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[hp] stay with me ~ james/sirius

Titolo: Stay with me
Fandom: Harry Potter
Beta: eowie
Personaggi: Sirius Black, James Potter, Remus Lupin, Peter Minus, Lily Evans; menzione di tanti altri.
Pairing: James/Sirius
Rating: Pg15
Conteggio Parole: ~9.294 (W)
Avvertimenti: Bombano \O/ E va beh, c’è gente che muore, ma avete visto di chi parliamo, ye?
Disclaimer: I personaggi della storia appartengono ai rispettivi proprietari e creatori, che ne detengono i diritti. Nulla di ciò è scritto a scopo di lucro.
Note:

• Detto ciò: BUON COMPLEANNO, VANYYYYYYYYYY!!!!!! ♥♥♥. Amatissimaaaaaa, spero che questa giornata sia stata stupenda e continuerà ancora meglio (soprattutto grazie alla presenza mia e di Ale, ovviamente. Mica cazzi) e che questo regalo ti faccia contenta. Io ci ho provato a sorprenderti, ma nulla posso contro le tue doti da Oracolo e ciò mi rende molto triste. Ma!!!! Spero comunque che ti piaccia e ti gasi, visto che è il tuo OTP otpissimo e essere riuscita a scriverti su di loro mi rende molto gioiosa. u_u
• TI AMISSIMOOOOOOOOH!!!!!!!!!!!! /voce che si spande fino alle Alpi/
• Comunque niente. Io questa fic la amo, è brutto da dire? Però la amo e mi sono divertita e ho amato scriverla in generale, quindi spero proprio che la socia l’ami a sua volta. ♥ (È che io la amo ancora, ‘sta gente, ma tanto. E scrivere di loro mi fa, boh, bene all’anima o una roba così.)
• Ad usare i soprannomi dei Marauders in italiano comunque non ce la faccio, non ce la faccio proprio, per cui quelli soli sono in inglese e pazienza.
• Ah, in tutto ciò dovete sapere che questa fic è tornata dal betaggio con UN PEZZO IN MENO!!!!!!! Che non si sa come, Ale si è abilmente persa mentre la betava. Come sia successo è un mistery che sarà oggetto della prossima puntata di Voyager, ma sappiate che la simpatica vicenda s’è conclusa nel migliore dei modi – ovvero per fortuna io correggo il file originale, invece che quello betato, così ho potuto accorgermi. Sennò ridevamo, insomma.
• Titolo da Stay with me dei No, canzone abilmente paccata a Vany stessa che boh, per ‘sti due ci stava da dio, non so che altro dire.



Stay with me
(we were never meant to be apart)


Just know you're not alone / ‘Cause I'm gonna make this place your home (Home, Phillip Phillips)


Aprile 1976

Siete stati amici dal primo momento in cui vi siete incontrati sull’Espresso di Hogwarts, cinque anni fa. Questo lo sai bene, ed è quanto ti ripeti mentre sosti sul viottolo che attraversa il cortile della casa dei Potter, cercando una ragione per essere lì – lì, da James, tra tutti i posti possibili.

Siete stati amici dal primo momento in cui vi siete incontrati, e questo, forse, è un motivo più che valido: quel moto istintivo che ti ha portato a dare l’indirizzo di Prongs all’autista del Nottetempo, te lo spieghi così, mentre ti fai forza per muovere quegli ultimi passi, salire i tre scalini di legno che scricchiolano leggermente sotto i tuoi piedi e bussare sulla porta con il pugno chiuso.

In fondo, dove altro potresti andare?

È il signor Potter ad aprire. Sospiri di sollievo; l’hai sempre avuta facile con lui, perché, in qualche modo, ha nutrito per te un’immediata simpatia sin da quando ti ha conosciuto. Impieghi un istante più lungo del solito a dipingerti sulle labbra il tuo miglior sorriso, ingoiando il nodo amaro che ti ha chiuso la gola sin da quando hai messo piede fuori da Grimmauld Place.

«Sirius, che sorpresa!» esclama il signor Potter, le rughe ai lati degli occhi che si fanno più accentuate per la sua espressione allegra. Si volta verso il figlio, appena comparso dietro di lui. «Guarda chi c’è,» dice, spostandosi un po’ di lato.

James si affaccia e gli basta uno sguardo per capire che qualcosa non va, nonostante il tuo sorriso non si sia incrinato di un solo millimetro. Mentre suo padre si mette da parte per lasciarti entrare, il tuo migliore amico aggrotta le sopracciglia per squadrarti attentamente nella luce dell’ingresso e avere conferma dei suoi sospetti.

«È tutto a posto, ragazzo?» si informa il signor Potter, posandoti una mano sulla spalla. «Orario insolito per una visita…»

Esiti un istante, cercando furiosamente una risposta pronta – avresti dovuto pensarci prima, avresti davvero dovuto pensarci prima –, ma la voce di James ti toglie d’impiccio. «Gli ho chiesto io di passare,» afferma con convinzione, tirandoti per un braccio verso di sé. «Ho dimenticato di avvisare, scusa.» Modula un’espressione colpevole e le sopracciglia aggrottate di suo padre si distendono nuovamente.

«Oh, non preoccuparti,» si affretta a tranquillizzarlo, facendo un gesto vago nell’aria. Poi si rivolge a te: «Immagino ti fermerai a dormire?»

Ti atteggi nella stessa maniera colpevole di James, «Spero non sia un problema, signor Potter.»

«Sciocchezze, certo che non lo è,» conclude lui, dandoti le spalle e tornando verso la cucina, mormorando qualcosa sulla bella sorpresa che toccherà a sua moglie quando tornerà a casa. Sta ancora borbottando di chiamarlo Thomas e non signor Potter, ma James, che ha ancora le dita agganciate al tuo braccio, ti tira con forza verso le scale. Dalla gola ti viene fuori la prima risata sincera della giornata, mentre lo segui di sopra.

*


Da quando è rientrata, pochi minuti dopo, la signora Potter ha bussato alla camera in cui siete tre volte, chiedendo perché Sirius non avesse bagagli, se avesse bisogno di qualcosa per la notte e se avesse fame. James è stato pronto a dirle che avevi lasciato già dei vestiti dalla scorsa estate, quando eri stato in visita per un’intera settimana; ed è stato altrettanto pronto a prestarti una maglietta e un paio di pantaloni, così da permetterti di toglierti l’abito nero dal taglio aristocratico con cui eri andato in giro per tutto il pomeriggio.

Alla terza domanda, è anche stato pronto a rispondere sì, sta morendo di fame, per cui adesso vi ritrovate seduti a terra a scartare figurine di Cioccorane con una pila di sandwich al tonno su un vassoio tra voi.

«Ugh, un altro Silente,» sbotti, lanciando la figurina lontano sul pavimento, da cui il vostro preside continua pacatamente a guardarvi. Riporti gli occhi su James e ti accorgi in quel momento del modo in cui ti sta fissando, le sopracciglia aggrottate, le labbra strette in una riga sottile; ti mette a disagio quella sua preoccupazione, quel piccolo broncio che significa esattamente: ‘non mi stai dicendo qualcosa’.

Strappi lo sguardo da lui quasi con stizza, irritato all’improvviso. Perché, tra tutti i posti in cui potevi andare, ti sei scelto proprio questo? Perché non al Paiolo Magico? Perché non da Remus o da Peter o da quel tuo zio pazzo, visto che ormai le vostre sorti vi accomunano? Avresti potuto compiere mille scelte diverse, pensi, mentre afferri sgraziatamente un panino e lo addenti, masticandolo in malo modo e causandoti un eccesso di tosse, ma invece sei venuto qui. E adesso… adesso devi spiegargli.

«Sirius?» James solleva un sopracciglio e continua a guardarti con insistenza. «Va tutto bene?»

«No,» affermi, tornando a ricambiare il suo sguardo. Non riesci ad evitare alla tua voce di farsi sottile, spezzata, quando aggiungi, «Sono scappato di casa.»

