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[hp] the weight of us ~ ron/harry / parte tre

/ parte due /







x. agosto 1999

I capelli di Ginny ondeggiano al leggero vento estivo. Ogni volta che le capitano davanti al viso, la ragazza li respinge indietro, tentando di incastrarli dietro un orecchio e puntualmente fallendo. Harry pensa che sia bella, bellissima, ma mai come ora gli è sempre più chiaro che, se mai è davvero stato innamorato di lei, non lo è più da tanto.

Parte di lui vorrebbe esserlo, vorrebbe ancora essere in grado di farla felice – ammesso che ci sia mai riuscito; da quel che ricorda, gli pare di averle sempre e solo dato dolore e preoccupazione –, ma fingere di esserne capace ormai non ha più senso. E lei lo sa.

Stanno camminando in silenzio, le chiacchiere vane con cui hanno cercato di intrattenersi nel corso di quell’uscita spente ormai da diversi minuti, quando lei si ferma di colpo nella strada trafficata di Diagon Alley, rischiando di essere urtata dai vari passanti, e incrocia le braccia al petto. Lo guarda con determinazione, ma non c’è rabbia nei suoi occhi, solo calma e, forse, una malinconica rassegnazione. Sa che il momento è arrivato.

“Allora, Harry, che vogliamo fare?” chiede diretta, quasi a bruciapelo. “Tra un paio di settimane tornerò ad Hogwarts, vogliamo davvero trascinarci dietro questa… cosa ancora a lungo?” Con un gesto della mano indica lo spazio tra loro, come se non ci fossero più parole per descrivere il rapporto che hanno.

Al suo ritorno a scuola ci aveva già pensato. È perfettamente cosciente anche lui che la loro storia – o quel che ne rimane – non resisterebbe ad una nuova distanza: ce n’è già troppa tra loro e già adesso sembra un vuoto incolmabile. Così la risposta che può dare è una sola.

“No,” soffia fuori, senza nemmeno riuscire a guardarla negli occhi.

Ginny solleva l’angolo delle labbra in un ghigno amareggiato. “Finisce qui, allora?”

Il ragazzo fa per parlare. Non sa bene che cosa replicare, ma pensa che delle scuse siano d’obbligo; lei, però, sembra capire al volo quello che sta per uscirgli di bocca e non lo lascia continuare, bloccandolo prima che possa emettere il primo fiato. “Non dirlo. Non dire proprio niente.”

In un attimo gli ha voltato le spalle e ha ripreso a camminare a passo rapido. “Ci vediamo, Harry,” sono le ultime parole che le sente pronunciare.

*


Ron è il primo a cui lo dice, il giorno dopo. Approfitta dell’assenza di Ginny, in visita da Luna, per fermare l’amico fuori dalla cucina della Tana prima del pranzo e annunciare: “Io e Ginny ci siamo lasciati.”

L’espressione di Ron si fa dispiaciuta, ma non sorpresa. Dopo i loro discorsi dell’ultimo mese, dopo aver visto la situazione continuare a peggiorare nel corso dell’estate, nemmeno lui poteva illudersi che le cose si sarebbero sistemate. Gli appoggia una mano sulla spalla e poi se lo tira contro; Harry si fa abbracciare, assaporando per un momento il calore del suo corpo. Deve ammettere di aver un po’ temuto la sua reazione – così come ancora teme quella di tutti i Weasley – perché l’ultima cosa che vorrebbe al mondo è che il suo rapporto con Ginny compromettesse quello con il resto della famiglia. La stretta del suo migliore amico, quindi, gli dà coraggio.

“Come stai?” gli chiede, lasciandolo andare.

Non è una domanda a cui sa veramente rispondere, per una serie di ragioni: ci sono troppi pensieri che vorticano nella sua testa al momento, troppe cose in ballo che non fanno che richiedere la sua attenzione. Da un lato, al pensiero di Ginny, prova un dolore sordo, quasi l’eco di una ferita passata che di tanto in tanto pizzica ancora; dall’altro, però, la fine della loro storia gli sembra quasi una liberazione.

A Ron sa che non può dirlo, non in questi termini. “Era nell’aria,” replica allora, stringendosi nelle spalle. “Starò bene.”

Lui annuisce, comprensivo. Indugia un momento, come indeciso su cosa dire, poi lascia uscire un incerto, “Se vuoi parlarne…”

Harry accenna un assenso, gli lancia un mezzo sorriso grato e si avvia verso la cucina. Non ha mosso che un paio di passi, però, che Ron lo trattiene, afferrandolo per un braccio e facendolo nuovamente voltare per fronteggiarlo. Harry nota come un’ombra scura sia scesa sul suo viso e come faccia fatica a guardarlo negli occhi quando, a voce bassa, chiede, “È colpa mia?”

