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[whiplash] be mad, be insane ~ fletcher/andrew, parte 2

/ parte uno /




“Ho una proposta per te,” comincia Marion, togliendosi gli occhiali da sole e sedendosi al tavolino del bar dove ti ha chiesto di incontrarvi questa mattina. Basandoti sul suo sorriso smagliante, non riesci a non considerare che sia qualcosa di veramente grandioso, ma in realtà, per quanto ti potessi sforzare, scopri poco dopo che la tua immaginazione non ti avrebbe mai permesso di indovinare quello che c’è realmente in ballo.

Si tratta di un tour con una band, il cui batterista si è recentemente ritirato, della durata di diversi mesi: la meta è il San Francisco Jazz Festival che si terrà la prossima estate. Ti ritrovi il cuore in gola e l’adrenalina a mille al solo pensiero: l’entusiasmo della tua manager ti contagia in pieno, perché questa potrebbe essere l’occasione che aspettavi da una vita, quella che ti permetterà di farti davvero un nome, di uscire fuori dai confini di New York, di toccare con mano il panorama jazz del Paese.

Ciò che tutto questo comporterebbe, però, lo realizzi poco dopo: mesi e mesi lontano da casa, lontano da tuo padre e – il suo nome ti sovviene senza che tu possa evitarlo – da Fletcher. D’improvviso la prospettiva di partire non ti appare più così smagliante; qualcosa ti affonda nel petto, qualcosa che assomiglia al peso della delusione, e non sai precisamente da dove tragga origine.

A Marion dici che ci rifletterai e le farai sapere al più presto; cerchi di non sentirti intimidito dallo sguardo inquisitore che ti rivolge. “Sai che un’opportunità del genere non ti ricapiterà facilmente, vero?” è la frase con cui si congeda.

Il punto è che lo sai, lo sai perfettamente.

*


Jim lascia quasi cadere i piatti che ha in mano, quando glielo racconti. Nei suoi occhi balena qualcosa che assomiglia terribilmente alla paura; tenta di mascherarla e non rendertela palese, mentre con cautela si informa, “E cosa hai deciso di fare? Voglio dire, sarebbero almeno sei mesi, giusto?”

Di riflesso, di fronte alle sue incertezze, i tuoi dubbi si dissolvono; è così da tempo, ormai, tutto quello che a tuo padre sembra troppo – eccessivo, pericoloso, improvviso – a te inizia ad apparire perfetto. Più lui teme una cosa più tu senti di volerla. Hai passato gli scorsi giorni ad immaginare come potrebbe essere andarsene da New York, cosa significherebbe trovarsi in tour, suonare ogni giorno in un posto diverso… fino a San Francisco, la città che pare promettere di realizzare qualsiasi sogno.

“Credo di voler accettare,” gli rispondi. È la prima volta che dai voce a questo desiderio: finora non è stato che un pensiero vago, una fantasia in cui non ti sei nemmeno concesso di indugiare troppo.

Jim cerca di non mostrarsi turbato, ancora una volta, mentre posa i piatti sul tavolo e guarda altrove, cercando il resto delle posate per apparecchiare. Ti sembra perso, come se non sapesse dove trovare ciò che gli serve nonostante viva in questa cucina da un’eternità; per un momento provi pena per lui, ma la triste verità è che, se qualcosa potrà fermarti, difficilmente saranno le sue preoccupazioni.

Cerchi di calmarlo, cerchi di spiegargli che andrà tutto bene e gli racconti della band, ripetendogli le informazioni che Marion ti ha passato nella speranza che capisca le tue ragioni e le accolga. Quando lo lasci, dopo pranzo, non sei certo di averlo convinto, ma sei sempre più sicuro che non ha importanza.

*


Il problema è: quando sei lontano da tuo padre l’incertezza ritorna. Perché quando sei lontano da lui puoi permetterti di pensare liberamente a Fletcher. Se c’è qualcosa – qualcuno? – che potrebbe trattenerti qui, quello è il tuo ex-insegnante. Per quanto ti dica e ti ripeta che ormai hai deciso, che non cambierai assolutamente idea, passi i giorni successivi divorato dal dubbio, prendendo il cellulare in mano per chiamare la tua agente e poi rimettendolo giù di colpo, perché una parte di te non vuole niente più che partire e lasciarti New York alle spalle, ma un’altra sa che, tra le cose che abbandonerai, alcune andranno perse per sempre.

