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[hp] the weight of us ~ ron/harry / parte uno

Titolo: The weight of us
Fandom: Harry Potter
Beta: l’amabile eowie
Personaggi: Harry Potter, Ron Weasley, Ginny Weasley, Hermione Granger, più comparsate varie di Neville, Kingsley, i Weasley e altra gente, persino un OC. ò_o
Pairing: Ron/Harry con necessari accenni Harry/Ginny, Ron/Hermione e Harry/tizio a caso.
Rating: R
Conteggio Parole: Questa fic è “lunga come la quaresima, lunga come la fila per il bagno delle signore, come la coda in posta di Sabato mattina e per le casse al supermercato il giorno della vigilia di Natale, insomma, tutte queste cose qui” [cit. Ale]. Cioè, 17.146 (W)
Avvertimenti: Harry e Ginny bombano on screen, che mi pare una cosa non adatta ai deboli di cuore, per cui vi avviso per tempo. E bombano anche Harry e Ron, se no pareva brutto. Ron e Hermione invece no, grazie al cielo non sono ancora caduta così in basso.
Disclaimer: I personaggi della storia appartengono ai rispettivi proprietari e creatori, che ne detengono i diritti. Nulla di ciò è scritto a scopo di lucro. Sì, ma a sto punto e dopo tutta ‘sta fatica vendimeli, J.K., vendimeli.
Note:
AMATISSIMA VANY, BUON COMPLEANNOOOOOOOOHHHH!!!!!!!!!!! ♥♥♥♥♥♥♥♥♥
Socia mia!!!!!!!!! Spero che tu abbia passato una buonissima giornata e che il tuo compleanno finora sia stato grandioso come l’unico e solo Oracolo si merita e che gli acciacchi della vecchiaia non si siano fatti sentire troppo oh oh oh *dondi*. Che dire a parte che TI AMISSIMO SEMPRE e che ti auguro di compiere tredici anni per molto tempo ancora. E per il resto niente, siccome in questi mesi non ho avuto veramente niente da fare e stavo tipo tutto il giorno a casa a girarmi i pollici, mi sono detta: perché non scrivere a Vany un romanzo? Così, giusto per cambiare. Quindi eccomi qui. *_* Spero che ti piacerà almeno un po’ e che boh, non cascherai dal sonno a metà sfiancata dalla lunghezza estrema? Ecco.
• Cheppoi, testimone Ale, la scelta per il regalo di quest’anno è ricaduta su questa fic proprio perché era già plottata (avevo anche la parte iniziale? Praticamente una goccia nell’oceano, ma va beh), i pg mi vengono facili e mi serviva appunto qualcosa da scrivere che non mi costasse troppissima fatica, dato il periodo particolarmente incasinato. (Infatti mi sono sentita anche in colpa perché stavo scrivendo qualcosa di cui Vany già conosceva la trama?? Ma!!! Era l’unica alternativa per fare in tempo!!! Peccato che poi non ho quasi fatto in tempo comunque, ahah, sono una grande.)
Comunque sia, sono state le ultime parole famose. Come al solito ci azzecco sempre nelle mie previsioni, olè.
• Come risultato, la fic è stata ridotta drasticamente perché ovviamente doveva esserci molta più roba, ma per questioni di tempo ho dovuto fare dei tagli. Spero comunque che sia una cosa decente, insomma, e soprattutto un bel regalo per la socia. ♥
• Intanto scrivo queste note alle 16:02 e posso dire che finora la socia non ha indovinato. Ma!!! Non voglio gioire troppo presto, perché temo sempre nel colpo Oracoloso dell’ultimo minuto, per cui intanto mi preparo una bella faccia Oshosa per lei, giusto per. Aggiornamento delle 22:40: NON L’HAI INDOVINATA, NON L’HAI INDOVINATA, AH AH AH.
• Poi va beh, fatemi solo più dire che non è davvero una sorpresa che la fic più lunga della storia mi sia venuta fuori su HP e su Harry e Ron. Cioè, dai, sono prevedibile.
• E niente, non ho niente da dire, perché che cavolo si può dire su una fic immensa già? Niente, ho scritto troppo, basta, levatemela di torno, non la voglio più vedere.
• Però no, voglio far notare al mondo che dopo quasi dieci anni di carriera nel mondo delle fanfic di HP ho fatto bombare Harry con la sua fidanzata canon, in più in occasione del compleanno di Vany. Cioè, due cose più assurde non si possono sentire, eppure!!!
• E un piccolo (ma in realtà immenso) ringraziamento per Ale, comunque, che oltre a sorbirsi le mie pare si è betata 17.000 parole di fic in pochissimi giorni, che non mi pare un lavoro da poco. Grazie, Ale. T_T
• Titolo dall’omonima canzone Sanders Bohlke che è la canzone di Harry e Ron, via.
• Ah ma una cosa da dire ce l’ho!!!!!!! Però è spoiler quindi la trovate alla fine.



The weight of us
i’m not ready / for the weight of us



i. giugno 1998

“Ancora non capisco,” comincia Ron. Posa sul pavimento lo scatolone che sta trasportando e si guarda intorno, esaminando per l’ennesima volta le misere due stanze e cucina da cui il nuovo appartamento di Harry è composto. “Avresti potuto vivere in quella reggia che è Grimmauld Place, chi te l’ha fatto fare?”

“Sei un idiota,” lo ammonisce sua sorella, scartandolo e superandolo con una busta piena di provviste date loro da Molly per riempire la dispensa. Si avvia diretta verso la cucina, dove apre una delle ante del mobile e inizia a spostare i barattoli di cibo al suo interno. Harry sorride appena all’alzare gli occhi al cielo dell’amico. “Non mi piace l’idea di vivere lì,” ammette poi, scrollando le spalle ed evitando lo sguardo degli altri tre mentre si infila nella sua futura camera da letto con una borsa piena di vestiti.

“Non ne dubito,” commenta Hermione, lanciando a Ron un’occhiata quasi di rimprovero, “con tutto quello che ci abbiamo passato.”

“Per non parlare del ritratto della Signora Black, che sarebbe una compagnia tutt’altro che piacevole,” aggiunge Ginny, la testa rossa che fa capolino dalla porta scorrevole della cucina.

“In ogni caso,” riprende Hermione, il solito tono ragionevole che sembra capace di mettere fine a qualsiasi discussione, “abitare a Diagon Alley è decisamente più sicuro. Ora che vi siete impegnati nella caccia ai Mangiamorte rimasti, non si sa mai cosa può succedere. Meglio essere circondati da maghi.”

Ron si stringe nelle spalle, incapace di darle torto, poi dà una sbirciata al contenuto della scatola che stava trasportando, la raccoglie e la porta nella stanza di Harry. “Questi dove li metto?” domanda, “Sono i libri di Hogwarts.”

L’amico gli indica uno scaffale sulla parete opposta al letto, poi torna a prestare attenzione all’armadio, impegnato a sistemarci dentro i vestiti. “Hermione ha ragione, sai,” dice dopo qualche istante di silenzio, “qui sono più al sicuro che tra i Babbani.”

Ron si ferma, abbandona i libri e gli si avvicina. “Harry, se è questo che ti preoccupa saresti potuto rimanere alla Tana ancora tutto il tempo che vuoi.” Per un attimo è incerto se allungare una mano verso di lui e toccarlo, costringerlo a girarsi e guardarlo in faccia per essere sicuro che sappia che è serio, ma poi desiste, abbandonando le braccia lungo i fianchi.

“Lo so. Grazie,” replica l’altro, abbozzando un sorriso. “Ma va bene così, è una cosa che dovevo fare.”