Impiega una frazione di secondo in più a capire a cosa si riferisce, poi realizza. “No!” esclama forse con troppa foga, perché, d’improvviso, l’idea che la storia tra lui e Ginny sia potuta finire per quello che è successo con Ron la notte in cui era stato ferito è assolutamente spaventosa. Significherebbe che non l’ha messo completamente da parte, non come aveva promesso di fare e come l’altro, a tutti gli effetti, sembrava aver fatto. Significherebbe che ancora ci pensa, di tanto in tanto, dandovi più importanza di quella che merita. Significherebbe tante cose che, vere o no, non vuole affrontare, non adesso. Così scuote la testa deciso, e aggiunge: “E poi non sarebbe solo colpa tua in quel caso.”

Si fissano per un momento, entrambi esitando, ma Hermione che esce dalla cucina pronunciando i loro nomi li fa sobbalzare. Harry si ritrova d’improvviso il cuore in gola e, voltandosi verso l’amica, riesce a stento a mascherare la paura di essere stato ascoltato. Lei, però, si comporta come al solito e scherzosamente li invita ad aiutarla a preparare la tavola.

Lancia una breve occhiata a Ron, leggendo nel suo sguardo il suo stesso timore, e poi la segue in cucina, sforzandosi di fare finta di nulla.

*


“Di cosa stavate parlando tu e Harry, prima?”

Seduto accanto a lei su una delle panche del cortile della Tana, Ron deve trattenersi a stento dal non sobbalzare. La domanda di Hermione arriva a bruciapelo e completamente inaspettata; se quando l’aveva vista apparire all’improvviso, prima, si era preoccupato, il suo atteggiamento naturale lo aveva decisamente rassicurato. Adesso, invece, Ron vorrebbe prendersi a schiaffi per essere stato così imprudente e non aver cercato già da tempo di rimediare ad un possibile imbarazzo.

Fingere di non sapere a cosa lei si riferisca servirebbe solo a farla insistere ulteriormente, così, scrollando le spalle e ostentando la più assoluta noncuranza, le risponde con la verità. “Lui e Ginny si sono lasciati.” Il tono gli viene fuori dispiaciuto quanto basta. Non che non lo sia – o almeno crede di esserlo –, ma al momento la sua preoccupazione è un’altra.

Hermione annuisce, con un sospiro, “Sì, me l’ha detto lei ieri.” Trascorre qualche istante in cui l’unico rumore sono i grilli che rallegrano il primo pomeriggio estivo; Ron ha appena il tempo per abbassare la guardia che la ragazza riprende, “Ma allora cosa dovrebbe essere colpa tua?” Di fronte all’occhiata confusa che Ron mette insieme, aggiunge: “Ti ho sentito chiederlo a Harry…” C’è un vago tono accusatorio nella sua voce, come se Hermione stesse per aggiungere: che hai combinato questa volta?

Ron non sa che risposta darle. La sua mente lavora freneticamente alla ricerca di una scusa valida e, dopo quella che sembra essere un’eternità, finalmente si ritrova a blaterare qualcosa su Ethan Vane del Ministero e sull’essersi lasciato scappare con Ginny che il ragazzo ha messo gli occhi su Harry. È una balla colossale – non ha più pensato a Vane dal giorno dell’arresto di Jugson, anche se la sua presenza in giro per il Quartier Generale ha continuato a lasciargli addosso una certa irritazione – ma per Hermione sembra funzionare. Sospira stancamente e gli ricorda ancora una volta quanto sia importante non impicciarsi negli affari altrui.

Ron vorrebbe dirle che anche lei dovrebbe far tesoro dei suoi stessi consigli, ma, mordendosi la lingua con forza, resta in silenzio. In compenso, però, sente il bisogno impellente di allontanarsi da lì, dalla ragazza, dalla Tana. Per quanto cerchi di riabituarsi a lei, deve ammettere che i mesi lontani hanno influito sul loro rapporto; senza Hermione, si è costruito una sua routine, delle sue abitudini che, adesso che la ragazza è di nuovo sempre intorno dopo aver ottenuto i suoi M.A.G.O., deve modificare quasi del tutto.

La sensazione che prova, mentre lei appoggia la testa sulla sua spalla, è simile a quella di essere in trappola, e la cosa non gli piace nemmeno un po’.



xi. ottobre 1999

Ethan Vane gli chiede di uscire una mattina nell’ufficio semi-deserto, mentre quasi tutti gli Auror sono via a pranzo. Harry non se l’era vista arrivare: se forse aveva intuito un po’ dell’interesse del ragazzo nei suoi confronti, di certo non si sarebbe aspettato che giungesse davvero a renderlo esplicito.