Vuoi vederlo, è la risoluzione a cui giungi una sera dopo aver ingurgitato una certa quantità di alcool: richiede tutto il tuo coraggio, tutto, e soprattutto ti obbliga ad accettare la triste consapevolezza che è un errore. Che presentarsi a casa sua, arrivare a tanto per la prima volta, ti fa sembrare disperato, bisognoso, esattamente ciò che Fletcher odia e che tu hai cercato in tutti i modi di non essere.

Ma lo sei: sei disperato e bisognoso. Di cosa, non lo sai indicare con precisione.

L’uomo impiega un’eternità ad aprire la porta; ti passano per la mente tutti i possibili scenari – a partire dal più semplice, come il suo essere uscito, al peggiore, come il venire scacciato con un rifiuto netto che al momento non sapresti come gestire – ma quando lui ti compare davanti ti forzi a mettere da parte qualsiasi aspettativa. Deglutisci e rimani in silenzio sotto lo scrutinio dei suoi occhi azzurri, le sopracciglia dell’uomo che si alzano in una muta domanda.

Che ci sia qualcosa che non va lo capisce all’istante, lo sai. Forse è per quello che si risparmia di mandarti via e, invece, si mette da parte lasciandoti entrare. La prima cosa che fai è guardarti intorno un po’ sperso, come se l’appartamento potesse essere improvvisamente diverso ora che hai deciso di venirci di tua sponte, invece che esservi condotto dal padrone di casa. Invece è tutto esattamente identico, tutto esattamente nello stesso posto.

“Hai sbagliato indirizzo, Neiman?” ti arriva la voce dell’uomo, ancora alle tue spalle. “Se è il tuo paparino che cerchi, credo abiti molto lontano da qui.”

La sua voce ti scivola addosso come carta vetrata, graffiandoti ogni centimetro di pelle; ma, sorprendentemente, non è dolore quello che provi. “Chiudi la bocca,” dici, voltandoti verso di lui. Un brevissimo lampo di sorpresa compare sulla sua espressione e si trasforma subito dopo in un piccolo ghigno divertito. Ti fissa mentre accorci la distanza tra voi, senza spostare gli occhi dai tuoi, finché non sei distante che un soffio e ti sporgi per baciarlo.

Ti lascia fare, ricambiando senza gentilezza la frenesia dei tuoi gesti, affondandoti le dita nei fianchi per attirarti più vicino. Poi, dopo qualche istante, ti allontana con un colpo secco per poterti piantare nuovamente lo sguardo in viso e, soprattutto, costringerti a riconoscere che sa perfettamente di cosa hai bisogno; sa di poterti dare quello che vuoi o di potertelo togliere, sa di essere ciò che ti tiene a galla nella tempesta e che, con un semplice cenno, potrebbe lasciarti annegare o, persino, posarti una mano sulla testa e spingerti a fondo.

Rende tutto questo palese nel silenzio che segue – e tu hai paura, una paura fottuta di esserti esposto troppo, di aver compiuto un errore dopo l’altro, di avergli servito la tua distruzione su un piatto d’argento – ma dopo una frazione di secondo si china verso di te e la sua bocca è di nuovo sulla tua.

Vorresti chiedergli-- non sai esattamente cosa vorresti chiedergli; lui, però, sembra averne un’idea più precisa della tua. Fa un gesto col capo verso la camera da letto, seguendoti mentre inizia a spogliarsi. Vi lasciate dietro una scia di vestiti, mentre le vostre mani sono impegnate sui corpi dell’altro, fino all’ingombrante materasso che occupa la stanza, dove ricadi in maniera quasi dolorosa, tirandotelo dietro; il suo corpo va a coprire il tuo, premendo contro di te, togliendoti il respiro ad ogni movimento del bacino.

Speri che faccia qualcosa, e presto, per sciogliere la tensione che è andata accumulandosi sotto la tua pelle; e quando finalmente lo vedi sollevarsi per raggiungere il comodino e prendere la confezione di lubrificante e preservativi, quasi gridi di sollievo. Lasci che l’uomo si occupi di tutto, serrando le palpebre e concentrandoti sulle ondate di piacere che ti risalgono dal basso ventre; ti mordi il labbro inferiore con forza, perché non vuoi correre il rischio di farti sfuggire qualcosa di inappropriato. Hai paura di implorarlo, hai paura di pronunciare il suo nome – Terence –, di nuovo e di nuovo ad ogni sua spinta, e non vuoi assolutamente che succeda. Gli hai già dato troppo, abbastanza per una vita intera, e non puoi permetterti di dargli di più.