Il ragazzo continua a fissarlo per assicurarsi che intenda davvero ciò che sta dicendo, finché non lo vede finalmente voltarsi verso di lui. “Verrai a trovarmi?” lo sente chiedere, il tono appena divertito.

“Scherzi?!” ribatte Ron. “Sarò qui anche tutti i giorni, se significherà poter scappare da casa,” aggiunge in un borbottio, per poi dargli le spalle e tornare vicino allo scaffale. Allontanandosi, sente lo sguardo di Harry – e il suo sorriso – addosso a sé per alcuni istanti.



ii. luglio 1998

“Abbiamo un avvistamento,” li saluta Neville, appena fanno il loro ingresso nel Quartier Generale Auror del Ministero. Arrivare insieme è una sciocca abitudine che hanno adottato nelle settimane passate e che è rimasta invariata nonostante adesso vivano in posti differenti. Fianco a fianco si avvicinano al ragazzo, che rivolge loro un cenno del capo e poi continua, “Kingsley ci aspetta nel suo ufficio per aggiornarci.”

“Di chi si tratta?” domanda Harry, mentre si avviano lungo il corridoio verso l’ultima porta in fondo. Negli occhi di Neville balena per un attimo una vaga soddisfazione. “I fratelli Lestrange.”

Kingsley li accoglie con un sorriso e una pacca sulle spalle, per volgersi poi verso una scrivania su cui è stesa una mappa del sud dell’Inghilterra. “Sono stati riconosciuti a Dover,” comincia, indicando la città con un dito, “hanno Schiantato un uomo dopo averlo tenuto sotto Imperius. Probabilmente è stato lui a portarli fin lì, visto che non ricorda come ci è arrivato.”

“Sono ancora in città?” domanda rapido Harry. C’è una durezza tutta nuova nella sua voce, quando si tratta di queste questioni, e ogni volta Ron non riesce a non notare come questo tono professionale suoni diverso da quello che utilizza di solito. Sa che la situazione non lascia spazio a preoccupazioni di sorta, tuttavia, così si scrolla via questi pensieri e torna a prestare attenzione al Ministro.

“Sembrerebbero scomparsi ancora, ma direi che controllare di persona non sarebbe male.” Shacklebolt incrocia le braccia al petto, fissando la mappa con cipiglio serio. “Credo stiano cercando un modo per abbandonare il Paese, magari una nave che li porti in Francia.”

“Ha senso,” concorda Ron, però le sue parole sono quasi completamente coperte dall’esclamazione di Neville: “Ma non possiamo lasciarli andare!”

La mano di Harry si appoggia sulla spalla dell’amico, in un gesto che vuole essere saldo e determinato insieme. “Non preoccuparti, non lo faremo,” assicura, e a tutti gli altri presenti nella stanza appare chiaro che quella sia una promessa.

“Bene,” commenta Kingsley, ripiegando la mappa e muovendo alcuni ampi passi verso la porta. “Faccio preparare una Passaporta, ci rivediamo qui tra un’ora per l’attivazione.”

*


Il viaggio a Dover si rivela un buco nell’acqua. Restano lì tre giorni e tre notti, setacciando la città e mettendosi in contatto con i maghi della zona, prima di accettare che dei Lestrange non c’è più traccia e che è tempo di fare ritorno a Londra.

“Ci conviene tenere d’occhio tutti i paesi sulla costa,” comincia Kingsley, mentre, la sera della partenza, attendono che la Passaporta si attivi nell’abitazione che il Ministero ha messo a loro disposizione. “Il piano della nave mi sembra il migliore finora.”

“Potrebbero aver rubato delle scope,” replica Neville, la fronte corrugata per la preoccupazione. “Magari vogliono arrivare sul continente volando.”

“Sarebbero dei pazzi, a provarci,” è la risposta aspra dell’uomo, che a Ron strappa una risata secca.

“I fratelli Lestrange non sono esattamente le persone più sane della Terra, sapete.”

“Vale la pena controllare,” interviene Harry, annuendo. Non c’è traccia di risata sul suo viso e il tono è lo stesso stanco e pesante che ha usato per i tre giorni precedenti: Ron è certo che, poco tempo prima, avrebbe replicato alla sua battuta; vorrebbe dirsi che non c’è motivo di preoccuparsi, che non c’è nulla di male nell’essere concentrati sul lavoro, eppure sa che non è così. Si costringe a rimanere in silenzio, tuttavia, mentre l’amico continua: “Possiamo chiedere se nella zona ci sono stati furti o qualcosa del genere. Magari non tutti ci hanno fatto caso, finora.”

“D’accordo,” acconsente Kingsley, il tono ancora pensieroso. Lancia un’occhiata alla scatola di cartone mezza distrutta – che ha appena iniziato ad illuminarsi – attorno alla quale sono seduti e conclude, “Ma lo faremo da Londra, adesso dobbiamo andare.” Pochi istanti dopo, il familiare strappo all’ombelico li sta trasportando nuovamente a casa.

*


Nell’atrio del Ministero, dopo aver salutato Neville e Shacklebolt, Ron afferra Harry per un braccio e lo ferma prima che raggiunga l’area del trasporto via Metropolvere. “Ascolta,” comincia, suonando appena un po’ incerto, ma prendendo coraggio quando incrocia lo sguardo dell’amico. “Non voglio che vai a casa da solo.”

Harry batte un paio di volte le palpebre, poi scuote la testa. “Sono stanco,” si giustifica, “mi passerà.”

“No,” sbotta Ron; si costringe ad ingoiare la nota di frustrazione e continua, in tono più calmo, “Che ne dici se andiamo a bere qualcosa al Paiolo Magico? Possiamo invitare anche George, farà bene a tutti e tre.”

Harry sta per negarsi, per dire che, davvero, non c’è bisogno – lo sa, quasi lo sente pronunciare quelle parole –, ma poi l’espressione del suo viso si distende, si tranquillizza. Inspira aria e la espira lentamente; infine acconsente. “Va bene, credo che tu abbia ragione.”

Ron si accorge solo allora di avere ancora la mano sul suo braccio; sorridendo, allenta la presa e la fa scivolare via. “Perfetto! Aspettami qui, vado a mandargli un Gufo,” conclude, allontanandosi in tutta fretta.

*


Qualche minuto più tardi stanno aspettando George all’esterno del locale. Osservano distrattamente le persone passare sul marciapiede nella calda sera d’inizio agosto, chiacchierando di sciocchezze. Harry pensa per un momento a Ginny, che non ha sentito per i tre giorni precedenti e che non ha nemmeno avvisato del suo ritorno; pensa che troverà una piccola montagna di lettere dai toni esasperati ad attenderlo a casa. Per scacciare l’immagine e il senso di colpa che ne deriva, sospira e, interrompendo Ron in uno dei suoi commenti sulla moda Babbana, comincia: “Speravo che con questo viaggio finisse, sai, che saremmo riusciti a prenderli.”

L’altro si volta verso di lui bruscamente, sorpreso da quell’uscita. Non si aspettava che gli parlasse così facilmente, senza una richiesta precisa, e quasi trattiene il fiato per non perdersi nemmeno una parola. Quando si accorge che l’amico non aggiungerà nulla, replica: “Siamo stati sfortunati.”

Harry scuote la testa. “Vorrei che riuscissimo a cambiare le cose. Sono passati mesi dalla morte di Voldemort e i Mangiamorte sono ancora attivi.” Ha il viso rivolto dritto davanti a sé e Ron sa con matematica certezza che sta pensando all’attacco avvenuto il mese scorso, alle decine di morti che l’esplosione di un negozio di Hogsmeade in nome del Signore Oscuro ha causato. È costretto ad afferrarlo di nuovo per farlo girare a fronteggiarlo.