*


«Non ho nessuna intenzione di tornarci,» è il modo brusco in cui concludi il tuo racconto, incrociando le braccia al petto. Giureresti di avere un turbine nello stomaco, a giudicare da quanto in fretta stai rimpiangendo il cibo che hai ingurgitato; parlare di quanto è accaduto solo qualche ora prima ti ha messo in una tale agitazione che non sei nemmeno capace di star fermo. Ti alzi e inizi a misurare la stanza in ampi passi, chiudendo e riaprendo i pugni posati lungo i fianchi.

Con la coda dell’occhio, vedi James tentare di parlare; è rimasto pressoché in silenzio fino ad ora e adesso temi quello che possa uscire dalla sua bocca. Lo fermi ancora prima che possa emettere il primo fiato.

«Non dirlo. Non dirmi di tornare indietro.»

Le tue guance avvampano per quanto simile ad una preghiera quell’affermazione sia venuta fuori; vorresti rimangiartela ma è troppo tardi, così resta lì, appesa nell’aria per una manciata di istanti prima che James sollevi l’angolo della bocca verso l’alto in un mezzo sorriso e scuota la testa, con esasperato divertimento.

Si mette in piedi rapidamente e ti si para di fronte per forzarti a smettere di marciare per la camera; appoggia le mani sulle tue braccia e il contatto improvviso ti fa sobbalzare. È caldo e piacevole e abbastanza perché inizi a rilassarti, pur contro la tua volontà.

«Stavo per dire,» comincia, il tono di bonario rimprovero, «che puoi rimanere qui per il resto delle vacanze di Pasqua, se vuoi.»

Impieghi qualche istante a renderti conto delle sue parole, di quello che significano davvero, e la prima cosa che fai è lanciarti in avanti e allacciargli le braccia attorno alle spalle. «Sei sicuro?» chiedi, la voce soffocata dalla stoffa della felpa che indossa contro cui stai schiacciando il viso.

Per tutta risposta, l’altro ricambia l’abbraccio, stringendoti con forza. «Certo che sono sicuro,» sbotta con ovvietà. Senti la sua mano andare su e giù sulla tua schiena e il sollievo che provi è così tanto che non sai come contenerlo, non sai dove metterlo. Ci sono milioni di domande che vorresti porgli – per esempio, cosa direte ai suoi genitori – e sei sicuro che ce ne siano altrettante che lui vuole porre a te su quanto gli hai appena raccontato. Ma per il momento non importa.

Resti lì tra le braccia di James e lasci che tutto il resto – la paura di non aver più un posto dove stare, le urla di tua madre, i silenzi irosi di tuo padre, la delusione negli occhi di Regulus – scivoli via.



Settembre 1978

L’appartamento non è nel migliore degli stati. Con il lascito di zio Alphard, non ti sei potuto permettere granché: appena due stanze, i muri scrostati, le ragnatele negli angoli e, tra i vecchi mobili col legno gonfio per l’umidità, polvere ovunque.

Ma non ha importanza: nonostante tutto, è tuo, è casa.

*


Guardi James con attenzione, mentre sistema l’ultima mensola e poi, sbuffando, ricade seduto sul divano. «Sono distrutto,» si lamenta, piegando indietro la testa per appoggiarsi contro la spalliera. Lo sguardo ti cade sul suo collo esposto, ma fai in fretta a spostarlo e a concentrarti sul movimento giusto della bacchetta per ripulire il vecchio armadio dallo sporco.

Se c’è una cosa che non avresti mai immaginato è di diventare un esperto di incantesimi di pulizia, ma a quanto pare nella vita non si può mai sapere. L’altra cosa che non avresti mai creduto possibile è di arrivare a possedere un tuo appartamento, un giorno; per questo, c’è ancora tanto da fare – sei privo almeno della metà dei mobili, per esempio – ma è decisamente un inizio.

Più che il mobilio, più che muri bianchi e superfici completamente pulite, non puoi evitare di pensare che manchi qualcosa di diverso. Lo sguardo ti scivola di nuovo verso James senza che tu possa opporre resistenza e, per una volta, per una volta nella vita, vorresti essere in grado di tenere a bada i tuoi impulsi.

Invece, bloccando il movimento della bacchetta a metà e lasciando ricadere il braccio lungo il fianco, ti ritrovi a dire: «Potresti venire a vivere qui, con me.»

È stupido. È davvero stupido. L’abitazione, tanto per iniziare, non sarebbe abbastanza grande per due persone e poi, sei certo, James non ha nessuna ragione per trasferirsi da casa dei suoi genitori così su due piedi, solo perché glielo stai chiedendo tu.

Eppure lui alza lo sguardo su di te e ti osserva per un istante, come se stesse seriamente considerando l’offerta. Poi, piega l’angolo della bocca verso l’alto e scuote la testa. «Volevo aspettare che fosse sicuro per darti la notizia, ma…» comincia; lo stomaco ti affonda per chissà che motivo, forse per il modo in cui sta evitando i tuoi occhi, o per il suo tono di voce dispiaciuto. «Io e Lily stiamo pensando di andare a vivere insieme.»

Impieghi qualche istante a comprendere l’esatto senso di quelle parole e, quando finalmente succede, quando tutte le implicazioni che quella frase si porta dietro ti colpiscono una ad una, finisci col sentirti ancora più sciocco di quanto non avessi fatto prima.

Ti viene fuori una risata che è più rivolta a te stesso, che al tuo amico. «Allora è proprio una cosa seria.»

James abbassa gli occhi, l’imbarazzo che gli colora le guance. «Non lo so,» borbotta, stringendosi nelle spalle. Trascorre qualche istante di silenzio, prima che aggiunga: «Sto iniziando a credere che mi piacerebbe sposarla.»

Non sai che dire. La tua mente lavora freneticamente per trovare un modo di riempire il vuoto, il giusto commento a quanto ti ha appena rivelato. Alla fine scuoti il capo e, «Non posso crederci,» cominci, «hai davvero messo la testa a posto.»

James borbotta qualcosa che sembra un’imprecazione, poi scoppia a ridere. Sai che, sotto quell’atteggiamento casuale, quel parlare di ‘forse’ e di incertezze, è felice; sai che è innamorato di lei, in un modo semplice e pulito, così ce la metti tutta ad essere contento per lui.

«Beh,» riprendi, alzando le mani in aria, «questo significa che avrai un posto dove scappare quando Lily ti caccerà a pedate.»

Lui replica che spera di non averne bisogno, poi si alza per tornare ad armeggiare con un’altra mensola, ma prima di mettersi all’opera ti lancia un’occhiata da sopra la spalla e mormora, «Grazie per l’offerta, comunque.»

Scrolli le spalle, «Lascia perdere,» e riprendi ad agitare la bacchetta borbottando un incantesimo di pulizia.




Soldier on, soldier on / Keep your heart close to the ground (Soldier on – The Temper Trap)


Aprile 1976

Remus vi guarda con sospetto. «Siete arrivati insieme?» domanda incuriosito.

Il sorriso ti si congela sul volto, perché non hai idea di come rispondere. Vuoi dirgli cos’è successo durante le vacanze, vuoi disperatamente, ma non qui, sulla piattaforma in attesa dell’Espresso, circondati da tutti i vostri compagni di scuola – certo che, da qualche parte, ci sia persino da tuo fratello.

James è rapido a toglierti d’impiccio. «Sirius è venuto da me per questi ultimi giorni.» Scrolla le spalle, come se fosse ovvio, poi abbassa la voce e continua, «ti avrei scritto per invitarti se la scorsa settimana non avessi avuto… lo sai.»

Remus leva gli occhi al cielo, ma sorride senza poterlo evitare, «Il mio piccolo problema peloso. Lo so

Prongs ghigna, poi occhieggia rapidamente verso di te; vorresti ringraziarlo per quello che ha appena fatto, ancora una volta, ma non ce n’è il tempo.