Quando la sua mano si stringe attorno alla tua erezione, finalmente, quasi vieni all’istante; ti bastano pochi movimenti del suo polso per portarti all’orlo, per aggrapparti alle sue spalle con forza e iniziare a tremare per l’orgasmo. Poi ricadi indietro, lo lasci finire, gli occhi ancora chiusi e il respiro affannato, finché non viene anche lui e, dopo appena un momento, ti si toglie di dosso.

Il silenzio ristagna per qualche secondo, prima che dica, “Va’ a darti una ripulita”. Ti alzi dal letto piano, insicuro della stabilità delle tue gambe, e ti dirigi verso il bagno.

Quando ritorni Fletcher si sta rivestendo; sapendo benissimo che ora il tuo tempo è limitato, lo imiti. Si sta allacciando la cintura dei pantaloni, quando si gira verso di te e chiede: “Sei venuto fin qui solo per una scopata o c’è altro?”

È una domanda, ma ti basta guardarlo per essere certo che quello che intende davvero è: dimmi la verità, o vattene. Non hai davvero alternative.

Ti passi una mano tra i capelli, cercando di non apparire troppo nervoso, sperando che il sesso abbia lavato via tutti i dubbi, la tensione, la paura che ti hanno portato in questo appartamento. Poi gli dici del tour e della proposta della tua manager.

La reazione di Fletcher, in fondo, te la saresti potuta aspettare. “E quindi? Perché cazzo me lo stai raccontando?” Si piazza davanti a te, fissandoti attentamente in un modo che ti fa sentire assolutamente fuori posto; lo scherno nella sua voce non ti passa inosservato. “Stai chiedendo il mio permesso o qualche stronzata del genere?”

Apri la bocca per replicare, ma non ne viene fuori nulla. Per un lungo momento, vedi rosso: vuoi saltargli addosso e tirargli un pugno come quel pomeriggio a Dunellen; senti quella stessa rabbia nello stomaco, quella stessa voglia di causargli dolore, per il semplice fatto che lui non perde mai occasione per causarne a te. Ti mordi la lingua, serri i pugni, cercando di mettere in atto tutto il controllo che sei in grado di esercitare su te stesso. L’idea di non vederlo per mesi, di colpo, non ti sembra più così terribile.

“No, non voglio il tuo permesso,” ti forzi a dire, tra i denti.

Finisci di raccogliere la tua roba ed esci dalla stanza, in direzione della porta d’ingresso. Hai già la mano sulla maniglia quando ti chiama.

“Neiman.”

Una scintilla di speranza ti si accende nello stomaco, ma resiste solo un attimo: ti dici che non impari mai, mai, e, senza stare a sentire quello che ha da aggiungere, apri la porta e te la chiudi alle spalle.

Chiami Marion una volta giunto a casa e le dici di accettare la proposta. Parti per il tour alla fine del mese, lasciandoti New York indietro senza rimorsi.

*


San Francisco ti rapisce con le sue luci, la sua vitalità e soprattutto la sua musica. New York la rivedi brevemente un anno dopo essere partito, prima di lasciarla nuovamente per un altro tour, la consapevolezza di non volerti ancorare ad un unico posto che ti spinge ad andare. La California la giri interamente; suoni a Los Angeles, a San Diego, poi di nuovo a San Francisco, dove ti assumono per dei concerti, partecipi a diversi festival, e registri persino un cd in cui riesci a far infilare una traccia che tu stesso hai composto.

Il tuo nome comincia a comparire sulle riviste di musica a tiratura nazionale, viene pronunciato dai principali esponenti della critica jazz statunitense; a volte ti riconoscono per strada e a questo, ancora, non riesci ad abituarti. Ma la cosa migliore è poter suonare, dove vuoi, quando vuoi: tutte le porte ti si aprono davanti con una facilità disarmante.

Ti convinci, in questo lungo periodo, che non ti manca nulla. E quando quella sensazione di assenza che non sai da dove provenga ti si adagia nel petto e rende quasi difficile respirare, ti chini su una superficie liscia e lucida e sniffi cocaina: l’impatto della droga sul tuo corpo è abbastanza per tornare a sorridere, ad essere brillante, a farti degli amici e degli amanti che sono sempre assolutamente temporanei.

Poi, un giorno, ti arriva la telefonata di tuo zio. Pronuncia poche parole, “Tuo padre è in ospedale”, ed è quanto basta a convincerti a preparare una valigia e prendere il primo aereo per New York, la città in cui ti sembra di non mettere piede da una vita.