Ad accettare, però, non impiega che qualche istante. La possibilità di focalizzare la propria attenzione su qualcuno, di lasciarsi distrarre, gli sembra troppo allettante per non coglierla. Così gli dice di sì, con l’intenzione di vederlo nel fine settimana.

A Ron, per qualche motivo, non riesce a raccontarlo fino a che non si ritrova costretto, il giorno dell’appuntamento.

*


Per la seconda uscita insieme, Ethan gli fa fare un giro per Londra. È una serata divertente e piacevole; per una volta, Harry è felice di passare del tempo con qualcuno che non conosce, se non per sentito dire, tutta la sua storia, che non ha idea di quanto davvero la guerra con Voldemort abbia influenzato la sua vita. Per quanto parte del corpo degli Auror, il ragazzo ha ben poca voglia di tirare fuori il lavoro e tutto ciò che riguarda i Mangiamorte, e lui gliene è infinitamente grato.

C’è una sensazione nel fondo dello stomaco, però, che periodicamente lo fa sentire inadeguato, fuori posto; qualcosa che, nel retro della mente, gli ripete ancora e ancora che dovrebbe essere altrove. Harry cerca di scacciare quei pensieri, di godersi l’uscita come se fosse veramente una persona qualsiasi in compagnia di qualcuno che trova interessante. Ma non lo è e, tutto sommato, Ethan non gli piace poi così tanto.

Quando, a fine serata, si stanno per separare e l’altro cerca di baciarlo, Harry si ritrae d’istinto, senza ben sapere perché. Alla nota imbarazzante su cui si salutano fingono entrambi di non farci caso.

*


Ron è ancora sveglio. Non di proposito, non sta aspettando Harry, ma per quanto abbia accarezzato più volte il pensiero di andare a letto, una parte di lui si è sempre rifiutata. Con una scusa o con l’altra, è rimasto in piedi, aggirandosi per l’appartamento alla ricerca di qualcosa da fare, qualsiasi cosa. Si sente addosso un nervosismo inspiegabile, una frustrazione che non sa come sfogare né come gestire. E, quando Harry finalmente rientra, non si attenua nemmeno un po’.

Gli risponde a monosillabi e grugniti, un po’ troppo preoccupato di lasciar uscire qualcosa che non dovrebbe, perché lo sa che è sul punto di esplodere, e che esploderà se solo non sta attento. Riesce a contenersi, finché, dal nulla, interrompendo l’amico che gli sta parlando del lavoro, domanda a bruciapelo: “Quindi state insieme o che?”

Harry lo fissa per un attimo sorpreso, lasciando il bicchiere d’acqua che si stava portando alla bocca sospeso a mezz’aria. Poi la sua espressione muta, si fa irosa. “Si può sapere qual è il tuo problema?” Il vetro tintinna sul ripiano dove lo appoggia bruscamente e, per un momento, quel rumore è tutto ciò che riempie la cucina.

“Il mio problema––”

È che gli dà fastidio; gli dà fastidio che Harry veda qualcuno, gli dà fastidio che quel qualcuno sia Vane e gli dà fastidio che l’amico sembri così contento a riguardo. Non immaginava che si sarebbe sentito così quando gli aveva annunciato che sarebbero usciti insieme; non aveva mai provato una tale irritazione quando Ginny era la sua ragazza, e il motivo è che forse non aveva mai creduto nella loro storia, aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe finita, che sarebbero scivolati lontano l’uno dall’altra, incapaci di comprendersi fino in fondo. Ma adesso–– adesso le cose potrebbero essere diverse, e Ron ne ha paura. Il suo problema è che ha paura.

“––è che quel tipo è un idiota!” conclude, arrossendo fino alla punta delle orecchie per quanto ridicola quell’affermazione possa suonare. Vuole rimangiarsi ogni sillaba in quello stesso istante, ma ormai non c’è più modo di farlo.

Harry continua a guardarlo, poi espira e gli si avvicina. Il suo atteggiamento è cambiato ed è con un tono che sa di infinita stanchezza che gli pone la domanda successiva. “Che cosa vuoi da me?”

Il silenzio precipita nuovamente. Ron sente la rabbia sfumare di colpo, perché a quell’interrogativo non sa cosa rispondere, perché ci sono un milione di cose che potrebbe dire e nessuna suona davvero giusta. “Che intendi? Non––“ tenta alla fine, ma Harry scuote la testa, interrompendo la sua frase a metà.