«Ecco Peter,» riprende Remus, mentre il vostro amico si fa strada nella calca, arrancando con un pesante bagaglio alle sue spalle. Vi raggiunge, borbottando qualcosa su quanto sua madre l’abbia caricato di indumenti extra nonostante le sue proteste, ma a quel punto non lo stai più ascoltando: la tua attenzione è focalizzata in un punto più lontano, oltre le spalle di Moony e Wormtail, dove tua madre, il naso per aria e l’espressione gelida, sta salutando tuo fratello prima della partenza.

Ti immobilizzi; ti sembra che i tuoi arti siano improvvisamente diventati di ghiaccio, troppo freddi e fragili per essere mossi. Continui a osservarli per un tempo interminabile, finché la donna non si volta e ti nota.

Incrocia il tuo sguardo senza timore o timidezza, fissandoti dritto negli occhi, sul volto la solita maschera di sdegno che si è fatta appena più accentuata. Poi, come se nulla fosse, come se non si fosse che soffermata su un punto insignificante, si gira nuovamente e torna a rivolgersi a tuo padre e Regulus, in piedi accanto a lei. Per Walburga, ormai, non esisti più.

«Sirius?» ti richiama Remus, mentre Peter ti agita una mano davanti alla faccia chiedendoti, «Ci sei?»

Impieghi ancora qualche istante a tornare pienamente in te, a fingere che nulla sia accaduto. Li guardi uno dopo l’altro, tentando un tenue sorriso che non funziona del tutto. James ha seguito con cautela il tuo sguardo, intercettando l’oggetto della tua attenzione; ti si avvicina d’istinto, fingendo di essere schiacciato dalla folla, e ti preme la spalla contro il braccio.

«Forse è ora di salire,» riprende Remus contemporaneamente; acconsenti, eppure non riesci a muoverti.

«Arriviamo,» replica Prongs al tuo posto, mentre ti afferra saldamente il braccio. Lascia che gli altri due si avviino verso la carrozza più vicina, trascinando i rispettivi bagagli, poi si sporge verso di te. «Va tutto bene,» mormora; stranamente, nonostante la calca e il vociare sulla piattaforma, lo senti con chiarezza. «Hai chiuso con loro.»

Ha ragione. Prendi un respiro profondo e annuisci, lasciandoti tirare in avanti per salire sul treno. Ti concedi un’ultima occhiata verso le persone che fino alla scorsa settimana consideravi ancora la tua famiglia: Orion, una mano appoggiata sulla schiena di Regulus, è probabilmente intento a fargli le ultime raccomandazioni e Walburga vigila su di loro con il suo solito sguardo severo, come ad accertarsi che ogni cosa proceda secondo il consueto rituale.

Con il corpo spigoloso di James che sbatte contro il tuo in punti casuali e le sue dita ancora strette attorno al braccio, pensi distintamente che non ti mancheranno.

*


«Allora, Sirius, cos’hai fatto durante le vacanze?» Marlene McKinnon ti lancia un ghigno abbagliante, incrociando le braccia al petto mentre si appoggia al tavolo della Sala Comune, dove stai cercando di finire i compiti di Aritmanzia prima della lezione del giorno dopo.

Accanto a te, senti James tendersi improvvisamente. Sai che è pronto a scattare, a farsi uscire di bocca un’altra balla utile a tirarti fuori da qualsiasi situazione scomoda. Ma questa volta la domanda non ti ha messo a disagio; gli lanci un’occhiata complice, per lasciargli intendere che è tutto a posto, poi porti le braccia dietro la testa e ti appoggi allo schienale della sedia, con studiata noncuranza.

«Oh, lo sai, Marlene,» cominci, un sorriso storto sul viso, «con la folla di ragazze che mi sono state intorno non ho avuto un momento libero.»

«Ugh,» sbotta lei, facendo una smorfia verso Mary Smith, seduta dall’altro lato del tavolo, che scoppia in uno sbuffo divertito. Accanto a lei, Lily alza gli occhi al cielo, mentre James sillaba un ‘penoso’ nella tua direzione.

Quando ti volti a guardarlo, però, noti come la tensione nel suo corpo sia sparita e il suo sguardo sia animato da un sincero divertimento. Vuoi dirgli che stai bene, vuoi dirgli che è grazie a lui, ma di fronte agli altri non puoi che trattenerti.

Più tardi, come se ti avesse letto nel pensiero, mentre state scivolando fuori dal ritratto sotto il Mantello dell’Invisibilità per una breve fuga nelle cucine, James ti chiede: «Stai bene, vero?»

La lingua ti si annoda e non riesci comunque a pronunciare le parole che vorresti, ma annuisci con convinzione e, nell’oscurità dei corridoi di Hogwarts, fissando il suo profilo, sei certo che lui abbia capito.



Gennaio 1979

«Non ve ne parlerei se non vi considerassi degni della massima fiducia,» spiega Silente, guardandovi uno ad uno.

Siete seduti attorno al tavolo della cucina dell’appartamento di James e Lily, il vostro ex Preside a capotavola. Vi racconta dell’Ordine della Fenice, dei Mangiamorte e di quanti si sono uniti a lui per fermare Voldemort. Dice proprio così, Voldemort, senza paura, e lì per lì la trovi una cosa folle. Poi ti viene da ridere, perché se c’è qualcuno che potrebbe essere assolutamente indifferente al terrore che il Signore Oscuro incute, quello è Silente.

«È chiaro, non vi sto chiedendo di unirvi a me così a cuor leggero,» continua l’uomo, «ma maghi con le vostre capacità sarebbero certamente d’aiuto alla nostra causa.»

Non trascorrono che una manciata d’istanti silenziosi, prima che la voce di James fenda l’aria tesa della stanza. «Io ci sto.»

Lily gli fa eco appena un istante dopo. «Stavo per dirlo io.»

Ti volti a guardarli entrambi, stupito. Eri certo saresti stato tu il primo a lanciare al vento la tua vita, invece salta fuori che James ti ha battuto sul tempo. Lui si è girato a fissare la ragazza, un mezzo sorriso un po’ rassegnato sul viso, ma appena ti sente parlare torna a puntarti lo sguardo addosso.

«Beh, contate dentro anche me.» Ricambi l’occhiata con un ghigno storto, quasi una sfida, un credevi che ti avrei lasciato andare da solo? tacito.

Remus leva gli occhi al cielo. «E me. Non posso nemmeno immaginare in che guai finireste altrimenti.» Il suo sorriso è un po’ forzato ma funziona, alleggerisce la tensione, unito al ringraziamento piccato di Lily. «Almeno avrò qualcuno ad aiutarmi a tenerli a bada.»

L’espressione di Silente si fa più morbida e affettuosa, ma prima che possa parlare Peter sbotta: «Sapete che potremmo morire, vero?»

Il Preside lascia uscire un piccolo sospiro. «Il signor Minus ha ragione,» riprende. Gli posa una mano sul braccio, con fare rassicurante. «Come ho già detto, non dovete considerarla una costrizione.»

Si rivolge a tutti, ma sai perfettamente che parla specificatamente a Wormtail. Vedi la lotta sul suo viso, nelle sue sopracciglia corrugate, nella linea sottile in cui le sue labbra sono premute.

«Pete…» inizia James, ma l’altro scuote la testa.

«Ci sto anche io,» afferma rapidamente, sottraendosi alla presa di Silente. Vi fissa con determinazione, come a sfidarvi a contraddirlo. Cacci fuori una risata brusca.

«Ben fatto,» commenti, e lo sguardo che ti rivolge non sai se sia risentimento o gratitudine.

*


Più tardi, quando Silente ha ormai abbandonato l’appartamento da qualche minuto lasciandovi soli con la vostra decisione, raggiungi James sul terrazzo.