“Ehi,” ricomincia, “non ne sono rimasti molti. Abbiamo già arrestato Avery e vedrai che al processo verrà condannato a passare la vita ad Azkaban. Stiamo già cambiando le cose.”

Harry lo fissa ancora un momento, come per accertarsi che quello che sta dicendo sia la verità, poi annuisce, anche se non si sente completamente convinto. La positività di Ron gli fa bene, però, lo aiuta a guardare alle cose con il giusto metro, a non lasciarsi sopraffare da ciò che c’è da fare, dalla paura che avverte di non riuscire a portare tutto a termine.

George compare in quel momento dall’altra parte della strada, dopo essersi Smaterializzato in un vicolo; sventola una mano verso di loro, prima di attraversare, e Ron lascia andare Harry dandogli un’ultima pacca sul braccio. Mentre entrano nel Paiolo Magico, sente il suo braccio sfiorarlo e, nel caos di rumori e odori dell’interno del locale, decide che non penserà più a nulla.



iii. settembre 1998

“Vorrei che avessimo passato più tempo insieme, quest’estate,” mormora Ginny sulla sua spalla, abbracciandolo un’ultima volta prima di salire sull’Espresso di Hogwarts. Harry respira forte il suo profumo, le accarezza i capelli per ricordarne la consistenza anche nei mesi che verranno e non riesce a scacciare la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato, nel non salire sul treno insieme a lei.

“Anche io,” dice quando la ragazza scioglie la presa, allontanandosi da lui di un passo. Gli rivolge un sorriso macchiato di tristezza, che non riesce ad essere sereno come avrebbe voluto. Harry sa perché, sa perfettamente perché – già adesso sente il pericolo che la loro relazione corre, lo sente nel fondo dello stomaco, ma sepolto da così tante altre emozioni che non è in grado di individuarlo e riconoscerlo – e le prende la mano, stringendola appena per cercare di tranquillizzarla.

“Siete proprio sicuri di non voler venire?” gli arriva la voce di Hermione. Sta guardando Ron, ferma accanto a lui, ma Harry sa che la domanda lo riguarda a sua volta.

“Sareste ancora in tempo per cambiare idea,” interviene la Signora Weasley, “sono certa che la professoressa McGranitt non opporrebbe resistenza.”

“Mamma, ti ho già detto che non succederà,” borbotta Ron, lanciando ad Hermione un’occhiata di rimprovero per aver nuovamente tirato fuori l’argomento in presenza di sua madre. Harry lascia la mano di Ginny e, nonostante senta i suoi occhi addosso, non la guarda.

“Oh Ron,” riprende la donna, “vorrei che almeno tu avessi preso i tuoi M.A.G.O., come Percy.”

“Ma dai, mamma, il nostro Ronnie è diventato un Auror grande e grosso che dà la caccia ai cattivi, non sei soddisfatta?” interviene George, il tono appena canzonatorio, appoggiando le mani sulle spalle del fratello e stringendo la presa appena un po’ più del necessario.

Molly gli rivolge un sorriso indulgente – sa perfettamente, come tutti, quanto per George debba essere difficile stare lì, sul binario 9 e ¾ circondato da una miriade di persone tranne quella che vorrebbe davvero accanto, così non insiste, lascia cadere l’argomento. Si sposta verso Ginny, per salutarla e rivolgerle le ultime raccomandazioni insieme al marito, e Harry ne approfitta per allontanarsi, invece, per raggiungere Ron.

Hermione abbraccia prima l’uno e poi l’altro e, guardandoli attentamente, dice: “Prendetevi cura di voi, d’accordo? E tenetemi aggiornata.”

“Certo, ti chiederemo anche di cercare qualche libro in biblioteca per noi, se vuoi,” fa appena in tempo a scherzare Ron, prima che il Signor Weasley richiami le due ragazze e le avverta che è quasi ora della partenza.

Le accompagnano fino alla scaletta più vicina per aiutarle con i bagagli, e Harry osserva Ginny e Hermione sparire dietro la porta e nei corridoi del vagone; conserva ancora la sensazione che sia terribilmente strano non seguirle, quasi sbagliato, e da un lato vorrebbe disperatamente che il suo posto fosse ancora lì, tra i banchi di scuola, eppure ormai sa fin troppo bene che non è così.

“Non credevo sarebbe stato così difficile restare a terra,” ammette Ron, in piedi accanto a lui, come se gli avesse appena letto nella mente. Anche i suoi occhi sono fissi sulla locomotiva e Harry non dubita nemmeno per un momento che i pensieri che li stiano occupando siano più o meno gli stessi.

“Già,” si limita a concordare, perché non c’è bisogno di aggiungere nulla, perché entrambi sanno, adesso, qual è la cosa giusta da fare.

Rimangono lì a fissare la sagoma metallica dell’Espresso anche dopo il fischio, dopo la partenza, dopo che con il classico sferragliare il treno ha acquistato velocità, finché non è che un puntino che si perde nell’orizzonte e loro non sono altro che un qualcosa di insignificante che si è lasciato indietro.



iv. settembre 1998

L’ultima udienza del processo di Avery, mesi dopo il suo arresto, si chiude con la sua condanna al Bacio. È una piccola vittoria, ma, dagli spalti della sala del Wizengamot, Harry sente un retrogusto amaro adagiarsi sulla sua lingua, come se non fosse abbastanza, la cosa giusta, quello di cui il mondo ha davvero bisogno.

Quasi il suo fosse stato un presentimento, una piccola opera di divinazione, dalla sua gabbia al centro della sala, il Mangiamorte scoppia in una risata sguaiata. “Credete che serva a qualcosa? I seguaci del Signore Oscuro sono ancora vivi e là fuori!” riesce a dire, prima che le guardie del Ministero lo trascinino via.

È come ricevere una conferma alle sue più grandi paure. Si volta a guardare Neville, la cui apprensione nello sguardo è impossibile da non notare, e poi sposta inconsciamente il peso verso Ron, seduto alla sua sinistra, facendo toccare le loro spalle.

“Quello è pazzo,” sbotta l’amico a voce abbastanza alta perché lo senta chiaramente nonostante il brusio che ha invaso la sala. Vorrebbe concordare, ma non ci riesce. Avery ha ottenuto esattamente ciò che voleva: li ha spaventati.

*


Dopo il processo si riuniscono con Kingsley nell’ufficio Auror, passando in rassegna tutti i Mangiamorte noti o presunti tali, riesaminando con attenzione ogni informazione in loro possesso, con l’obiettivo di individuare i possibili sospetti ancora in libertà a cui Avery stesse facendo riferimento. È un lavoro tedioso e stancante, che lascia loro la sensazione di muoversi in un labirinto: ad ogni svolta che sembra portarli all’uscita, ecco che s’imbattono in un nuovo ostacolo.

“Potrebbe essere solo una perdita di tempo,” sbotta a un tratto Kingsley, passandosi stancamente le mani sugli occhi. “Forse stiamo solo prendendo troppo sul serio le parole di un pazzo disperato.”