*


Quando arrivi, vai direttamente in clinica, dove scopri che Jim è in sala operatoria. I tuoi zii ti spiegano brevemente che ha avuto un infarto, che stava avendo problemi al cuore da tempo – cosa di cui, con te, non ha fatto parola – e che dall’operazione che dura già da ore potrebbe non svegliarsi.

Non sai come prendere la notizia. Tuo zio ti rivolge uno sguardo duro, di fronte alla tua occhiata confusa. “Forse se fossi stato qui invece che dall’altra parte del Paese lo sapresti.” Ha un tono severo, intransigente, e davanti alla sua espressione incollerita non puoi non sentirti in colpa. Una parte di te è furiosa con tuo padre per non avertene parlato, ma anche dispiaciuta per essere rimasto lontano così a lungo, per non averlo visto per chissà quanto e non aver nemmeno ipotizzato che le cose potessero non andare tanto bene come affermava sempre; un’altra parte di te, però, non riesce a provare il giusto rimorso. Questi anni sono stati i migliori che hai vissuto e non c’è probabilmente nulla con cui li baratteresti.

Ti sorprendi a pensarla ancora in questo modo anche quando vedete un medico uscire dalle porte del reparto per raggiungervi. Capisci cos’è successo già prima che parli, a giudicare dalla sua espressione stanca e seria. Mentre tua zia scoppia a piangere, e il marito la stringe in un abbraccio, torni a sederti su una delle sedioline di plastica e ti prendi il viso tra le mani.

Non versi nemmeno una lacrima, però, e non puoi evitare di chiederti cosa diavolo ci sia di sbagliato in te.

*


I giorni successivi sono una tortura. Cerchi di sopportare alla bell’e meglio i commenti di tuo zio sulle tue assenze, sul tuo egoismo; te lo fa pesare ad ogni occasione, come se ripetertelo e ripetertelo possa cambiare qualcosa, come se avessi il potere di riportare indietro tuo padre e rimediare ai tuoi errori. Ti incolpa di aver dato preferenza alla musica, senza considerarla una vera carriera, lasciandoti intendere come non ci sia un numero abbastanza grande di successi che puoi vantare per fargli cambiare idea.

Devi ringraziare la coca se sei in grado di affrontare il funerale. Sei fatto tutto il tempo, e solo così hai la capacità di restare in piedi accanto ai tuoi parenti, stringere mani e ricevere condoglianze da gente che non vedi da secoli e che ricordi vagamente aver mai fatto parte della vita di tuo padre. Il rossore dei tuoi occhi viene attribuito al pianto, cosa che porta tuo zio a lasciarti finalmente in pace, almeno per l’occasione.

Quando riesci a liberarti di loro, a sera, rifugiandoti nell’appartamento per cui hai continuato a pagare nonostante fossi a chilometri di distanza soltanto per rassicurare Jim che un giorno saresti davvero tornato, ti senti già meglio. Lui ti manca, ti manca da impazzire, ma il resto della tua famiglia, decidi in questo momento, può decisamente andare a farsi fottere.

È però il silenzio assoluto che regna nell’abitazione, la polvere che si è accumulata sui mobili e sulle pareti, il completo senso di estraneità che avverti nei confronti di quelli che nemmeno troppo tempo fa erano i tuoi averi, che ti fanno sentire davvero e totalmente solo. Gran parte delle persone che conosci te le sei lasciato indietro a San Francisco, compresa quella che poteva passare per la tua ragazza negli ultimi tempi, e qui, senza tuo padre, ti sembra di non avere nessuno su cui poter fare affidamento.

Così prendi il telefono, componi il numero del contatto newyorkese che il tuo spacciatore ti ha dato e gli dai il tuo indirizzo. Quando arriva, ti mette tra le mani una bustina di polvere bianca, come se sapesse già quale sarebbe stata la tua richiesta. La osservi per un po’, chiudendovi le dita attorno e soppesandola appena, poi, nell’impulso di un attimo, domandi: “Hai niente di più forte?”

L’uomo sorride, un sorriso tagliente e accattivante, e ti fa cenno di farlo entrare. “Preparati perché stai per provare la roba migliore di sempre. Ti insegnerà cos’è la felicità,” promette.

Speri solo che dica la verità.