Ha le mani nelle tasche e sta fissando il cielo, già puntinato da qualche stella; puoi facilmente immaginare a cosa stia pensando e, anche senza guardarlo negli occhi, sei in grado di leggere la preoccupazione nel modo in cui sta in piedi e dal fatto che non ti ha sentito arrivare.

«Ehi,» lo richiami, porgendogli una Burrobirra. Lui si volta, quasi sobbalza, ma si tranquillizza subito quando si rende conto che si tratta di te. Dà forma ad un sorriso debole e prende la bottiglia, staccandone il tappo con un piccolo scoppio.

Non dice nulla e tu non lo consideri proprio un buon segno. Ti sistemi a fianco a lui, spintonandolo un po’; ti spinge di rimando e lascia uscire uno sbuffo divertito, ma dura poco, troppo poco.

«Ehi,» ripeti, «andrà tutto bene.»

Prongs si stringe nelle spalle. «Non ne sono così sicuro,» afferma, ma poi scuote la testa rapidamente, come se volesse cancellare al più presto quelle parole. «È che sono preoccupato per Peter,» si corregge.

«Oh, avanti,» ribatti, «è molto più furbo e forte di quanto creda.»

«Stiamo andando in guerra, Sirius.»

La frase ristagna nell’aria per un po’; non c’è silenzio che ne potrebbe determinare la sparizione, ora che è stata pronunciata, e ti affonda nello stomaco come fosse un macigno.

«Lo so,» rispondi, la voce bassa. Il tuo istinto è quello di accostarti a lui ancora di più, di toccarlo, abbracciarlo, fare qualcosa – qualsiasi cosa – che ti permetta di sentirlo vicino, perché è ciò di cui avresti bisogno ora e ciò che – ne sei certo – vorrebbe anche lui. Ma compiere quei gesti è diventato difficile, forse impossibile, così ti limiti a passare il peso da un piede all’altro e a soffiare fuori tutta l’aria che hai nei polmoni.

«È la cosa giusta da fare,» riprendi, e James si volta a guardarti. La paura nei suoi occhi è evidente; non è nemmeno difficile immaginare che il tuo sguardo, adesso, gli debba apparire ugualmente spaventato. Ti piacerebbe mostrarti forte e coraggioso, ti piacerebbe davvero, ma tra i due quello forte e coraggioso, nella realtà dei fatti, è sempre stato lui.

«E almeno saremo insieme, giusto?» domanda Prongs, senza smettere di guardarti.

«Giusto,» soffi fuori. Ti sembra che manchi qualcosa, che ci sia una promessa che dovrebbe seguire, ma hai la sensazione di non aver abbastanza fiato nei polmoni per aggiungere nulla. Lui si è fatto più vicino e la voglia di toccarlo è persino più forte.

I passi alle vostre spalle lo fanno sobbalzare e scattare indietro, la bevanda che quasi gli sfugge e si rovescia. Lily vi osserva per un momento, poi sospira. «Vi ho portato altra Burrobirra. Ho pensato ne aveste bisogno.»

Sulla sua bocca compare un sorriso lieve e, per quanto tenti di mostrarsi serena, riesci facilmente a vedere la tensione nei tratti del suo volto. «Tienine pure una per te,» replichi, avvicinando la bottiglia che hai in mano ad una delle sue; tintinna in un brindisi sciocco e fuori tempo, poi, con l’eco ancora del vetro che sbatte contro vetro nell’aria, ti dirigi verso l’interno della casa.

Una volta passata la finestra, a metà della stanza, ti guardi indietro; sulla terrazza, vedi James e Lily scivolare l’uno verso l’altra e abbracciarsi, ritrovare tra loro, facilmente, quella vicinanza a cui tanto avresti voluto dar vita.

Serri le dita attorno al collo della bottiglia e ti avvii fuori dalla stanza, alla ricerca di Remus.



But don’t bring tomorrow / cause I already know / I’ll lose you (Tomorrow – Daughter)


Agosto 1976

Il sole picchia sul cortile dei Potter con ferocia. Per tutta l’estate avete fatto dello spazio sul retro, per lo più occupato da un grande olmo, il vostro rifugio; vi siete sdraiati all’ombra dell’albero cercando l’unico filo di vento che soffiava nell’intera via, osservando pigramente gli sparuti passanti senza essere visti.

Ci hai messo un po’ per sentirti completamente a tuo agio, lì. Quando James ti ha detto che avresti potuto passare le vacanze da loro, il tuo orgoglio ha quasi avuto la meglio: ecco qui Sirius Black, l’incapace Sirius Black, talmente inetto da non avere nemmeno un posto dove vivere.

Ma il tuo amico ha spazzato via ogni tua esitazione con un sorriso. «Ai miei genitori farà piacere,» ha detto. È stato quasi una sorpresa scoprire che i signori Potter si sono effettivamente rivelati entusiasti all’idea. Ti hanno accolto con affetto, rimpinzato di cibo, fatto poche domande riguardo la tua famiglia; così adesso, poco più di un mese dopo il tuo arrivo, sei senza ombra di dubbio convinto che questa sia la più bella estate che tu abbia mai vissuto.

Tu e James non siete stati un attimo fermi. Siete andati in vacanza sulla costa, l’ultima settimana di luglio; vi siete fatti accompagnare diverse volte a Diagon Alley, girando per le vie senza meta per fermarvi ad osservare ogni vetrina dei negozi di articoli per il Quidditch; avete esplorato in lungo e in largo il quartiere, scoprendo un parco giochi dove vi siete divertiti a raccontare le cose più impensabili sulla vostra scuola ai figli dei Babbani. Una volta, Johanne Barrow, una Tassorosso del sesto anno i cui genitori sono amici di lunga data dei Potter, è venuta in visita e avete speso la giornata a fare a gara a chi riuscisse ad ottenere un appuntamento con lei: ovviamente, nessuno dei due ha vinto e Johanne se n’è andata irritata, con la promessa di starvi il più lontana possibile una volta tornati ad Hogwarts.

«Ehi, James,» lo richiami all’improvviso, voltando la testa verso di lui.

Si riscuote dal torpore in cui era scivolato, aprendo gli occhi pigramente. «Mmh?»

«Mi annoio,» borbotti, girandoti su un fianco e puntellandoti su un gomito per ricambiare il suo sguardo. «Facciamo qualcosa.»

Prongs sembra rifletterci un po’, poi gli compare addosso un’espressione furba che non promette nulla di buono. «Hai mai bevuto Whiskey Incendiario?» ti chiede.

Provi l’istinto di mentire, perché sei abituato a mostrarti sempre più esperto e scapestrato di quanto tu non sia in realtà. Ma con James non ne hai bisogno, quindi lasci uscire la banale verità. «No, mai.»

Lui ghigna, furbo. «Ho visto mio padre portarne una cassa in cantina, ieri. Possiamo entrare e prendere una bottiglia.»

Stai per chiedere, E se ci scoprono?, dimostrandoti, per una volta, quello prudente tra i due: non vuoi rischiare di scatenare le ire dei Potter, non dopo quello che hanno fatto per te. Ma il pungolo di prudenza passa in un attimo, perché se James vuole qualcosa, sei disposto a fare di tutto perché lo abbia. Di tutto.

Così ghigni di rimando e replichi, «Ci sto.»

*


Scendere in cantina di notte sotto il Mantello dell’Invisibilità è quasi come scendere nelle cucine di Hogwarts, ma meno divertente; passando fuori dalla stanza da letto dei Potter, il russare che proviene dall’interno vi basta per capire che non si sveglieranno, non importa quanto rumore facciate.

Muovervi cauti, però, vi viene naturale e serve ad evitare i due elfi domestici di casa; arrivate facilmente nelle cantine, prendete una bottiglia di Whiskey Incendiario e rapidamente risalite in mansarda, per uscire poi fuori sul tetto.

L’aria è calda, nonostante l’ora tarda; vi sedete a gambe incrociate e manca poco, qualche sorso del liquore che continuate a passarvi, per iniziare a ridere senza sosta.