Harry scuote la testa. È sfiancato e frustrato; abbandonare tutto sarebbe facile, convincersi che Avery stesse solo farneticando, tentando di gettarli nel panico, lo sarebbe davvero tanto. Facendo appello a tutta la propria determinazione, replica: “Non possiamo saperlo. I fratelli Lestrange sono liberi, ad esempio, e non possiamo mollare prima di essere sicuri che siano solo loro a rappresentare ancora un pericolo.” Si interrompe brevemente e abbassa la voce, fissando lo sguardo sulla lista di nomi posata sul tavolo di fronte a lui, prima di continuare, “I Mangiamorte, tutti i Mangiamorte che non si sono costituiti, devono pagarla.”

Neville annuisce, dandogli ragione, mentre Ron non riesce a fare altro che lanciargli un’occhiata preoccupata. Non è abituato a sentire quella durezza nel suo tono, quel gelo; gli ricorda i tempi della ricerca degli Horcrux ma peggio, mille volte peggio. Non dice nulla; ad un cenno di Harry si rimettono al lavoro.

*


Lasciano l’edificio a tarda sera e Ron segue l’amico verso uno dei camini della Metropolvere, senza pensarci. È solo una volta giunto nel suo appartamento che si rende conto dell’orario: è quasi mezzanotte e dunque troppo tardi per passare una serata insieme, o per uscire. La stanchezza lo colpisce d’improvviso, come risvegliata dal rintocco dell’orologio; sbuffa e, abbandonandosi sul divano, domanda: “Ti dispiace se dormo qui? Tornare adesso a casa significherebbe spaventare a morte mamma e papà.”

Harry annuisce immediatamente, quasi di riflesso. Ron ha già dormito lì così tante volte che Molly ha dovuto far aggiungere la sezione ‘a casa di Harry’ all’orologio che tiene nella cucina della Tana; aiutarlo a preparare il divano-letto, quindi, risulta ormai quasi una routine.

“Alzati, dai,” lo esorta, allungando una mano per tirarlo su di peso. Ron lo segue soffiando una mezza risata, ma appena dieci minuti dopo sono di nuovo sdraiati lì, questa volta sul letto aperto. Harry accende la televisione, ascoltando i commenti dell’altro sulle stranezze dei programmi TV e sulla ‘beata ignoranza’ dei Babbani. Si addormentano entro breve, lo schermo televisivo ancora illuminato, schiena contro schiena.

Un’oretta più tardi, Harry è già nuovamente sveglio; spegne il televisore e si alza per andare in camera sua, fermandosi però un attimo sulla soglia, voltandosi indietro a guardare l’amico che dorme. È un senso di serenità che gli si posa nello stomaco, qualcosa che ormai non sente più tanto spesso. Non resta lì che un istante, prima di varcare l’ingresso della propria camera, e quando si addormenta di nuovo, questa volta nel proprio letto, il suo sonno è privo di incubi.

*


Il mazzo di chiavi tintinna nella sua mano per un momento, prima di scivolare tra le dita di Ron. “Sono le chiavi di riserva,” spiega, rispondendo all’occhiata confusa dell’altro, “prendile tu, ne farò ancora.”

L’amico le fissa a lungo, come se fossero l’oggetto più strano che abbia mai visto, poi sposta gli occhi su Harry. “Perché?”

Lui punta lo sguardo sulla superficie liscia del tavolo, dove la sua tazza di caffè è abbandonata ormai mezza vuota. “Conosci già come disattivare tutti gli antifurti magici,” replica scrollando le spalle. “Con quelle puoi entrare qui quando vuoi, restare il tempo che ti pare. Anche se io non ci sono.”

Sa che Ron ne ha bisogno: con la morte di Fred, l’assenza dei suoi fratelli e di Ginny, le preoccupazioni del lavoro da Auror, stare alla Tana è per lui pesante la maggior parte dei giorni. Dargli le chiavi è un modo per aiutarlo, ma anche per sdebitarsi almeno in parte – non sa se ci riuscirà mai del tutto – delle volte in cui i Weasley si sono presi cura di lui.

Questa è la spiegazione che dà a se stesso e all’altro. Ma se dovesse essere completamente sincero, dovrebbe ammettere che c’è anche una ragione personale, forse persino egoista, che ha a che fare con la serenità che avverte ogni volta che la presenza di Ron riempie l’appartamento. Non può evitare di sperare con forza che accetti.

L’amico continua a fissare le chiavi stranito per un lunghissimo minuto, senza sapere cosa dire. Alza gli occhi per chiedere a Harry se è sicuro, ma guardarlo basta a dargli una risposta. Prende un profondo respiro e, “Ehi, grazie,” dice con un gran sorriso, finalmente chiudendo il pugno intorno al mazzo e infilandolo con un gesto fluido nella tasca dei jeans.



v. dicembre 1998

Ginny lo stringe con forza, posandogli un rapido bacio sulla bocca prima di lasciarlo andare. Poi è il turno di Hermione di abbracciarlo, mentre dice, “Oh, Harry, mi siete mancati così tanto.” Sorride facendo qualche passo indietro e riprende, “Non hai idea di quanto sia strano essere ad Hogwarts senza di voi.”

Alle sue spalle, Ron leva gli occhi al cielo. “Beh, è solo la sesta volta che lo ripeti, Hermione, direi che tra poco inizieremo ad averne un’idea precisa.” Harry gli lancia un’occhiata complice, trattenendo a stento una risata, mentre la ragazza si volta con un sospiro e un sorriso colpevole.

Attorno a loro, la Tana brulica di movimento come non faceva da mesi. In un angolo della cucina George e Percy seguono le direttive di Fleur nel montare l’albero di Natale, mentre Molly è impegnata nell’ennesima lite con Charlie sui suoi capelli troppo lunghi. Bill e Arthur sono in piedi vicino alla porta, guardano fuori dalla finestra e parlano pacatamente. Se chiudesse gli occhi, Harry è certo che potrebbe facilmente fare un balzo indietro negli anni e fingere di ritrovarsi ai tempi prima della guerra, quando tutto era più facile e nessuno di loro aveva perso così tanto.

Le dita di Ginny che si intrecciano alle sue lo riportano con i piedi per terra. “Andiamo di sopra,” gli sussurra la ragazza e, approfittando della distrazione degli altri, lo trascina fuori dalla cucina e su per le scale. Gli si incolla addosso appena mettono piede sul pianerottolo, di fronte alla porta della sua stanza, e lo bacia con foga, come se non avesse atteso che quel momento. Harry impiega qualche istante a bilanciare il suo entusiasmo, a lasciarsi contagiare dal suo desiderio; risponde al bacio più per l’innesco di un meccanismo automatico che per reale volontà.

“I tuoi sono di sotto,” bisbiglia, mentre entrano nella camera della ragazza. Ginny scrolla le spalle, facendo ondeggiare i capelli, ed estrae la bacchetta dalla tasca dei jeans per mormorare un incantesimo e bloccare la porta. Nella penombra della stanza, Harry la vede sfilarsi il maglione e abbandonarlo sul pavimento, per poi tornare a premersi contro di lui, la bocca che cerca nuovamente la sua.

A Harry sembra un’estranea; mentre fa scivolare le mani lungo la sua schiena ha l’impressione di toccare un corpo che non conosce, che non ha mai visto o non ricorda, quasi fossero rimasti distanti anni invece che una manciata di mesi. Il suo sapore, il suo profumo, il calore della sua pelle… tutto sa di nuovo, ma invece di accendere la scintilla dell’eccitazione gli lascia solo un incolmabile senso di disagio.

“Ti amo,” sussurra lei sulla sua pelle, e lo stomaco di Harry affonda. Le parole gli annodano la gola quando le forza ad uscire: “Anche io.” Sono meccaniche e stentate, ma lei sembra non accorgersene e, prendendogli la mano, lo trascina verso il letto.