*


La tua fama e il tuo talento, almeno, non te li sei lasciati indietro. A New York riprendi a lavorare come se non te ne fossi mai andato, anzi forse con ancora maggiore intensità. Il tuo manager – Thomas, il tuo nuovo manager, perché Marion ha levato le tende la prima e unica volta che hai mancato un’esibizione perché eri troppo fatto, affermando di non avere nessuna intenzione di lavorare con un drogato – ti procura un ingaggio dopo l’altro, concedendoti ben poco tempo per pensare o sentire o piangerti addosso. Gliene sei grato, terribilmente, soprattutto quando ti trovi a suonare accanto ai grandi nomi del jazz newyorkese. Lui ride alla tua sorpresa, dice: “Andrew, forse dimentichi che tu sei un grande nome del jazz, adesso.”

E poi succede. Una sera, al termine di un concerto ad un evento di beneficienza organizzato a Central Park, Tom ti presenta Wynton Marsalis: a seguito di una conversazione di dieci minuti e una stretta di mano, scopri di essere diventato la seconda batteria al Lincoln Center. In qualche modo, ti sembra di aver raggiunto il punto più alto della tua vita, la meta a cui miravi fin da quando, a sei anni, hai provato la tua prima batteria.

L’eccitazione elettrica che ti attraversa viene smorzata appena dal pensiero di tuo padre, il primo a cui l’avresti raccontato se fosse stato ancora con te; poi, come se non bastasse, pensi a Fletcher, nonostante tu non l’abbia fatto per un’interminabile quantità di tempo.

Non lo vedi dal tuo primo ritorno a New York, subito dopo il San Francisco Jazz Festival; ricordi di essere andato a casa sua, in uno stupido tentativo di-- cosa? Adesso, dopo tutti questi anni, non lo sai più. Comunque non lo avevi trovato, così eri tornato in strada, salvo imbatterti in lui poco dopo all’uscita della metropolitana. Vi eravate guardati per un lungo momento, rompendo il silenzio con un breve saluto e la sua domanda, “Com’è andato il tour?”

Altro silenzio aveva seguito la tua risposta, un semplice “Bene”, finché Fletcher non aveva annuito, detto “Mi fa piacere,” e continuato per la propria strada. L’incontro ti aveva lasciato un retrogusto amaro perché ti aveva dato la conferma – che forse era quello che cercavi, in realtà – che avevi avuto ragione e la tua partenza aveva effettivamente messo fine a qualsiasi cosa vi fosse tra voi, per quanto indefinibile e vaga fosse ai tempi.

Ti sei imposto di non pensare più a lui, da allora, e devi ammettere di esserci riuscito più o meno bene; partire nuovamente da New York aveva aiutato, anche se c’erano stati giorni particolarmente grigi in cui avresti giurato di averlo scorto tra la folla ad uno dei tuoi concerti. L’impossibilità del tutto ti aveva convinto di doverlo dimenticare con maggiore impegno, e c’eri quasi riuscito. Fino ad ora. La notizia relativa al Lincoln Center e l’essere nuovamente in città ti hanno riportato indietro con una facilità disarmante, e prima che te ne renda conto ti stai già chiedendo cosa ne sia stato di lui.

Con forza, ti costringi a mettere da parte il pensiero, la curiosità, la mancanza, qualsiasi cosa; torni verso i ragazzi con cui hai suonato questa sera e, con la scusa di festeggiare il tuo ingaggio, li inviti a bere qualcosa. Tutto pur di non restare da solo, non stasera.

*


Fare ufficialmente parte di un’orchestra ti aiuta a creare una routine, a riempire il tuo tempo con esercitazioni e prove; cerchi di essere in piena forma, di ridurre la droga, di ripulirti quanto più ti è possibile senza chiedere un aiuto ufficiale. Cerchi di avere un buon aspetto, così che quando ti chiedano di suonare tu sia pronto a farlo, perfettamente e senza sbavature. Ci vogliono mesi perché succeda, mesi perché ti accettino, perché il Lincoln Center diventi la tua nuova casa, ma accade.

Ad ogni esibizione prendi l’abitudine di osservare la folla con cura, come alla ricerca di qualcuno; è un gesto inconscio, che non realizzi di star compiendo finché non ti ritrovi ad esaminare attentamente ogni volto. È quando lo vedi che capisci chi, tra tutti, hai continuato a sperare di scorgere fin dall’inizio ufficiale della stagione concertistica: Fletcher.

Lì per lì ti sembra impossibile, deve essere un’illusione, un sogno durante le ore di veglia provocato dalla cocaina, o dall’assenza di sonno, o da chissà cos’altro. Ma l’uomo ha gli occhi fissi nei tuoi, immobile salvo per l’angolo della bocca che si piega verso l’alto, e d’improvviso non sei più sul palcoscenico del Lincoln Center in piena estate, ma tra le luci azzurrognole del Blue Note, come la prima volta che vi siete rivisti dopo il JVC. Fai del tuo meglio, proprio come hai fatto quella notte, ed è con una realizzazione dolorosa che ti rendi conto di quanta strada hai fatto, di quanto tempo sia passato, e di come Fletcher, in qualche modo, abbia sempre fatto parte della tua vita e sia sempre comparso al momento giusto per scandire i tuoi progressi.