James, non riesci a smettere di guardarlo: le guance arrossate e gli occhi umidi, gli occhiali che continuano a scivolargli sul naso e i capelli sempre più scomposti e informi, perché continua a passarci le mani per tirarli indietro. È l’estate più bella della tua vita e lui è la persona più importante del mondo: queste due cose ti sono improvvisamente così chiare e lampanti che quasi esplodi dalla voglia di dirglielo.

Invece lo baci. Spezzi l’ennesima sua risata a metà, dopo aver detto chissà che cosa divertente, e ti sporgi verso di lui per incollare le vostre bocche. Non sai da dove quel gesto abbia avuto origine, non sapevi nemmeno di volerlo fare, ma improvvisamente ti sembra l’idea più geniale che tu abbia mai avuto.

James, per la sorpresa, si immobilizza e allenta la presa sulla bottiglia che stringeva – rimbalza sulle piastrelle ruvide del tetto e rotola via, il fondo di Whiskey Incendiario rimasto che si lascia dietro una scia bagnata, di cui ormai non vi importa più nulla. Ti posa le mani sulle spalle e, per un istante, provi l’acuto terrore che possa allontanarti; invece non fa che attirarti più vicino, costringendoti a cambiare posizione, a metterti in ginocchio e a puntellarti col palmo sul pavimento, poi chiude gli occhi e riprende a baciarti.

Vi staccate entro breve e, dopo un secondo perso ad osservarvi, ricominciate a ridere. È tutto così sciocco e appannato da sembrare un sogno; pensi che sia finita lì, che quella risata condivisa abbia decretato la chiusura di questo esperimento, ma invece James si morde un labbro e, la presa ancora ferma sulla tua spalla, ti dice: «Torna qui.»

Non te lo fai ripetere: ricominciate a baciarvi e scivolate all’indietro, l’uno sopra l’altro; James ti posa una mano sulla nuca per tenerti vicino, incrocia le sue gambe con le tue. La sua maglietta si solleva, scoprendogli la pelle del fianco, e ti ritrovi a toccarlo lì quasi accidentalmente. Le leggere carezze delle tue dita gli strappano un singhiozzo, soffocato dai tuoi baci.

Le sue ossa ti pungolano in tutti i punti più scomodi, il caldo è insostenibile e il sudore ti incolla la maglietta addosso; non è perfetto, non lo è proprio, eppure lo è.

*


La sfuriata che vi prendete dai Potter, ovviamente, è memorabile. Non hai mai visto il signor Potter così arrabbiato, eppure la presenza di James al tuo fianco e quanto è successo la notte prima in qualche modo ti proteggono, perché non sei per nulla spaventato.

Abbassi lo sguardo e assumi un’espressione colpevole, mentre menti ammettendo che l’idea è stata tua. Vedi la sua ira vacillare, così continui scusandoti, confessando che ti sei comportato in quel modo perché con i tuoi genitori eri abituato così: non ti permettevano mai di fare nulla, quindi eri costretto ad agire di nascosto (cosa che, tra l’altro, è la verità). Il signor Potter non riesce più a continuare la sua predica; ti posa una mano sulla spalla e dice, «Ti prometto che non hai nessun bisogno di ricorrere a questi trucchetti con noi, Sirius.»

Sotto sotto, senti un vago senso di colpa, ma solo vago. Accanto a te, James deve probabilmente lavorare molto duramente per non scoppiare a ridere.

A cena vi sorbite una lunga chiacchierata sugli effetti dannosi dell’alcool, ma la storia, per fortuna, finisce lì.

*


Passate il resto di agosto a sgattaiolare via e nascondervi da qualche parte per baciarvi. Ti ripeti che è una specie di gioco, uno dei tanti, che state solo ‘facendo pratica’ o qualche ovvia sciocchezza del genere.

Invece ti ritrovi lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte all’impazzata ogni volta che succede e, dentro di te, lo sai che quelli sono segnali di quanto tutto questo sia qualcosa di più, qualcosa di diverso. Sei assolutamente determinato a non scoprire cosa.

Quando Remus e Peter arrivano in visita, gli ultimi giorni di agosto, sei certo che noteranno qualche differenza tra voi e ne hai quasi paura. Invece, a quanto pare, tu e James continuate a starvi addosso come sempre e non c’è gesto o abitudine che abbiate modificato, perché loro non si rendono conto di niente.

Il giorno prima della partenza per Hogwarts, inizi a preoccuparti di cosa il ritorno a scuola possa significare. Temi la fine dell’estate, temi che quanto accaduto possa passare, diventare solo un ricordo da tenere segreto e nascosto; nel corso della notte, però, James ti sveglia per infilarsi nel tuo letto. Basta quello perché ogni timore evapori nel nulla.



Febbraio 1979

Marlene McKinnon è morta. Ci sono cinque cadaveri nella sua abitazione e tu non riesci nemmeno a guardarli. Il suo è il più vicino alla porta, forse perché si è parata davanti ai suoi famigliari per tentare di salvarli; non c’è riuscita e credi quasi di vedere gli sprazzi di luce verde che sono saltati fuori dalle bacchette dei Mangiamorte.

Ti sei precipitato lì non appena Fabian ti ha dato la notizia; ora, non sai esattamente cosa ci sei venuto a fare, perché ti senti inutile. Non riesci a dare una mano a coprire i corpi, a portarli via, non riesci nemmeno ad aiutare Moody a trovare indizi utili, perché non vedi nulla davanti ai tuoi occhi se non lampi verdi e maschere nere.

«Esci di qui, Sirius,» ti incoraggia Alice, toccandoti una spalla. Il suo sguardo è comprensivo e attento e, al contrario del tuo, privo di paura. «Ce ne occupiamo noi.»

Vuoi rimanere, vuoi negare col capo e rispondere che non ha bisogno di preoccuparsi per te, ma invece annuisci. «Grazie,» mormori, e ti volti, uscendo da quella casa degli orrori. Ti dici che, forse, un giorno ci farai l’abitudine e riuscirai a guardare un tale massacro con l’espressione indifferente di Alastor; ti dici che, forse, un giorno riuscirai ad arrivare in tempo per impedire ai tuoi amici di morire, invece che girare a vuoto per un’abitazione piena di macerie e cadaveri.

*


Fuori piove. La neve si è sciolta da qualche tempo, ma il gelo è rimasto; ti penetra nelle ossa a causa del mantello e dei capelli bagnati, mentre aspetti James all’angolo di una strada di Londra.

Gli hai chiesto di vedervi al Paiolo Magico, ma, non appena arrivato nella via del locale, non sei riuscito ad entrare: le espressioni ansiose e spaventate dei pochi maghi seduti nel locale te lo hanno impedito. Così te ne sei rimasto dal lato Babbano, nell’ombra, dove gli sparuti passanti appaiono solo vagamente infastiditi dalle cattive condizioni metereologiche, ma completamente ignari della guerra che si sta svolgendo nel loro stesso Paese.

James arriva poco dopo. Viene fuori da un vicolo e ti nota subito, correndo verso di te sotto la pioggia. «Sirius! Sei fradicio, andiamo dentro,» ti saluta, osservandoti preoccupato. Ti passa una mano sui capelli, come per giudicare quanto male sei messo; poi fa per tirare fuori la bacchetta.

Lo fermi scuotendo la testa. «Non voglio entrare,» sbotti e, nel momento in cui incroci i suoi occhi, senti la rabbia e la frustrazione montare, perché—cosa faresti adesso se, invece che a Marlene, fosse successo a lui?

«Sirius…» tenta nuovamente James. Ti afferra per le spalle, stringendo forte.

«Hanno ucciso la sua intera famiglia. Anche i suoi genitori.» Ti stropicci gli occhi, cercando di scacciare le immagini. «Sua sorella aveva una bambina di cinque anni.»

James deglutisce. «Fabian mi ha detto tutto,» replica, annuendo. «Sarei dovuto venire anche io, non saresti dovuto andare lì da solo.»