Si avvicina ancora, finché non sono distanti che un solo passo. “Se tu mi chiedessi di non vederlo più, lo farei.”

È poco più di un mormorio, ma Ron lo sente come se avesse appena urlato. Lo stomaco gli affonda per le implicazioni che quella richiesta possiede. “Non posso,” si ritrova a sussurrare, quasi senza rendersene conto. “Non posso chiedertelo.” Non sarebbe giusto, non sarebbe corretto, non sarebbe un milione di altre cose, ma soprattutto sarebbe esattamente ciò che vuole. Con Harry, però, ancora non riesce ad ammetterlo.

L’altro annuisce, un’ombra che oscura i suoi occhi; si passa le dita tra i capelli, dandogli le spalle e tornando al bancone della cucina per impegnare le mani in qualcosa; afferra il bicchiere, lo svuota nel lavello e lo posa lì, restando immobile per una manciata di secondi. Ron tenta di ingoiare il nodo che ha in gola, ma non ci riesce. Così annuncia che andrà a dormire ed esce dalla cucina.

*


Il giorno dopo, in ufficio, Harry dice a Ethan che non si vedranno ancora. Avverte una fitta di colpevolezza di fronte alla sua espressione dispiaciuta e quando gli domanda: “Posso chiederti perché?” per un lungo momento non sa cosa rispondere.

Alla fine decide di essere sincero. “Credo di essere innamorato di un’altra persona.”



xii. novembre 1999

Novembre inizia all’insegna del lavoro. Harry vi si butta a capofitto, cercando di mettere insieme i pezzi delle confessioni di Jugson e tutti i possibili indizi lasciati dall’uomo. Lui, Neville e Ron arrestano altri tre Mangiamorte, o presunti tali, ed è grazie alle loro informazioni che hanno la certezza che la rete si estende anche all’estero.

“Dobbiamo organizzare un’operazione più vasta,” gli annuncia Kingsley nel suo ufficio, mentre discutono il da farsi. “Coordinarci con il Ministero francese, ad esempio. Tenere qualche conferenza, raccontare la tua esperienza con Voldemort e chiedere aiuto.”

Non può evitare di sentirsi incerto riguardo quel piano nella sua interezza, ma ciò che l’uomo dice subito dopo lo mette ancora più in agitazione. “Ovviamente sarà tutto nelle tue mani. Nessuno qui vorrà che il Ministro si allontani troppo,” borbotta l’ultima frase alzando gli occhi al cielo, a sottolineare quanto trovi ridicola quella preoccupazione.

“Io? Ma––“ tenta di ribattere Harry, ma l’uomo lo zittisce con un gesto.

“Se c’è qualcuno che può farlo, è Il Bambino Sopravvissuto,” conclude con un ghigno ironico. “Puoi procurarci tutto l’aiuto che ci serve, nessuno potrà negartelo. E magari così riusciremo finalmente a trovare i Lestrange.”

Harry si passa una mano tra i capelli, nervoso al solo pensiero. Le relazioni pubbliche non gli sono mai piaciute, non se n’è mai sentito in grado, eppure, in fondo, non può non considerare il punto di vista di Shacklebolt come valido.

“Puoi partire all’inizio di dicembre. Decidi tu chi portare con te,” è l’ultima istruzione che Kingsley gli fornisce, prima di abbandonare il suo ufficio.

*


“Avanti, Harry, non ce l’hai mai detto,” Hermione si sporge in avanti, verso di lui, continuando con aria complice, “perché hai lasciato Ethan.” Sono riuniti a cena per festeggiare l’assunzione della ragazza all’Ufficio Regolazione e Controllo delle Creature Magiche e, da quando ha avuto modo di conoscere Vane, iniziando a frequentare il Ministero, non ha fatto che porsi quella domanda.

Accanto a lei, Ron si agita sulla sedia, d’improvviso a disagio. Harry lo nota con la coda dell’occhio, ostinarsi a tenere lo sguardo fisso sul tavolo del Paiolo e sul boccale di Burrobirra posato di fronte a lui. Evita accuratamente di guardarlo davvero, perché ha paura che basterebbe poco per far capire come effettivamente si sente in merito all’argomento.

Scrolla le spalle, tentando di prendere tempo per trovare una risposta adatta, ma prima che possa emettere un solo fiato Ron non riesce più a trattenersi e lo fa al suo posto.

“Basta, Hermione, non vedi che non vuole parlarne?” Il tono è brusco, privo di qualsiasi inflessione scherzosa; è arrabbiato con lei, e la ragazza lo intuisce all’istante.

“Non ho––“ inizia, ma lui non le permette di continuare.