A fine concerto quasi ti precipiti fuori dalle quinte, nei larghi corridoi del teatro, cercandolo disperatamente come se volessi accertarti di non aver davvero subito un trucco della tua fantasia. Tenti di ritrovarlo tra i presenti così a lungo, scansando strette di mano e congratulazioni e presentazioni di cui non ti importa nulla, che hai quasi perso le speranze, il teatro che inizia pian piano a svuotarsi.

Poi, una voce alle tue spalle. “Andrew.”

Ti volti lentamente, dandoti dello sciocco perché è così scontato che appaia quando meno te lo aspetti. È invecchiato, è la prima cosa che ti concedi di pensare prendendoti il tempo di studiarlo; sembrano passati molto più che cinque anni, perché c’è una stanchezza tutta nuova nel suo aspetto che non ti sembra appartenergli. Però gli occhi azzurri sono gli stessi, riconosci mentre te li punta addosso esaminandoti con altrettanta attenzione.

Aggrotta piano le sopracciglia, con un atteggiamento che identifichi immediatamente come suo e che ti fa sentire di nuovo il ragazzino che temeva il suo giudizio. Non sai cosa daresti, in questo momento, per sentire qualcosa di buono uscire dalla sua bocca, per ricevere l’apprezzamento che hai desiderato da lui per chissà quanto.

Invece dice, a bruciapelo, “Sei fatto. Sei fatto proprio in questo momento.”

Scoppi a ridere (quando imparerai?), la nota amara nella tua voce che brucia nel fondo della gola; se c’è qualcuno che avrebbe potuto realizzare della tua dipendenza solo osservandoti per un minuto e mezzo ovviamente quello è lui.

“Non avevi bisogno di questa merda, prima,” continua, il tono severo.

Nell’attimo che segue temi che ti chieda perché, come hai iniziato, cosa ti ha spinto a continuare; temi che gli diresti la verità, o almeno quella che tu credi sia la verità, e che per l’ennesima volta ti esporresti a lui con tutte le tue debolezze e i tuoi bisogni. Decidi di non dargliene modo.

Scrolli le spalle con naturalezza. “Magari sono cambiato. Magari mi è mancato qualcosa,” replichi, il divertimento appena celato.

Stringe le labbra in una linea sottile, probabilmente impedendosi di darti una risposta adeguata. Continua a fissarti, come se ci fosse qualcosa che volesse aggiungere ma stesse valutando se farlo o meno; il conflitto ti appare evidente sul suo viso, nonostante la sua bravura nel nascondere qualsiasi tipo di emozione, e intanto il silenzio cala su di voi mentre le sale del Lincoln Center si svuotano ancora di più. Pensi che lasciare tutte quelle parole in sospeso sia un finale appropriato al rapporto contorto che vi siete trascinati dietro dai tempi del conservatorio e, ancora, ti ricordi nuovamente che non ti saresti mai dovuto aspettare niente di diverso.

Quindi, semplicemente, ci rinunci. “Devo andare,” lo informi, lanciando una breve occhiata alle quinte del teatro dove il resto della band ti sta probabilmente cercando. Fai un passo verso di lui, un’ultima sfida a dire finalmente qualcosa.

Fletcher si limita a dare un assenso col capo. Quando è chiaro che non aggiungerà nulla, prendi un piccolo sospiro e gli passi oltre. Non ti ferma, non ti saluta, e tu non ti guardi indietro. Lo fai solo una volta giunto all’ingresso del corridoio, ma scopri che l’androne è ormai deserto e di lui non c’è più traccia.

*


Poi, diversi mesi dopo, durante le prove della band, Marsalis vi raggiunge e interrompe la vostra esercitazione. “Gente, ascoltate. Oggi abbiamo perso qualcuno di importante nel mondo della musica, qualcuno che ha certamente lasciato la sua impronta formando molti di voi.”

Alzi la testa dal tuo kit, una sensazione terribile che ti si adagia nello stomaco, quasi potessi indovinare le parole che pronuncia un attimo dopo. “Terence Fletcher è morto la scorsa notte.”