«No,» scuoti di nuovo la testa con forza, perché non è questo il punto. Il punto è che ti ricordi improvvisamente di quando, qualche mese fa, James ti ha avvertito che stavate per andare in guerra. Ricordi come, lì per lì, benché comprendessi la gravità della situazione, non ci avessi dato peso. Ma adesso—adesso lo sai, lo sai, e tutto ciò che vuoi è essere un bastardo egoista, prendere James e scappare lontano da Londra, dai Mangiamorte, da questa guerra.

Fai per aprire la bocca e tentare di spiegargli come ti senti, ma non ne esce che aria. Lui, però, non ha bisogno di sentirlo. Ti tira verso di sé e ti stringe in un abbraccio, con forza, perché vuole che tu lo senta, che è lì, che è reale, che non andrà da nessuna parte.

Gli allacci le braccia attorno alla schiena e resti immobile per minuti interminabili, affondando il viso nell’incavo tra il suo collo e la spalla, godendoti il calore del suo corpo, respirando il suo odore. Poi, fai qualcosa che non dovresti fare, ma che in realtà hai voluto per anni: ti ritrai appena e posi le labbra sulle sue.

Non ti importa di essere per strada, non ti importa che sia passato troppo tempo dall’ultima volta, non ti importa di come le cose intanto siano cambiate; vuoi solo lui, vuoi solo ritrovare quella vicinanza, quell’atmosfera felice e serena che vi siete lasciati indietro insieme ai tempi della scuola.

A James, però, tutto questo invece importa. Si ritrae subito, posandoti le mani sul petto per allontanarti. «Sirius, no,» dice, spostando la testa per non guardarti negli occhi.

Espiri aria e arretri di qualche passo, rimettendo spazio tra voi; ti senti stupido, incredibilmente stupido, nel cercare ancora quello che avevate, nel rimanere così aggrappato a lui e al passato.

Di colpo vuoi andartene. «Scusa,» borbotti, «torna da Lily.» Gli dai le spalle per scivolare nel buio più profondo del vicolo e Smaterializzarti.

«Sirius!» ti richiama, ma tu stai già svanendo e non ti volti indietro.




Stay with me / wasn’t there a place for me in your heart? (Stay with me – No)


Novembre 1976

Al tavolo accanto al vostro nella Sala Comune, Lily e Mary stanno parlando dei loro piani per il futuro e non riesci a fare a meno di ascoltare.

«Non so se lavorare al Ministero sia interessante,» sta dicendo la prima, stringendosi nelle spalle. «Mi piacerebbe fare qualcosa di più utile, come lavorare per le interazioni con i Babbani.»

Mary annuisce. «O il San Mungo,» interviene, «credo che essere una Medimaga mi piacerebbe.»

«Per me le relazioni con i Babbani sono più importanti,» riprende l’altra ragazza, abbassando la voce un po’ intimidita. «Riuscire a far capire loro che non c’è nulla da temere… aiutare le famiglie dei maghi ad integrarsi…»

«Oh per la barba di Merlino, Evans!» sbotti, senza poterti più trattenere. «Ti daranno il premio per la carriera più noiosa del mondo se continui così.» Accanto a te James coppia a ridere, mentre Lily si volta di scatto verso di voi, fulminandovi con lo sguardo.

Si alza stizzita, incrociando le braccia al petto. «Chiudi la bocca, Sirius. Almeno io ho delle ambizioni, che è molto più di quanto abbiate voi due.»

«Ambizioni?» si intromette il tuo amico, sul viso un sorriso furbo. «Non ne abbiamo bisogno. È già tutto deciso.»

Annuisci convinto. «Certo. Prenderemo il massimo nei M.A.G.O., ovviamente, e il Dipartimento Auror ci pregherà di entrare nei ranghi.»

«Ma noi avremo cose più importanti a cui pensare,» continua Prongs, «come ad esempio girare il mondo e scoprire qualche nuovo incantesimo. Io diventerò campione di Quidditch, chiaro, mentre Sirius sarà… non so…»

«Nominato Mago più bello del mondo, duh,» intervieni con ovvietà.

«Ecco. Quindi faremo gli Auror solo nel tempo libero.»

«Smetteremo quando ci faranno Ministri della Magia – i più giovani della storia, senza dubbio. E a quel punto renderemo ‘Divertirsi’ una materia obbligatoria per Hogwarts. E aboliremo il sistema delle Case. O qualcosa del genere.»

«Poi, dopo anni di duro lavoro, alla nostra morte diventeremo fantasmi, torneremo qui a scuola e spenderemo la vita a terrorizzare gli studenti. Pix completerà il nostro terzetto.»

Lily tenta di parlare, ma prima che possa farlo James riprende. «Ora che ci penso,» comincia con serietà, «dovresti proprio sposarmi, Evans. Sarei decisamente un buon partito.»

L’espressione sul viso della ragazza, dapprima solo esasperata, si fa irosa. «Sei un tale idiota, non prendi mai nulla sul serio,» sbotta, levando gli occhi al cielo. Poi rivolta verso la sua amica aggiunge, «Andiamocene da qui.»

Mary si alza e la raggiunge; si allontanano ancora scuotendo la testa e borbottando improperi.

James segue Lily con lo sguardo – che si è fatto più duro, come se le parole della Evans avessero davvero sortito il loro effetto – finché non è scomparsa oltre il ritratto. È il tuo turno di volgere gli occhi al cielo. «Merlino, asciugati la bava, Prongs.» Quando si volta sorpreso, fingi un conato di vomito e lui ti tira un pugno sul braccio.

«Beh, è carina,» si giustifica, scrollando le spalle.

«Come la piovra gigante,» borbotti. Ti senti improvvisamente irritato, perché, ancora adesso, non capisci l’influenza che Evans ha sul tuo amico – lui che non ascolta nessuno a parte te, sembra dare un peso fin troppo rilevante a ciò che la ragazza pensa di lui.

«Credi che uscirà mai con me?» riprende dopo un attimo di silenzio. Ha lo sguardo assorto, perso nel vuoto di chissà quali riflessioni, e il conato di vomito, questa volta, ti viene sul serio.

«Spero proprio di no, altrimenti dovrò iniziare a starti alla larga,» replichi, facendo una smorfia disgustata.

James ti lancia un’occhiata furba e ghigna. «Non ci riusciresti mai.»

Lo baceresti, qui, davanti a tutti. Ma sai che non si può, sarebbe fuori da qualsiasi regola su cui il vostro rapporto è costruito. Così ti limiti a morderti un labbro e guardare altrove. «No che non ci riuscirei,» mormori.



Giugno 1979

James e Lily si sposano d’estate, nel mezzo della guerra. È una decisione improvvisa, che lascia tutti spiazzati; tu, ovviamente, te l’eri vista arrivare, ma ti sembra comunque un momento così assurdo e strano per un matrimonio che non hai potuto nascondere l’incredulità.

Se lui fosse sicuro, completamente sicuro, gliel’hai chiesto mille volte; tutte e mille, Prongs ti ha risposto di sì, senza esitazione, così oggi ti sei ritrovato al suo fianco, a fargli da testimone mentre si legava per sempre alla donna che aveva amato da quando aveva quattordici anni. Se non si trattasse di lui, lo considereresti quasi imbarazzante.

Adesso, siedi ad uno dei tavolini nel cortile dei signori Potter, opportunamente allestito per la cerimonia e i festeggiamenti. Al centro della pista da ballo, James e Lily stanno ridendo per qualcosa, muovendo qualche sciocco passo di danza e andando a sbattere contro gli altri invitati, che ridono con loro.

Tu, invece, non hai molta voglia di unirti all’allegria generale; ti senti la testa pesante e una stanchezza infinita sulle ossa, come se stessero andando in pezzi. Tiri giù un altro bicchiere di champagne e, accanto a te, Remus ti lancia un’occhiata preoccupata; lo ignori e afferri la bottiglia al centro del tavolo per versare da bere non solo a te, ma anche a lui.