“Lo fai sempre. Sempre. Ti intrometti di continuo nella sua vita.”

Iniziano a litigare davanti a lui. Harry li osserva esplodere; lei passa da un tono più conciliante ad uno sempre più collerico, pari a quello di Ron, mentre si rinfacciano di tutto e arrivano ad un passo dall’insultarsi esplicitamente. Cala in un silenzio tombale, immobile, incapace di trovare il modo giusto in cui comportarsi; continua soltanto a guardarli, sperando che quella scenata finisca il prima possibile, dolorosamente consapevole di tutti gli occhi degli avventori del Paiolo Magico fissi su di loro.

“Non capisco perché fai così con me!” si lamenta Hermione, per abbassare la voce d’un tratto l’attimo successivo e continuare, “È per quello che ti ho chiesto due giorni fa?”

Ron si blocca. Occhieggia rapidamente verso Harry, poi riporta la propria attenzione su di lei e, scuotendo la testa, borbotta un “Devo prendere aria.” Si alza e si allontana; lo osservano uscire dal locale insieme, chiudendosi la porta alle spalle così forte da far tintinnare i campanelli posti su di essa. Hermione inizia a singhiozzare subito dopo.

Ancora sconvolto da quanto appena accaduto, Harry indugia: parte di lui vorrebbe correre dietro a Ron, fermarlo, chiedergli cosa diavolo sta succedendo; ma non può abbandonare l’amica, non se la sente, così allunga una mano verso di lei, posandola sulla sua spalla.

“Hermione…” la chiama.

Tra le lacrime, lei alza gli occhi umidi. “Non so che gli ho fatto,” mormora piano, “non so perché è sempre così arrabbiato con me.”

Harry non risponde. La lascia sfogare finché non la vede più tranquilla, finché non è lei ad accennare a voler uscire dal locale ed essere lasciata sola, nonostante desidererebbe con tutto se stesso essere ovunque tranne che lì.

*


Ron va subito a casa. Per un momento o due gli fa strano considerare con una tale naturalezza l’appartamento di Harry come casa, ma più ci pensa più si rende conto che è l’unico posto in cui vuole essere. L’unico posto in cui si sente davvero a suo agio, dove può sperare di togliersi di dosso quel continuo fastidio che si sente aggrappato alla pelle. Ma stare solo rende tutto peggiore, se ne accorge solo troppo tardi. Le parole accusatorie di Hermione continuano a ronzargli in testa, insieme allo sguardo preoccupato di Harry, e Ron non sa cosa fare, non sa come comportarsi, vuole solo che tutta quella situazione finisca, che le cose tornino ad essere semplici.

Non è in grado di stabilire quanto tempo sia passato quando la chiave che gira nella toppa della porta gli segnala il rientro di Harry. L’amico lo cerca subito con gli occhi, varcando la soglia, a riprova del fatto che sapeva perfettamente che l’avrebbe trovato lì. Ron non se ne sorprende, non completamente.

Il problema è che non ha voglia di parlare. Saluta Harry con un cenno del capo e torna ad affondare nel divano, fissando un punto casuale davanti a sé. Sente l’altro aggirarsi per alcuni minuti per l’abitazione, poi, finalmente, andarglisi a sedere accanto. Il silenzio ristagna per un po’, innaturale e pesante. È Harry il primo a spezzarlo.

“Ron,” lo richiama, il tono basso ma palesemente preoccupato. “Si può sapere che succede?”

“Hermione mi ha chiesto di andare a vivere con lei.”

La frase cade come un fulmine a ciel sereno. La pronuncia brutalmente, quasi vomitandola fuori; riesce a posare gli occhi su Harry solo per un breve istante, a notare il suo volto congelato dalla sorpresa, prima di riportare lo sguardo fisso davanti a sé. Dopo qualche altro attimo, ai margini del suo campo visivo lo vede passarsi nervosamente una mano fra i capelli.

“Che le hai risposto?” è la domanda che pone, senza guardarlo.

“Che ci devo pensare.”

Ed è vero. O almeno, era vero quando l’ha detto ad Hermione; adesso non è certo di quanto continuare a rimuginare su una tale scelta, continuare a riflettere su quale sarebbe la cosa giusta da fare, a come lo giudicherebbero gli altri – i suoi genitori, i suoi fratelli, Ginny, chiunque – possa ancora servire. La sola idea di acconsentire, di chiudersi fra quattro mura con quella che è a tutti gli effetti ancora la sua ragazza, gli fa mancare il fiato.