*


“Dove diavolo siete stati?” sbotta Ron, appena li rivede in salotto. Ginny volge gli occhi al cielo in tutta risposta e lancia uno sguardo ironico verso Hermione. “Oh, sai, abbiamo fatto un giro.”

“Di sopra?” continua il fratello.

Hermione lascia uscire uno sbuffo divertito. “Roo-on,” cantilena, facendogli cenno con una mano di cambiare discorso.

“Oh. Oh!” Il ragazzo sgrana leggermente gli occhi e si gira di scatto verso Harry. “Qui? Adesso?”
Ginny sbuffa e si allontana in tutta fretta, e Harry, d’istinto, si scopre a mentire. “No–– non abbiamo––“ tenta, alzando le mani davanti a sé. Immagina che il bisogno di dirgli una bugia derivi ancora dal vago disagio all’idea di trovarsi di fronte al fratello della sua ragazza, nonché dall’aver appena fatto sesso nella casa dei suoi genitori, eppure c’è una parte di lui – simile ad un campanello d’allarme – che gli ricorda all’istante che quello che ha di fronte è il suo migliore amico e di mentire non dovrebbe averne bisogno.

Per tutta risposta, Ron gli lancia uno sguardo esasperato e, borbottando un “incredibile”, si allontana verso la cucina. Harry vorrebbe seguirlo, fermarlo, chiedergli scusa, ma è perfettamente consapevole di quanto quel desiderio sia sciocco, irrazionale, infondato.

*


Hermione si guarda intorno ammirata, con un gran sorriso sulle labbra. “Chissà perché,” dice, “non mi aspettavo che il tuo appartamento sarebbe stato così bello anche senza di noi.”

Accanto a lei, Harry ride. “Grazie tante, Hermione.”

“Oh, andiamo,” riprende lei, tirandogli una piccola gomitata. “Sai cosa intendo.”

Che la casa sia pulita e in ordine non è una sorpresa. Che invece sembri così confortevole, che sembri un posto dove possa essere bello rimanere, invece, lo è. Si era immaginata che l’appartamento di Harry sarebbe diventato niente più che un rifugio, un buco scuro in cui il ragazzo avrebbe potuto ritirarsi ogni volta che ne aveva abbastanza del Mondo Magico. Dove avrebbe potuto sfuggire ai suoi amici, persino, ignorare lettere e gufi e magari anche il campanello, asserragliandosi solo nel proprio dolore.

Invece la casa è luminosa, le persiane sono spalancate e lasciano entrare la luce della tarda mattina; la fodera del divano è sgualcita, come se qualcuno vi si fosse appena seduto sopra, alcune giacche sono appese nell’ingresso, i piatti puliti sono impilati sul ripiano della cucina e una scodella di plastica colorata piena di Tutti i gusti +1 troneggia al centro del tavolo. Solo adesso da quando è tornata, Hermione riesce a tirare un sospiro di sollievo. Solo adesso ha la certezza che Harry non sia isolato, chiuso in se stesso, e che forse, nella maggior parte del tempo, riesca anche a stare bene.

Occupata com’è in questo genere di pensieri, registra la risposta di Ron un attimo più tardi. “Eddai, ci siamo sistemati proprio bene,” dice, facendo un passo verso la cucina.

Hermione aggrotta le sopracciglia. “Ci siamo?” domanda, posando lo sguardo prima sul suo ragazzo e poi su Harry.

Lui fa per parlare, ma prima che possa pronunciare il primo fiato Ron riprende, accennando una mezza risata e passandosi una mano sulla nuca, “Beh sì, un po’ di tempo qui lo spendo anche io.” Allarga le braccia e continua, “Sai com’è, ogni attimo passato lontano dalle grinfie di mia madre è un attimo ben speso.”

‘Un po’ di tempo’ sembra essere una concezione molto relativa, realizza lei, mentre nel corso della mattinata nota una serie di oggetti – uno spazzolino in più, una camicia, alcuni libri sul Quidditch di seconda mano – che appartengono senza ombra di dubbio a Ron. Non è che la cosa le dia fastidio, s’intende, è più l’idea di esserne rimasta all’oscuro a lasciarle un retrogusto amaro in bocca.

“Praticamente abiti qui, vero?” chiede a Ron, mentre apparecchiano la tavola per il pranzo e Harry è fuori portata d’orecchio insieme a Ginny. Il ragazzo scrolla le spalle e fa per replicare, ma lei lo incalza, “Avresti potuto scriverlo in una lettera, sai.”

Ron scatta sulla difensiva. “Non è niente di ufficiale, Hermione!” replica fin troppo frettolosamente, “Mi fermo qui ogni tanto quando facciamo tardi in ufficio. Che c’è di male?”

“Certo che non c’è niente di male!” ribatte lei, “Non è questo che intendevo.”

È che non me l’hai detto, vorrebbe ripetere, ma il rischio di suonare come una bambina petulante è troppo alto, così si forza a tenere chiusa la bocca e incrocia le braccia al petto, irritata. Ron la osserva per un momento, poi fa il giro del tavolo e la fa scivolare in un abbraccio, attirandosela contro.

“Qual è il problema?” mormora.

Lei si lascia andare, ricambiando la stretta. “Immagino di essere un po’ gelosa,” comincia, conscia di quanto ridicola possa apparire. “Tra qualche giorno finiranno le vacanze di Natale e dovrò tornare ad Hogwarts, e mi dispiace non passare tutto questo tempo con voi. Non stare vicino a Harry, non potervi aiutare nella caccia ai Mangiamorte…”

Ron non sa cosa replicare ed è evidente. Scioglie la presa e afferma, un po’ bruscamente, “Di Harry non devi preoccuparti, non è un bambino.” Sembra voler aggiungere ancora qualcosa, ma poi ci ripensa, improvvisamente indispettito, e conclude, “Finiamo qui, dai,” indicando la tavola mezza apparecchiata.

Hermione lo osserva per un istante, poi manda giù le domande che vorrebbe porgli e fa come lui ha detto.

*


“È strano averle di nuovo qui,” borbotta Ron con una bottiglia di Burrobirra in mano. Sta parlando tra sé e quasi sobbalza quando si rende conto che Harry si è voltato verso di lui e gli sta prestando attenzione. “Voglio dire,” si affretta a precisare, “non siamo mai stati così tanto tempo lontani e adesso…” gesticola distrattamente, cercando le parole giuste. Abbassa lo sguardo e arrossisce leggermente, concludendo: “Insomma, non è stato male essere solo noi due. Se capisci cosa intendo.”

Harry piega l’angolo della bocca verso l’alto e annuisce, anche se l’altro, che sta ancora fissando il pavimento, non può vederlo. “Lo capisco,” replica soltanto.



vi. febbraio 1999

La comunicazione era arrivata da uno dei Magonò che il Quartier Generale Auror aveva piazzato a sorveglianza della casa. ‘J. è qui’ era il succinto testo del messaggio e Harry e Neville non avevano potuto fare altro che precipitarsi sul posto, nonostante fosse quasi notte fonda e loro due gli ultimi rimasti in ufficio.

Adesso, accucciati dietro i cespugli del buio cortile, la bacchetta stretta nel pugno, osservano due figure illuminate da una fioca lampada muoversi all’interno dell’abitazione. Secondo le informazioni ricevute, una appartiene a Jugson, di cui, dalla Battaglia di Hogwarts, si erano perse le tracce, e l’altra al proprietario della casa, Sweeney, un cugino alla lontana dei Macnair.

