?”

Mandi giù saliva e, con essa, tutta la voglia che hai di rispondergli. Invece, riprendi a camminare, fino al fondo del locale, oltre l’ingresso, lungo il marciapiede fino all’angolo della strada. Il semaforo è rosso, ti costringe a fermarti; ed è nei pochi secondi che impiega a tornare verde che ogni tua risolutezza si infrange. Invece di attraversare, torni indietro sui tuoi passi.

Quando Fletcher varca la porta del Birdland e ti trova lì, non c’è nemmeno un briciolo di sorpresa sul suo volto.

/ parte due /

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