“Non voglio––“ inizia, impulsivamente. L’attenzione dell’amico scatta su di lui, gli occhi si fissano sul suo profilo. Ron si morde la lingua, indeciso su come articolare quel pensiero, su come pronunciare le parole che ha bisogno di pronunciare. “Non voglio lasciare–– questo,” conclude infine, con un gesto nell’aria ad indicare l’intero appartamento. Non si riferisce alla casa, ovviamente; e, in fin dei conti, non si riferisce nemmeno alla vita che in quell’anno si sono costruiti. Si riferisce a Harry, semplicemente.

È che mai come adesso si sente di fronte ad una scelta.

Harry si toglie gli occhiali, si stropiccia il viso, pulisce le lenti sul bordo della maglietta. Poi, mentre li rindossa, dice piano, “Devi decidere tu.”

Questo è il punto dopotutto. Ron scatta in piedi, più arrabbiato con se stesso che con l’altro o con Hermione. Sa benissimo che quanto Harry gli sta chiedendo è di mettere fine al limbo in cui hanno vissuto negli ultimi mesi; perché, per quanto abbia voluto ignorarlo con tutte le sue forze, le cose tra loro sono cambiate.

“Non so cosa fare!” esplode, compiendo alcuni passi nervosi nella stanza. Quando si volta verso Harry, nell’incontrare il suo sguardo dispiaciuto, non può che avvertire la morsa del senso di colpa serrargli lo stomaco. Si sente in colpa per non riuscire a dargli, così su due piedi, la risposta che vorrebbe; si sente in colpa per avergli mentito per mesi, fingendo che le cose funzionassero come al solito; si sente in colpa per non avergli concesso di allontanarsi da lui nemmeno un po’, forzandolo con il suo atteggiamento a troncare l’unica storia che avrebbe potuto portargli un minimo di sollievo. Si sente in colpa verso Hermione, anche, per il modo in cui sta sfogando su di lei tutta quella frustrazione, senza trovare il coraggio di metterla a parte della verità.

Harry si alza, gli si avvicina e gli appoggia le mani sulle spalle, costringendolo a fermarsi, a guardarlo, a respirare. Il solo incrociare il suo sguardo, a nemmeno un passo di distanza, lo fa crollare: Ron lo abbraccia con forza, serrando le dita attorno alla stoffa della sua felpa. “Mi dispiace,” soffia fuori.

L’altro gli accarezza la schiena, ricambiando la stretta con altrettanta forza, finché non è lui a scostarsi quanto basta per posare le mani ai lati del viso di Harry e unire le loro bocche. Baciarlo è come essere un pezzo di un puzzle che ha finalmente ritrovato il suo posto; è come se tutto, di colpo, smettesse di girargli intorno e tornasse fermo e stabile; è come ritrovare finalmente l’ossigeno che gli era mancato fino ad ora.

Harry si scosta appena, interrompendo il contatto per chiedere, “Sei sicuro?”

Ron annuisce, senza nemmeno pensarci. Sulla sua bocca mormora piano, “Sicuro,” e quello basta per cancellare ogni incertezza dall’altro ragazzo. Si spostano, senza dire una parola, verso la camera da letto.

*


“Va meglio?” Harry chiede, un ghigno furbo sul viso e la voce ancora affannata.

Ron posa la fronte sulla sua spalla e, sulla sua pelle nuda, replica, “Stai zitto.” Solleva il viso per baciarlo, ma prima che possa farlo il sistema di incantesimi che protegge la casa li avvisa che qualcuno sta arrivando. Scattano entrambi a sedere, il campanello che suona mentre cercano rapidamente di recuperare ciascuno i propri vestiti. È troppo tardi perché sia una visita di cortesia o qualcosa del genere: c’è solo una persona che, data la serata appena trascorsa, può essere lì in quel momento.

Harry è il primo a rindossare i propri abiti; si rimette la felpa e si passa una mano tra i capelli, correndo alla porta cercando di rendersi il più presentabile possibile. Non ha idea se ci sia riuscito o meno, ma non può tardare ulteriormente.

Quando la apre e si trova davanti Hermione, i suoi peggiori sospetti si rivelano fondati.

“Vi devo parlare,” annuncia la ragazza, gli occhi arrossati e l’espressione terribilmente stanca, entrando proprio nel momento in cui anche Ron compare nell’ingresso.

Su di lui e su se stesso Harry vede tutti i segni di quanto appena accaduto. Il panico lo invade, perché sa benissimo che Hermione è troppo attenta e brillante per non notarlo; sa che è questione di attimi prima che lei si chieda cosa stia succedendo. Non vorrebbe che lei lo scoprisse così, non lo vorrebbe proprio. Arrischia un’occhiata verso Ron, ritrovandosi davanti il suo stesso terrore riflesso sul suo viso.