Harry serra con forza la presa attorno alla bacchetta, cercando di non sentire il dolore alle gambe dovuto all’essere rimasto per chissà quanto nella stessa posizione. Dal punto in cui si trovano possono vedere distintamente la porta sul retro, ma non quella d’ingresso, e non riesce a cancellare il senso di tensione e l’apprensione che si sente addosso.

“Neville,” lo chiama, girandosi indietro per un istante prima di riportare gli occhi sull’edificio. “Uno di noi due deve fare il giro e mettersi davanti alla facciata principale, o non potremmo accorgerci se escono da quel lato.”

L’altro annuisce. “Ci stavo pensando anche io,” comincia, “ma in tal caso sarebbero due contro uno, se dovessero attaccare. Dobbiamo aspettare i rinforzi.”

“No,” la risposta di Harry è decisa, risuona chiara nel silenzio notturno. “Potrebbe essere troppo tardi. Se perdiamo Jugson adesso, chissà quando lo ritroveremo. E non dimenticare che potrebbe essere in contatto con i Lestrange.”

Il solo nominare Rodolphus e Rabastan basta perché lo sguardo di Neville si faccia affilato esattamente quanto il suo. Ma la prudenza non lo abbandona così facilmente. “Manderò un messaggio a Kingsley con il mio Patronus, magari possiamo distrarli abbastanza o fare in modo che rimangano qui finché gli altri non arrivano.” Harry annuisce distrattamente; i rinforzi, al momento, sono l’ultimo dei suoi pensieri. Vuole i due Mangiamorte ed è disposto a tutto pur di non farseli scappare.

“Adesso vado,” riprende l’altro ragazzo, e gli stringe una spalla per costringerlo a guardarlo in viso. “Se li vedi, lancia un segnale con la bacchetta e io rifarò il giro, d’accordo? Non attaccare da solo, stai attento.”

Annuisce di nuovo, questa volta fissandolo negli occhi. “Anche tu,” replica, e dopo un istante lo vede sparire nel buio, muovendosi rapido tra i cespugli.

Non sa dire quanto tempo sia passato da quando Neville se n’è andato; il silenzio assoluto sembra aver fuso insieme i secondi l’uno nell’altro, lasciandogli solo l’aggravarsi dell’indolenzimento delle sue gambe per misurare le ore che scorrono. Nella casa, tutto sembra tacere per un po’; Harry scorge appena le due figure apparire prima in una stanza al piano di sopra, poi a quello di sotto, poi scomparire nuovamente per chissà quanto. Sa che Jugson potrebbe Smaterializzarsi dall’interno della casa, se il proprietario abbassasse anche per un momento i meccanismi di difesa; sa che potrebbero usare una Passaporta e, in quel caso, ci sarebbe solo un lampo di luce improvvisa a segnalare la loro scomparsa. La consapevolezza della quantità di variabili che potrebbero vanificare i loro sforzi rende l’attesa ancora più frustrante e sfiancante e Harry vorrebbe urlare, o piuttosto vorrebbe veder comparire Kingsley, Ron e un manipolo di altri Auror per sfondare la porta d’ingresso e arrestare finalmente il Mangiamorte.

Invece non succede nulla del genere.

È un attimo. La porta sul retro si spalanca, la fioca luce accesa all’interno si riversa sul selciato del cortile e la figura di Jugson, imponente nella sua altezza, compare sull’uscio, nella mano sinistra una borsa piena di chissà cosa. Lo stomaco di Harry affonda e lui compie una scelta.

Potrebbe lasciarlo andare. Potrebbe cercare di carpire la sua meta e concentrarsi sul padrone di casa e su quello che potrebbe sapere. Potrebbe pensare ad essere prudente e restare al sicuro, ma quest’ultima idea, in realtà, non lo sfiora nemmeno.

Con uno scatto solleva il braccio, facendo partire uno scoppio di magia come segnale per Neville, e poi salta fuori dai cespugli, puntando la bacchetta contro Jugson e urlando: “Expelliarmus!” Il Mangiamorte e il suo compagno non si fanno cogliere di sorpresa: Jugson evita il suo incantesimo scagliando via la borsa che teneva in mano e lanciandosi di lato, mentre Sweeney esce dall’abitazione con la bacchetta puntata a sua volta verso Harry.

Lui evita una Maledizione Cruciatus e, con la coda dell’occhio, vede Neville sopraggiungere dall’angolo della casa. La distrazione portata dall’amico è abbastanza perché riesca a disarmare e pietrificare il padrone di casa, ma la Cruciatus di Jugson, questa volta, non lo manca. Si piega in due, cadendo in ginocchio mentre milioni di spilli gli trafiggono la pelle, urlando con quanto fiato ha in gola. Finisce presto, probabilmente grazie all’intervento di Neville, ma non ha comunque il tempo di riprendersi: mentre si rialza, serrando con forza la bacchetta nel pugno, un lampo di luce lo colpisce e un taglio profondo gli si apre sul fianco.

Harry urla, ancora, e ricade a terra con un tonfo. Si preme una mano sulla ferita, ma è un gesto inutile: entro pochi secondi i suoi vestiti gli si incollano alla pelle fradici di sangue. Intorno a sé sente ulteriori esplosioni di magia, poi la voce di Neville che dice qualcosa, dei passi che gli si avvicinano rapidi, un tonfo. “Harry,” lo chiama qualcuno da molto lontano, “Harry!”

Poi chiude gli occhi e non sente più nulla.

*


Li riapre nel buio della propria stanza. Gli serve qualche secondo per battere le palpebre e mettere a fuoco la figura di Ron, che, seduto accanto al suo letto, sta prendendo un profondo respiro. “Per la barba di Merlino, amico, giuro che questa volta ti uccido.”

Harry ride, o almeno ci prova, interrotto da un dolore acuto al fianco dove è stato ferito che lo costringe a tornare serio. Le sopracciglia dell’altro ragazzo si aggrottano all’istante, ma prima che possa fare domande lo ferma con un gesto. “Sto bene, sto bene,” tenta, cercando di suonare padrone di sé e rassicurante. “Immagino che le pozioni avranno effetto, prima o poi.”

Prova ad alzarsi e a mettersi seduto, ma Ron gli dice di non muoversi e gli posa una mano sul braccio destro per farlo stare fermo. Harry obbedisce, lasciandosi nuovamente andare contro il cuscino e chiudendo gli occhi. La testa ancora intontita, il dolore e la stanchezza pesano su di lui e sulla sua capacità di essere lucido. Vorrebbe parlare ulteriormente, ma non riesce ad afferrare le parole corrette. Impiega chissà quanto tempo a formulare la domanda: “Sono a casa?”

“Sì. Qui sei più sicuro che al San Mungo. E poi non c’era altro che potessero fare lì, a parte aspettare che la ferita si rimargini del tutto grazie agli incantesimi e alle pozioni.” Parla quasi senza tirare fiato, ancora troppo agitato per potersi tranquillizzare. Se Harry potesse vederlo bene, noterebbe quanto è nervoso, ogni singolo muscolo del corpo in tensione come se si dovesse tenere pronto a scattare e scappare da qualche parte ad ogni istante. “Neville voleva fermarsi, ma gli ho detto che non c’era bisogno. Probabilmente un paio di Auror stanno pattugliando la strada, comunque.”

Harry non replica nulla, si limita ad annuire in un gesto impercettibile, gli occhi ancora chiusi, e la stretta di Ron sul suo braccio si fa un attimo più forte. Cerca la sua mano con la sinistra, muovendosi piano, e l’appoggia sul suo dorso. “Starò bene.”