Ti cadono le bacchette di mano, producendo un ticchettio leggero sul pavimento, e la bocca ti si secca. Del resto del discorso di Marsalis non senti niente, troppo impegnato a reggerti allo sgabello perché la testa ti gira e rischi di scivolare via ad ogni istante. Quindi, come avevi sospettato, quell’ultimo incontro ha davvero segnato la fine, l’inesorabile e reale fine. Non puoi evitare di correre con la mente a quei ricordi, rigirarteli nella mente e chiederti, ancora e ancora, quante cose, tra voi, sono rimaste in sospeso.

Daresti chissà quanto per poter tornare indietro a quel preciso momento, poterlo afferrare per le spalle e, con un gesto deciso, obbligarlo a dirti tutto.

*


I giorni successivi sfumano l’uno nell’altro, senza confini; l’eroina, a cui sei rapidamente ritornato, e l’assenza di sonno li rendono fluidi, nebbiosi, lasciandoti il minimo di lucidità che ti serve per informarti su dove e quando si terrà il funerale. Rimani indeciso se presentarti o meno fino all’ultimo secondo, principalmente perché renderti presentabile e uscire di casa ti sembrano uno sforzo insormontabile che non ti senti in grado di gestire.

Ma alla fine decidi di andare. Forse vuoi vederlo con i tuoi occhi, forse vuoi dargli un addio, forse hai solo bisogno di renderti conto che non stai sognando, che Fletcher è stato reale e che è stato parte della tua vita.

La cerimonia, ti rendi conto una volta arrivato al cimitero, sembra riservata a pochi intimi, o almeno a chi ha potuto conoscerlo sul serio. Di conseguenza, c’è un gruppo sparuto di persone, una ventina al massimo. Più vicino al parroco noti subito due figure: la donna e la bambina bionda della foto, che riconosci senza fatica nonostante si portino molti più anni addosso. La figlia di Fletcher – ormai una ragazza quasi adulta, in realtà – ti punta lo sguardo in viso per un istante, forse incuriosita dal tuo aspetto sciatto, dal tuo restare ai margini della piccola folla, chiedendosi se sei soltanto un curioso di passaggio o se davvero conoscessi suo padre; i suoi occhi azzurri ti colpiscono come uno schiaffo, e le sei terribilmente grato quando finalmente torna a prestare attenzione a sua madre e alla cerimonia, invece che a te.

“Neiman?”

Ti rendi conto solo in quel momento del ragazzo che si è avvicinato, l’unico altro individuo che, come te, si sta tenendo in disparte. Lo osservi senza attenzione, perché non hai davvero voglia di scoprire chi sia, ma lui si toglie gli occhiali da sole e chiede ancora, “Neiman? Ehi, sono Tanner.”

Lo guardi ancora e, questa volta, lo riconosci senza fatica, nonostante l’aspetto diverso, più curato, il completo chiaramente firmato e i capelli più corti e tirati all’indietro. “Ehi,” replichi, senza entusiasmo, domandandoti brevemente che impressione gli farai tu, con i tuoi occhi arrossati, le tre ore di sonno in tre giorni che hai accumulato e che ti segnano il viso, i vestiti spiegazzati tirati fuori dall’armadio in tutta fretta all’ultimo minuto.

Tanner piega la bocca in un piccolo sorriso. Fa un cenno del capo verso la cerimonia, verso la bara e il parroco, e dice, “Chi l’avrebbe mai detto, eh? Ho dovuto venire a vedere di persona, quando ho saputo, altrimenti non ci avrei mai creduto.”

Deglutisci, perché in un certo senso capisci esattamente cosa intende. Carl ti osserva come aspettandosi una risposta, ma ci rinuncia di fronte al tuo ostinato silenzio, portando la propria attenzione altrove. Passano alcuni attimi in cui le parole dell’omelia sono le uniche che risuonano nell’aria, poi il ragazzo parla ancora. “Siete rimasti in contatto?”

È una domanda innocente, una semplice curiosità che deve essergli nata dall’incontrarti qui, ma a te lascia un sapore amaro in bocca, perché non sai che risposta dare, non sai nemmeno se puoi davvero definire quello che è successo tra voi negli anni passati restare in contatto. Alla fine, solo per placare la sua insistenza, borbotti un, “Qualcosa del genere.”

L’altro dà forma ad un piccolo ghigno affilato. “Questo spiega perché hai un aspetto così terribile. Dubito che averlo intorno ti abbia fatto bene.”