Ma lei, al momento, sembra non accorgersi di nulla. Porta le braccia al petto, guardando prima l’uno e poi l’altro, forse senza vederli davvero. “Ci ho pensato e… Il problema è che non so più cosa fare con voi, non so cosa sta succedendo,” comincia, stringendosi nelle spalle. “Mi sento esclusa e distante, come se non stessi solo perdendo il mio ragazzo ma i miei due migliori amici.”

Il panico che scopra tutto si trasforma, di colpo, nella volontà che lei lo sappia. Harry è stanco di mentirle, di nasconderle come si sente e quello che prova; la considera ancora come una sorella, nonostante la distanza degli ultimi mesi, e il senso di colpa gli stringe lo stomaco come una morsa di acciaio. Si volta nuovamente verso Ron, che prova a parlare ma non ci riesce, poi decide nel giro di una frazione di secondo.

“Sono innamorato di Ron,” confessa. E poi ancora, “Siamo andati a letto insieme.”

Il gelo cala sulla stanza. Hermione lo fissa sbalordita; nella sua espressione che cambia, che si fa via via più seria e distante, Harry vede il modo in cui i conti iniziano a quadrare nella sua testa, in cui dà silenziosamente senso a tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi. È adesso che, osservandoli, Hermione vede.

Si volta verso Ron, alla ricerca di una conferma. Lui esita, poi, in un bisbiglio sottile, ammette, “È… successo.”

La ragazza scuote il capo, ancora incredula, e sempre senza dire una parola torna alla porta d’ingresso e se ne va, sbattendosela alle spalle.

Harry si volta verso Ron, che si passa le mani sul viso, stancamente. “Devo–– devo andare a parlarle,” gli dice, lanciandogli uno sguardo di scuse e seguendola in strada. Lo lascia solo nell’appartamento, ora innaturalmente silenzioso.

*


Non sa dire quanto tempo passi prima che Ron ritorni. Forse solo una decina di minuti, o forse di più. Harry li ha spesi nella sua stanza, sprofondato sul letto rifatto alla bell’e meglio, al buio. Ron lo raggiunge lì, sedendosi sul bordo del materasso e dandogli le spalle. “Che giornata,” borbotta, la schiena curva per la stanchezza.

“Com’è andata?”

Il ragazzo lascia uscire una mezza risata amareggiata. “Ha urlato e urlato. Quando ha tirato fuori la bacchetta ho creduto che stesse per lanciarmi una Maledizione. Invece per fortuna si è solo Smaterializzata.” Prende un profondo respiro e conclude, “È finita, ovviamente.”

C’è un briciolo di sollievo che gli si adagia pian piano nel petto; Harry vorrebbe scacciarlo, ma non ci riesce, perché ha temuto–– ha temuto che Ron negasse ogni cosa, che lo incolpasse, che si scrollasse di dosso quella situazione scomoda. Era una paura irrazionale, ora lo sa, eppure ancora non si sente del tutto tranquillo. Finché l’altro non si sposta sul letto fino a raggiungerlo, appoggiandogli la testa sulla spalla. “Ho bisogno di dormire per tre giorni di seguito,” mormora, chiudendo gli occhi.

Harry lascia uscire un piccolo sbuffo divertito e gli passa un braccio intorno al collo, stringendosi contro di lui. Rimangono in silenzio per un po’; è nuovamente Ron a parlare ancora. “Quello che hai detto ad Hermione,” comincia, “è vero?”

Il cuore di Harry salta un battito, ma non c’è traccia di incertezza in lui quando risponde, “Lo è.”

“Bene.”

Anche se non può vederlo in viso, Harry percepisce il sorriso nella sua replica; è quanto basta per farlo sorridere a sua volta.

*


“Hermione, aspetta! Hermione!” Harry la chiama a gran voce, cercando di farsi strada nella calca che riempie il Ministero all’ora di punta. È la prima volta che la incontra da giorni e, conoscendola, la cosa non è sicuramente casuale. Non che non capisca perché li stia evitando, ma ha bisogno di parlarle, ha bisogno di sapere se la loro amicizia potrà mai riprendersi dal colpo subito.

Per un attimo teme che l’amica procederà dritto, senza voltarsi, ma quando lui è ad un paio di metri da lei si immobilizza di colpo e, incrociando le braccia al petto, si gira ad attendere che la raggiunga. “Che c’è?” quasi ringhia, non appena Harry le si ferma finalmente vicino, prendendo fiato.

“Possiamo parlare?”