Dall’altro non arriva risposta; non sposta la mano, però la stretta si allenta un po’.

Dopo qualche istante, Harry scivola nuovamente nel sonno.

*


Quando si sveglia di nuovo, questa volta del tutto, Ron è ancora seduto accanto a lui. Nonostante il buio si sia fatto più fitto, riesce a distinguere chiaramente l’espressione preoccupata sul suo viso, che si distende appena nel momento in cui si accorge che i suoi occhi sono aperti.

“Ehi,” lo chiama, fissando attentamente il suo volto per cogliere, immagina, ogni più piccola traccia di dolore.

“Ehi,” replica Harry, piegando l’angolo della bocca verso l’alto. Il dolore al fianco è quasi totalmente sparito, ne rimane solo il ricordo, e la sua mente è più lucida e attenta di quanto non fosse prima. Persino il senso di stanchezza si è affievolito e, adesso, non fa fatica a sollevarsi con l’intento di mettersi seduto.

Ron scatta verso di lui non appena lo vede muoversi, ma Harry solleva una mano. “Va meglio. Davvero, ce la faccio,” insiste, riuscendo facilmente a sistemarsi contro la spalliera del letto. “Visto?”

L’amico gli rivolge un’occhiata truce e lui si rende conto solo in quel momento che le sue dita sono rimaste ancorate al proprio braccio, la loro morsa che si è fatta più stretta per la preoccupazione. Abbassano lo sguardo entrambi nello stesso istante e Ron si scosta di colpo, come se si fosse appena bruciato.

“Sei rimasto qui tutto il tempo?” domanda Harry, un attimo dopo, spezzando un breve silenzio imbarazzato.

L’altro si limita a scrollare le spalle. “Non potevo certo lasciarti solo.” Il suo tono di voce è ancora risentito e lui prova un distinto senso di colpa. Non per se stesso, non per essere – probabilmente – quasi morto, ma per il suo migliore amico, per averlo fatto preoccupare in maniera così eccessiva.

“Mi dispiace,” comincia allora, allungandosi per sfiorargli il ginocchio e attirare la sua attenzione. Ron gli rivolge un’ulteriore occhiata in cagnesco ed esplode.

Ti dispiace?” sbotta, scattando in piedi. “Potevi morire, Harry! I medici del San Mungo hanno dovuto farti incantesimi per ore e sei rimasto addormentato praticamente una giornata intera. E tutto questo perché? Per un Mangiamorte di second’ordine, che forse sta solo cercando di passare la dogana e andare a spassarsela all’estero. Voldemort è morto, per l’amor di Merlino, cosa credi che possano fare? Resuscitarlo?!” Compie qualche passo intorno al letto, tornando poi indietro di colpo e spalancando le braccia. “Potevi aspettare i rinforzi. Potevi aspettare me.”

Harry non sa che rispondere. Si morde un labbro e, esitando, si sposta leggermente di lato e fa segno all’amico di sedersi sul letto. Ron riesce a mantenere il suo aspetto iroso per qualche secondo ancora, poi, con un sospiro, la rabbia sembra evaporare dal suo corpo. “Mi hai spaventato,” borbotta, quasi lasciandosi cadere sul letto accanto a lui.

Gli basta incrociare il suo sguardo per rendersi conto di quanto non stia affatto esagerando. Scivola verso di lui, lo abbraccia, e Ron risponde al gesto stringendolo con tutta la forza che ha in corpo. Posa la fronte sulla sua spalla e lascia uscire un piccolo sospiro; poi inspira forte, ma non accenna a lasciarlo andare.

Harry ripete: “Mi dispiace”, sperando che l’altro senta che è sincero. Si allontana leggermente per guardarlo in viso. “Lo so che Voldemort non può tornare,” comincia, “ma questo non toglie che sono pericolosi. Non posso permettere che restino ancora a piede libero e facciano del male ad altra gente, come ne hanno fatto a noi.”

L’amico annuisce, serio, ma non riesce a trattenersi dal replicare, “Lo capisco, ma per me…” esita un istante, prendendo un profondo respiro, “per me è più importante che tu ne esca sempre sano e salvo.”

“Starò più attento. Te lo giuro.”

“Bene. Perché se ti dovesse succedere qualcosa–– senza di te––“

La voce gli si spezza; sposta gli occhi su un punto lontano, inspirando forte. La sua espressione preoccupata non muta minimamente e Harry non sa come fare per tranquillizzarlo, non sa più che parole usare. Porta una mano al suo viso e gli appoggia le dita sulla mandibola, in una carezza lieve che serve a farlo voltare e tornare a guardarlo.

“Ehi,” comincia in un soffio di fiato, “sono qui, vivo e vegeto.”

Ron scuote la testa, ostinato nel trovare le frasi giuste per esprimere quello che sta pensando, e tenta nuovamente: “Harry, senza di te––“

Di fronte alla sua nuova esitazione, Harry sta per fermarlo, sta per dirgli che non ha bisogno di aggiungere nulla perché lo sa, perché si sentirebbe proprio nella stessa maniera se i loro posti fossero invertiti. Ma quando prova a parlare, Ron si sporge verso di lui e lo bacia.

È un contatto che dura appena qualche istante, fatto di disperazione e frustrazione ma anche cauto e attento; dubita quasi che sia accaduto, finché non si ritrova a riaprire gli occhi e vede il volto di Ron vicinissimo al suo, sente il suo respiro sfiorargli la bocca. Ed è quanto basta per cambiare l’atmosfera che li circonda, per rendere l’aria elettrica e irrespirabile. Tutt’a un tratto, la vicinanza del corpo del suo migliore amico gli dà le vertigini; Harry cerca di ricordare l’ultima volta che sono stati così vicini e tutto ciò che gli viene in mente è una notte nella foresta e un bagno in un lago gelido, le braccia di Ron che lo stringevano così forte da spezzargli il respiro che aveva appena riguadagnato.

Adesso si sente quasi come allora, come se avesse appena rischiato di affogare nell’acqua ghiacciata.

Quando Ron si scosta e fa per parlare, Harry non glielo permette. Ha paura di quello che potrebbe dire, ha paura di vederlo allontanarsi e non vuole, non lo vuole per nulla al mondo. Sposta la mano sulla sua nuca e se lo attira nuovamente contro: le loro bocche si ritrovano e, questa volta, il bacio è più sicuro, più caldo. Ron si aggrappa alle sue spalle, quasi avesse bisogno di un sostegno, e sposta il peso del corpo per appoggiarsi a lui quasi del tutto. Ogni punto in cui lo tocca, anche casualmente, lo manda in fiamme; Harry si muove leggermente e ricade all’indietro sul materasso portandoselo dietro, causando nell’altro un piccolo sbuffo divertito. Riprende a baciarlo, le mani intrecciate ai suoi capelli, le gambe allacciate, per una quantità di tempo che gli sembra infinita, fino a che non è di nuovo Ron ad allontanarsi quanto basta per potersi sfilare la maglietta.

Lo stomaco di Harry fa un balzo. Nella luce fioca che illumina la stanza, quando il ragazzo torna a sdraiarsi su di lui, non riesce a vedere il suo corpo bene quanto vorrebbe, ma la cosa non sembra avere importanza: le sue dita trovano con facilità tutti i punti più giusti, come se lo conoscesse da sempre, come se non fosse la prima volta che sono così vicini, l’uno sopra l’altro e seminudi. Ogni suo tocco riesce a strappargli un sospiro spezzato; Ron mormora il suo nome piano, contro la sua pelle, e Harry sa di volerlo, di desiderarlo come non ha desiderato niente nella sua vita.