«Tienimi compagnia, Remus,» gli dici, lanciandogli un sorriso. Lui ingoia il rimprovero che aveva preparato e fa come gli hai chiesto.

*


Avere abbastanza alcool in corpo ti permette di sintonizzarti sulla giusta leggerezza, anzi, quasi di mostrarti estatico. Dopo il taglio della torta, posi per la foto con gli sposi con il tuo miglior sorriso e riesci a non lasciare che s’incrini nemmeno quando la mano di James ti scivola lungo la schiena per tirarti al centro dell’obiettivo.

Baci Lily sulle guance e le dai uno scherzoso benvenuto in famiglia, poi, mostrandoti quasi più solenne del signor Potter e facendola esplodere in una scoppiettante risata. A James stringi la mano; gli dici, «Prongs, vecchio mio, chi l’avrebbe mai detto che avresti messo la testa a posto?»

Lui ti invita malamente a chiudere la bocca e ti attira in un abbraccio. È quel contatto, per quanto breve, a far spezzare la tua maschera. Ti tiri indietro mormorando una scusa – la testa che ti gira o la vescica troppo piena, non ha importanza – e quando ti lasciano andare ti dirigi dritto verso uno dei tavoli, afferri una bottiglia di vino quasi intera e la porti via con te.

Fai il giro della casa, finendo nel cortile sul retro, proprio sotto l’olmo delle vostre ultime estati insieme: è ancora lì, e ti sembra così stonato nel contesto, così sbagliato, così solo senza voi due sdraiati alla sua ombra. Ti pare inutile e vorresti quasi tirare fuori la bacchetta e farlo sparire, distruggerne il tronco in mille pezzi. Invece, ti porti il vino alla bocca e tiri una lunga sorsata.

Resti lì a fissare quello stupido albero per chissà quanto, ma deve essere stato abbastanza, forse troppo, perché ad un tratto ti ritrovi James alle spalle.

È rimasto ad osservarti a lungo, in questa strana veglia funebre all’olmo che non puoi cancellare, alla vostra infanzia, al vostro—cos’era? E forse i tuoi pensieri e sentimenti sono fin troppo chiari, si mostrano troppo espliciti sul tuo viso e nel tuo atteggiamento, perché James non ha bisogno di chiederti nulla per capire.

«Sirius,» ti chiama. Sobbalzi e ti volti immediatamente, sorpreso dal trovartelo lì all’improvviso. La sua espressione è buia, dispiaciuta e lì per lì non capisci cosa abbia potuto provocare quel mutamento, cosa l’abbia portato ad abbandonare la felicità di poco prima – eri certo di esserti comportato al meglio, di aver seguito alla lettera il copione del miglior amico-barra-testimone, e invece…

«Sirius,» dice di nuovo James, e la sua voce è così spezzata che vuoi chiedergli scusa; di cosa, non lo sai, ma vuoi chiedergli scusa. «Ho bisogno—» lascia cadere le parole nel nulla, abbassando lo sguardo e stringendo i pugni, come per trovare la forza giusta. «—ho bisogno che tu sia felice per me.»

È una richiesta così stupida. Vuoi urlarglielo contro, quanto è stupida, vuoi tornare dagli invitati, afferrare Lily per le spalle e annunciarle: ‘L’uomo che hai appena sposato è un cretino’.

Invece, resti fermo; invece, prendi un respiro profondo, stringi le dita attorno al collo della bottiglia di vino, e pronunci le parole che vuole sentire: «Lo sono.»

Lui compie un passo in avanti, verso di te, e ti guarda scettico. Forse è l’alcool a rendere le tue menzogne inefficaci, o forse è James stesso. Abbassi il viso, sconfitto, e ti correggi: «Lo sarò. Un giorno mi passerà e lo sarò.»

Incroci i suoi occhi e lo vedi sollevare l’angolo della bocca in un piccolo sorriso triste. È troppo. Lasci cadere la bottiglia sul prato e ti lanci verso di lui: le sue braccia si spalancano come se non avesse atteso altro. Poi lo baci ed è terribile. È terribile perché è il suo matrimonio, perché sai che non lo avrai mai, non come vuoi; è terribile perché sua moglie, o chiunque tra gli invitati, potrebbe d’improvviso girare l’angolo e trovarvi lì, con le labbra incollate.

Ma soprattutto, è terribile perché James risponde al bacio, perché le sue dita vanno ad intrecciarsi ai tuoi capelli, perché la sua bocca sa di champagne e glassa di zucchero e rossetto di Lily.

Vi staccate e siete senza fiato, incapaci di capire cosa sia successo. James ti guarda con un misto di confusione, dispiacere, tristezza, desiderio e ti senti esplodere.

«Non ce la farò mai,» sbotti, levando le mani in aria in segno di sconfitta. «Mai.»

Gli dai le spalle senza che possa ribattere e lo lasci lì, camminando a passo svelto verso gli altri invitati. Peter è la prima persona conosciuta che avvisti e quasi corri verso di lui, sperando che le sue chiacchiere ti distraggano dall’immagine di James in piedi sotto l’olmo, lo sguardo a terra, mentre gioca distrattamente con la fede nuova di zecca.

*


A fine cerimonia, vai a casa con uno degli invitati. È un cugino di secondo grado di Lily o qualcosa del genere e, per fortuna, le assomiglia così poco da rendere la sua compagnia piacevole. Fai sesso con lui tutta la notte, sperando che sia abbastanza per espellere ogni desiderio che provi, ma al mattino, svegliandoti accanto al corpo nudo di uno sconosciuto, ti sembra sempre più ovvio che quello che vuoi non è un uomo qualsiasi, ma è James.

Ed è sempre più ovvio anche che non lo avrai mai.

*


Prongs lo rivedi qualche sera dopo, ad una riunione dell’Ordine. Ti impegni a fondo per mostrarti sereno e normale, per fare i tuoi soliti scherzi e stargli nei paraggi come se nulla fosse, perché, nonostante tutto, è il tuo migliore amico, la persona a cui tieni più al mondo, e i tuoi sentimenti sono irrilevanti.

Lui, invece, è cauto e diffidente; ti si muove intorno pian piano, come se si aspettasse un altro bacio improvviso sbucato dal nulla. A fine riunione, mentre vi dirigete fuori insieme, ti dice: «Forse dovremmo passare un po’ di tempo separati.»

Ti metti a ridere e scrolli le spalle. Replichi, «Come vuoi,» e non ci resti nemmeno male, perché sai – lo sai con matematica certezza – che non è qualcosa che accadrà davvero.

Due giorni dopo, infatti, James bussa al tuo appartamento per invitarti a cena fuori. Passate a prendere anche Remus e Peter e la serata è perfetta. Per qualche ora, ci siete solo voi, nessuna guerra, nessun sentimento scomodo, ed è quanto di meglio puoi chiedere.




Can you tell me, brother? Was I deceived, or in denial? (The rising tide – The Killers)


Aprile 1977

Il tuo sorriso è affilato e pericoloso, maligno. Se Piton avesse un po’ di sale in zucca, ti tirerebbe una Maledizione e si allontanerebbe senza guardarsi indietro. Invece, per qualche assurdo colpo di testa, decide di starti a sentire.

«Premi il punto alla base del Platano e lo vedrai con i tuoi occhi, dove spariamo di notte.»

Ghigni ancora mentre lui aggrotta le sopracciglia, pensa furiosamente alle informazioni che gli stai dando, a quali trappole potrebbe andare incontro. Decide forse, nello spazio di quella manciata di secondi, chi sia più forte: la sua curiosità o l’astio nei tuoi confronti.

Vuoi solo spaventarlo, vuoi solo dargli una lezione, una che si merita perché vi è stato addosso dall’inizio della scuola e non gli perdonerai mai, mai, il modo in cui si rivolge a James.