Lo scherno nelle sue parole lo riconosci con facilità, ma il punto è che sei quasi tentato di dargli ragione. Non puoi evitare di chiederti se, forse, non sarebbe stato meglio aver interrotto ogni relazione con Fletcher dopo Dunellen, lasciarlo uscire dalla tua vita senza aggrapparti alla sua presenza con le unghie e con i denti, come hai invece fatto negli anni successivi. Ti chiedi come saresti ora, se le cose fossero andate così; forse ti saresti rassegnato alla mediocrità, o forse avresti trovato il modo di farcela comunque, ma la vera domanda è: saresti meno miserabile?

Ti rispondi che non ha importanza. Se potessi tornare indietro, rifaresti tutto esattamente nella stessa maniera.

Di fronte al tuo ennesimo silenzio, Tanner rindossa gli occhiali e ti saluta. “Devo andare. Ci vediamo, Neiman.”

Lo osservi brevemente allontanarsi lungo il viale, per poi riportare la tua attenzione sulla cerimonia. Resti immobile nello stesso punto finché non è finita e oltre, finché il cimitero non si è svuotato e la sera non ha iniziato a calare. Poi vai a casa, ti metti alla batteria e suoni finché le dita non iniziano a sanguinare.

*


E poi gli anni passano in un turbinio di prove, concerti, viaggi, ingaggi. Qualcuno inizia a definirti ‘il nuovo Charlie Parker’ e ogni volta che quel paragone viene ripetuto ti fa scorrere un brivido lungo la schiena che non è eccitazione, né compiacimento. Quando te lo chiedono, tu continui a ripetere che nella tua vita non ti manca niente, che hai tutto, ed è in parte vero perché hai la tua musica e la tua musica è tutto ciò che importa. E la tua batteria, infatti, è l’unica presenza costante nelle tue giornate, al contrario di relazioni e amicizie che non durano, che arrivano e si dissolvono senza lasciare il minimo segno. C’è quella, e c’è l’eroina, a cui non rinunci nemmeno una volta.

Così ad un certo punto succede. Non lo fai di proposito, certo che non lo fai di proposito; è un incidente, un granello di polvere tagliato male, o un paio di milligrammi in più del solito, o il miscuglio di alcool che ti scorre ancora nelle vene dai festeggiamenti della notte prima.

O ancora, le cose non stanno così: forse lo hai fatto di proposito. Forse hai iniziato questo lento suicidio da quando hai fumato la tua prima canna, o sniffato la tua prima dose di cocaina. Forse te la sei cercata, disperatamente, come un naufrago che si aggrappa alla prima tavola di legno che gli passa davanti sperando che possa reggerne il peso di fronte alle onde che gli si infrangono addosso. Perché la verità è che hai sempre avuto paura.

Paura di scomparire, di spegnerti lentamente, di essere dimenticato; paura di non essere bravo abbastanza, di aver vissuto una bugia, un’illusione, e di scoprirlo con l’età che avanza, quando sarebbe ormai troppo tardi per porvi rimedio. Allora, forse, te la sei cercata e morire in questo modo è sempre stato il tuo obiettivo.

E mentre i tuoi sensi scivolano in una nebbia fitta che ti impedisce di vedere, sentire, respirare, ti sembra di percepire la voce di Fletcher che ti chiama da lontano. Il suo viso ti compare davanti all’improvviso, gli occhi di un azzurro abbagliante fissi nei tuoi, l’angolo della bocca piegato verso l’alto nel suo tipico sorriso canzonatorio.

“Neiman, Neiman,” comincia, scuotendo piano la testa. “Non ti sembra di essere un po’ in anticipo sul tempo?”

Scivoli all’indietro, i muscoli che a malapena rispondono ai tuoi comandi, un gelo innaturale che ti investe le estremità delle dita; il tuo sguardo, però, resta puntato nel punto in cui l’uomo attende la tua risposta. Pieghi appena il collo di lato, mimando la sua stessa espressione divertita. “No, credo di essere perfettamente in tempo.”

“Se ne sei sicuro,” conclude, assecondandoti con un gesto del capo. Poi si volta e fa per andare. Chiudi gli occhi e lo segui, dimenticandoti indietro il tuo corpo ormai troppo pesante, perché non hai nessuna intenzione di perderlo di nuovo.


Note finali:
• Truth to be told, Andrew muore a moooolto meno che a 34 anni. *_*”
• Alessia, ciao, mi rendo conto che regalarti questa fic è stato come regalarti, boh, una bara per il tuo compleanno con la promessa di aver pensato al tuo prospero futuro, quindi ti chiedo scusa? PERDONAMI? Quello che ho fatto l’ho fatto per amore, giuro.

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