Finiscono di spogliarsi in un groviglio di abiti e lenzuola, di movimenti frenetici guidati dal bisogno, tra un bacio e l’altro, e la sensazione di ritrovarsi pelle contro pelle è la più bella che abbia mai provato.

Harry non si è mai sentito felice come adesso.

*


Dormono insieme fino al mattino. Ron è il primo a svegliarsi, la luce del sole ormai alto che colpisce il letto quasi violentemente, nonostante le tende tirate. Il peso del braccio di Harry posato sul suo torace lo riporta immediatamente alla notte precedente e basta un attimo perché il panico subentri, subito seguito da un bruciante senso di colpa.

“Oh merda,” sospira piano, premendosi le mani sugli occhi. Cercando di scacciare il pensiero di Hermione dalla sua testa, poi, solleva il più delicatamente possibile il braccio dell’altro ragazzo e sguscia verso il bordo del letto, mettendosi seduto.

La voce assonnata di Harry gli arriva non appena posa i piedi sul freddo pavimento. “Questa è la parte in cui scappi via senza nemmeno salutare?” È talmente improvviso e lui è talmente teso che fa un balzo, mettendosi in piedi e voltandosi di colpo. È anche nudo, però, e, mentre incrocia lo sguardo divertito dell’amico, pensa distintamente che, se mai c’è stato un momento in cui ha desiderato morire di vergogna, questo è peggio.

“Non ridere,” borbotta, afferrando bruscamente un plaid caduto sul pavimento e legandoselo attorno alla vita.

“Va bene,” replica lui, trattenendosi a stento. Si passa una mano tra i capelli e si mette seduto, prima di continuare, “ma tu non impazzire. Parliamone, ok?”

Ron è certo di vederci preoccupazione, nel suo sguardo serio, e, per un momento, la paura di ferirlo in qualche modo è più forte del senso di colpa nei confronti di chiunque altro. Restare lì, però, a fissare il letto sfatto dove ha fatto sesso con il suo migliore amico per tutta la notte, non è un’ipotesi accettabile: deve uscire da quella stanza, deve prendere le distanze da Harry, anche solo per un po’, e fare un attimo chiarezza nel nugolo di pensieri che gli si agitano in mente.

“Dopo,” replica, maledicendosi subito per essere stato troppo brusco. Si affretta a cercare i propri vestiti e intanto cerca di aggiustare il tiro. “È tardi e ho promesso a Kingsley e Neville che avrei dato loro notizie. E tu devi passare al San Mungo per farti controllare.” Snocciola quella scusa con naturalezza e rapidità e nemmeno dà all’altro il tempo di rispondere, prima di raccogliere le proprie cose e annunciare, “Mi vesto e vado,” uscendo dalla stanza.

*


Torna all’appartamento tre giorni dopo, girando rumorosamente le chiavi nella toppa a sera inoltrata. Si è chiesto a lungo se quella fosse la scelta giusta, se non dovesse invece continuare a dormire alla Tana cercando di comportarsi nel modo più normale possibile di giorno, ogni volta che si trovavano fianco a fianco al Ministero. Ma la verità è che non può sopportare che tra loro le cose rimangano così, in sospeso e incerte, e, per di più, passare del tempo con il suo migliore amico gli manca da pazzi.

Harry sobbalza quando apre la porta. È alla scrivania nell’angolo del salotto a – suppone – lavorare e quasi fa cadere la sedia sul pavimento, per quanto si alza in fretta a fronteggiarlo. Ron lo vede distintamente trattenere il fiato per un lungo momento, ma quando abbassa lo sguardo per notare la borsa di vestiti che stringe in una mano si rilassa, finalmente, e tira un sospiro di sollievo.

Si passa le dita tra i capelli, in un gesto nervoso. “Temevo non saresti più tornato.”

Il colpo gli affonda nello stomaco come se l’avessero appena preso a pugni. Fa qualche passo in avanti, avanzando nella stanza per posare la borsa sul pavimento. “Mi dispiace,” comincia, tornando a guardare l’amico, “ma… è stato strano.”

Harry espira nuovamente e si va a sedere sul divano. Si stropiccia gli occhi in un gesto stanco e concorda, “Puoi dirlo forte.”

“Intendo,” riprende Ron, “fino all’altra notte non avevo nemmeno idea che… beh, che ti piacessero i ragazzi?”

L’altro scuote la testa, divertito. “E io che pensavo di essere stato abbastanza palese con la mia fissa per Cedric Diggory.”

“Amico, no. Lo sai che di queste cose non ci capisco mai nulla.” Si lascia cadere sul divano accanto a Harry, poi scrolla le spalle. “Pensavo fosse un po’ come la mia ossessione per Kr–– oh.” Si guardano e scoppiano a ridere nello stesso momento. Ron lo spintona leggermente, tenta di borbottare un, “Ti dico che non avevo una cotta!”, ma non ci riesce del tutto.

Il silenzio torna dopo qualche istante, ma è più rilassato, più simile a quelli che sono abituati a condividere ogni giorno. Sa che devono parlarne, che ci sono ancora tante cose che serve dire – sa che devono fare chiarezza, in un modo o nell’altro, e capire quello che è davvero successo tra loro e forse anche come andranno le cose d’ora in poi – ma non sa da dove cominciare, come intraprendere il discorso.

Al solito, è Harry a trarlo d’impiccio. “Senti,” inizia, lasciandosi andare contro lo schienale del divano, “non voglio che quello che è successo cambi qualcosa tra noi. È stato…” fa una pausa, si passa la mano tra i capelli e si stringe nelle spalle, “non ho idea di cosa sia stato, ma probabilmente niente.”

“Ero, uhm, molto preoccupato e molto stanco. Decisamente poco lucido.”

“Già,” annuisce. “E io imbottito di pozioni. Insomma, non lo so, dovremmo solo…”

“Fingere che non sia successo?”

“Già,” ripete Harry. C’è un tono strano nella sua voce, una nota un po’ amara nascosta al fondo della sua gola. Ron lo sa che non è ideale, fingere che nulla sia successo, ma per ora non vede alternative: se ci pensa, se si concentra abbastanza sulla notte passata con l’altro, gli sale addosso una paura infinita su cui non vuole nemmeno fermarsi a riflettere. Lasciare tutto com’è gli pare, al momento, la scelta più sensata e razionale.

“E… sai,” riprende, abbassando lo sguardo e portandosi una mano alla nuca, “dovremmo evitare di farlo sapere a Hermione o Ginny. Vero?” L’immagine gli balena alla mente: per un istante vede le espressioni confuse prima, poi ferite e infine furiose di sua sorella e della sua ragazza e sa che non vuole che questo succeda, mai. Anche se l’idea di mentire non gli piace, l’altra opzione è decisamente peggiore. Quasi tira un sospiro di sollievo quando Harry risponde, “Giusto.”

Poi l’amico si alza, dice, “Metto a posto queste carte e vado a letto. Sono distrutto,” e Ron lo osserva per diversi attimi muoversi attorno alla scrivania, sistemandosi gli occhiali sul naso e, d’improvviso, è colto dalla familiarità del tutto.

“Ehi,” lo richiama. Aspetta che l’altro si volti a guardarlo e riprende, “quello che è successo non cambia niente.”

Harry lo fissa per una frazione di secondo, in silenzio, poi sorride. Fa un passo verso di lui e lo abbraccia. Ron è sorpreso, ma solo per un minuscolo istante; lo stringe forte e non è strano, non lo mette a disagio, è esattamente com’è sempre stato.


/ parte due /

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