Così, quando qualche ora più tardi lo vedi da una delle finestre fendere il prato davanti alla scuola in direzione del platano, non riesci a non scoppiare in una risata.

«Che c’è da ridere?» ti domanda James, aggrottando le sopracciglia.

Gli fai cenno di avvicinarsi e, indicandogli il punto nero in movimento che è Piton, gli racconti quello che hai fatto.

*


Se mai ti ha odiato nella vita, succede in questo istante, ne sei certo.

Il viso di James è una maschera di rabbia e paura, i suoi occhi sono più scuri del solito, i capelli scomposti e le guance arrossate di chi ha appena corso tantissimo e, adesso, non riesce a smettere di urlare.

L’aspetto peggiore della sua reazione è il modo in cui ti guarda, come se non ti conoscesse affatto. Ti chiede cosa pensavi di fare, a cosa questa tua grande idea avrebbe potuto portare.

«A niente!» urli di rimando, tentando di difenderti. «Non era niente. Volevo solo dargli una lezione, costringerlo a smettere di ficcare il naso nei nostri affari.»

«Poteva morire, Sirius,» riprende James, la voce che si abbassa di qualche tono, ma resta gelida, spezzata. «Poteva restare ferito, o poteva non succedere nulla, come dici tu, ma poteva andarsene in giro a spifferare a tutti di Remus. Merlino, a lui non ci pensi?»

Non ci hai pensato. A Remus, non ci hai proprio pensato. La rivelazione ti affonda come un pugno nello stomaco e ti toglie il fiato e la forza di rispondere.

James va avanti. «Te lo puoi solo immaginare come si sarebbe sentito se l’avesse ferito? O peggio, ucciso? Te lo immagini

Ti passi una mano tra i capelli, nervosamente, e tenti ancora un debole, «Ma non è successo!»

A Remus chiederai scusa, nel momento stesso in cui tornerà nel dormitorio; sei già certo che ti perdonerà, che vi metterete questa storia alle spalle al più presto, perché Moony sa perfettamente che essere infimo tu sia, non ti ha mai visto migliore e da te si aspetta di tutto.

James, invece… James, invece, forse non ti perdonerà mai.

Scuote la testa, esasperato, sfinito, pronto a desistere dal trovare il modo di farti capire. «Il tuo problema,» riprende, e la sua voce ti risulta dolorosa, perché è così amara, così amara, «è che alle conseguenze non ci pensi mai. I tuoi piani sono sempre i più brillanti del mondo, eh, Sirius? Ma ai casini che possono combinare non ci pensi mai.»

Ti lancia un ultimo sguardo stanco e ti abbandona lì, senza nulla da dire a tua discolpa, nel mezzo del dormitorio nella Torre di Grifondoro, con Peter seduto sul letto che ti osserva con commiserazione, per poi alzarsi e seguire l’altro.

Tutto ciò che ti resta da fare è chiederti se il tuo migliore amico riuscirà mai a perdonarti.



Ottobre 1981

L’idea è la più brillante che tu abbia mai avuto. È un tassello così perfetto da inserire nel piano che, ti pare, non potrà mai rivelarsi sbagliato. A James gliela spieghi nei dettagli una sera, seduto sul suo tavolino da caffè in soggiorno, mentre lui e Lily, sul divano, ti guardano attentamente.

La ragazza è la prima a commentare, «Facciamolo.» Posa una mano sul ginocchio del marito e prosegue, «Ha ragione. Nessuno penserebbe mai a Peter.»

James continua a guardarti dritto negli occhi e, al contrario, tentenna. «Peter è stato così…» fa un gesto nell’aria, alla ricerca della parola giusta; non lo sa nemmeno lui, quale sia, perché non vuole offenderlo, non vuole dire niente di cattivo, ma qualcosa di strano l’ha percepito. «…distante,» conclude alla fine, adattandosi a quel termine che vuol dire tutto e non vuol dire nulla.

Scuoti la testa con forza. «È solo Peter che fa il codardo. Forse crede che, standoci lontano, riuscirà a restare vivo. Il che, se possibile, rende questo piano ancora più sensato.»

Non lo convinci. Indugia ancora; si gira a guardare sua moglie alla ricerca di un parere, ma il suo sguardo deciso lo sposta nuovamente su di te. «Ho bisogno di pensarci,» afferma, e si alza per andare a controllare Harry.

Lily ti fa cenno di seguirlo e tu non te lo fai ripetere.

Harry dorme sereno nel suo lettino. Ha una coperta con delle piccole scope da Quidditch disegnate sopra e un grosso boccino sul guanciale, poco distante da dove è posata la sua testa. È il tuo figlioccio e lo ami più di ogni cosa: ecco cosa ti balena in mente nel momento in cui posi lo vedi.

Afferri il braccio di James e lo costringi a incrociare il tuo sguardo. «Tutto ciò che mi importa è che ne usciate sani e salvi, tu e lui,» ti ritrovi a dire, la voce tenuta bassissima per non svegliare il bambino, ma rabbiosa. «Essere torturato, fatto prigioniero… morire, persino, non sarebbe nulla per me, se significa tenervi al sicuro.»

Fa per parlare, ma dalla sua bocca non esce che aria. Ti sorprende, un attimo dopo, allacciandoti le braccia al collo e stringendoti forte, affondando il viso contro la tua spalla. Gli passi le mani sulla schiena e lo tieni lì – lo terresti lì per sempre, se potessi –, cercando di rassicurarlo, di promettergli che andrà tutto bene.

All’orecchio ti sussurra, «Non voglio che tu muoia per me.»

Tu replichi che, invece, non c’è nulla che non faresti per lui. Nulla.

*


Quando tornate di sotto, Lily si sta nervosamente torturando le mani, ancora seduta sul divano dove l’avete lasciata. James la guarda e annuncia, «Seguiremo il piano di Sirius. Peter sarà il Custode Segreto.»

La vedi prendere un respiro profondo, senza mostrarsi né felice né troppo ansiosa. Non sai che sta pensando e, probabilmente, non lo sa nemmeno lei. «Speriamo sia la cosa giusta,» mormora, accasciandosi contro la spalliera del divano.

«Lo sarà, ne sono certo,» replichi, e stringi la spalla di James per dargli coraggio.

*


Quanto ti sbagliavi lo scopri appena una settimana dopo.

Tutto ciò che riesci a fare, fermo immobile nel mezzo del tuo appartamento, dove hai ricevuto la notizia, è chiederti se il tuo migliore amico riuscirà mai a perdonarti.


***



Epilogo

Stai tirando pietre nel lago, seduto sotto un albero sulla riva, quando James ti si viene a sedere accanto. Ti giri a guardarlo confuso, perché sono settimane che non ti parla, ma lui, senza nemmeno un saluto o una spiegazione, ti passa un sasso piatto, perfetto per essere fatto rimbalzare.

Lo afferri un po’ titubante, timoroso di compiere anche il più banale degli errori, perché d’improvviso averlo di nuovo accanto di dà alla testa e l’ultima cosa che vuoi è perderlo ancora.

Ti alzi e lanci la pietra; fa cinque rimbalzi sulla superficie liscia dell’acqua e James fischia di approvazione. Ti volti verso di lui e gli sorridi trionfante, lasciandoti cadere di nuovo seduto al suo fianco.

Nel silenzio che segue, la tua contentezza s’incrina e si spezza. «Mi dispiace,» soffi fuori, «mi dispiace da morire.»

«Lo so,» replica James, guardando le increspature del lago. Si stringe nelle spalle e aggiunge, «Quel che è fatto è fatto. E non riesco più ad essere arrabbiato con te.»

Si lascia scappare un piccolo sorriso, guardandoti storto, e tu cogli al volo l’occasione per mettere su la tua espressione più sfacciata e dire, «Certo che no, sono irresistibile.»

In risposta, ti becchi un pugno nel fianco. Quando tornate a guardarvi, scoppiate a ridere nello stesso istante.
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