La ragazza espira a fondo, poi annuisce. Harry si sentirebbe quasi sollevato se il suo atteggiamento iroso non lo portasse a considerare il peggio. Gli fa cenno di seguirlo; cammina fino ad una sala d’aspetto completamente vuota e, dopo aver atteso che lui sia entrato, chiude la porta alle sue spalle. Riporta le braccia al petto e rimane in silenzio in quello che, Harry immagina, deve essere un invito a cominciare.

Le parole gli muoiono in gola. Non che avesse preparato un discorso, anzi la decisione di raggiungerla è stata del tutto improvvisa, ed è il motivo per cui adesso si ritrova a passarsi nervosamente una mano tra i capelli alla ricerca delle frasi giuste. Forse non ce ne sono – quasi sicuramente non ce ne sono – ma qualcosa deve trovare.

“Ascolta, io––“ tenta, ma bastano quelle poche lettere perché lei lo interrompa.

“No, Harry, tu ascolta,” dice, una luce gelida negli occhi fissi nei suoi. “Forse mi passerà, un giorno. Forse tra qualche settimana o anno o chissà. Ma al momento non voglio vedervi, né te né Ron.” Il suo tono è freddo e determinato, non ammette dubbi, né contiene una singola inflessione d’incertezza. Harry non l’ha mai sentita così prima d’ora, ed è un pensiero agghiacciante visto quanti anni hanno passato a stretto contatto.

Abbassa lo sguardo, incapace di sostenere ancora quello dell’altra. Si fissa la punta delle scarpe per un lungo minuto, prima di replicare con un debole, “Lo capisco.”

Il silenzio ristagna per diversi secondi; quando riprende a parlare, la voce di Hermione trema appena. “Quel che è peggio,” inizia, “è che avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto capirlo già da tanto che sarebbe finita così, che tu e lui… che siete sempre stati tu e lui, no?”

La voce le si spezza del tutto in un piccolo singhiozzo e Harry non riesce a trattenere l’istinto di coprire la distanza che li separa e appoggiarle una mano sulla spalla. Lei si scosta, com’era facile immaginare, con un movimento brusco. “Hermione,” insiste, “sei ancora la mia migliore amica.”

La ragazza lo guarda di nuovo in viso, gli occhi arrossati per le lacrime che sta trattenendo. “Ma tu non sei più il mio da tanto, Harry, capisci?”

La frase gli fa l’effetto di una pugnalata nello stomaco. È consapevole di essersela meritata, eppure non è meno dolorosa; indietreggia di un passo, rimettendo spazio tra loro, e quando subito dopo Hermione dice, ingoiando il nodo che ha in gola, “Adesso devo tornare a lavoro”, si limita ad aprirle la porta e a farsi da parte.

Sa che deve lasciarla andare.



epilogo (dicembre 1999)

“Dimmi la verità: stiamo scappando?”

Harry alza lo sguardo dalla valigia che sta preparando per fissarlo su Ron. Un morso di colpevolezza gli stringe lo stomaco. “Me l’ha chiesto Kingsley di partire,” comincia, ma l’attimo successivo ammette, “però penso che per me sia così, sì.”

Ron lo guarda a lungo, poi annuisce, lento.

“Mi dispiace. Non sei costretto a venire, te l’ho detto. Ci sarà Neville e probabilmente sarà il viaggio più noioso della storia, con tutti quei funzionari dei Ministeri.” Si stringe nelle spalle e, dopo un momento di pausa, riprende, “Però ho bisogno di–– un po’ di tempo. Un po’ di spazio. Prima di poter affrontare tutto il resto.”

Ron lo raggiunge, lo fa girare verso di sé e lo abbraccia. “Nessun problema,” mormora al suo orecchio. “Sono con te. Lo sono sempre stato.”

Harry si lascia stringere e, con la fronte posata sulla sua spalla inspira forte il suo odore. “Lo so,” replica, e si scosta quanto basta per baciarlo.




Note finali:
• RABASTAN E RODOLPHUS LIBERI SEMPREH /agita il pugno/
No, dai, tipo che loro praticamente non finiranno mai arrestati in una mia fic ed è il motivo per cui scompaiono 5ever e non ricompariranno mai. Basta, si meritano un po’ di felicità, soprattutto dopo essersi liberati di Bellatrix, ci sta.
Poi va beh, un giorno sarebbe figo anche che mi mettessi giù a scrivere un po’ tutto quello che combinano loro due nella controparte di questa fic, perché io so tuttooooh e niente, li amo, e un giorno lo farò. Un giorno lontano però, in cui mi sarò ripresa da questo bisonte di fanfic.
• Vany, quando arrivi fin quaggiù sappi che TI AMISSIMOOOOOOH ancora una volta. ♥

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